Dimorfismo sessuale e parità di genere Stampa
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Dimorfismo sessuale e parità di genere

 Di una lumaca è impossibile stabilire se è maschio o femmina perché la stessa di volta in volta funziona come femmina o come maschio. I conigli invece sono definitivamente maschi o femmine ma per scoprirlo ci vuole un esperto. Con i cani va un po’ meglio: l’aspetto è identico ma visti da terga il genere si rivela in modo inequivocabile. Il gallo mostra la sua mascolinità senza che sia necessaria un’esplorazione indiscreta: la cresta, la vivacità dei colori, il portamento e il canto non lasciano dubbi. È il dimorfismo sessuale che nel mondo animale a volte è del tutto assente, qualche volta è appena accennato e in qualche caso fa pensare a specie diverse e lontane fra di loro.


Nell’uomo si dispone lungo un continuum nel quale però la media si colloca ai due estremi almeno per quello che riguarda gli individui adulti; alla nascita maschi e femmine sono uguali, fatti salvi i genitali, nell’adolescenza i due sessi si allontanano decisamente per tornare ad avvicinarsi nella terza età e diventare almeno esteriormente indistinguibili nell’estrema vecchiaia. Lo stereotipo fisico del maschio e quello della femmina si precisano per caratteristiche non solo diverse ma in qualche caso opposte come risulta evidente confrontando i canoni della bellezza codificati nell’arte e nella letteratura: al corpo massiccio e nerboruto del maschio si contrappongono quello flessuoso e morbido della femmina e la sua pelle levigata. Poi la cultura ci mette del suo: la venere steatopigia ha un seno prorompente e glutei imbarazzanti, nella statuaria greca le stesse linee morbide definiscono un adolescente efebico, boccone ghiotto per frequentatori di palestre e maestri di retorica, ai nostri giorni si oscilla fra la silfide e la dea della fecondità mentre il maschio alternativamente si alza, si abbassa, si riempie di peli o li perde, esibisce addominali scolpiti o una fronte pensosa. Ma comunque declinato il dimorfismo resta e a nessuno è mai venuto in mente di negarlo. E che al dimorfismo fisico corrisponda un dimorfismo psichico sembrerebbe logico e naturale sulla base di un principio banale come quello della corrispondenza psiche-soma: non si vede perche i due generi dovrebbero distinguersi esteriormente se la differenza esteriore non fosse il segno di una diversa struttura di personalità, che si riflette nel diverso ruolo nella riproduzione e nella diversità del comportamento sessuale, al netto delle sovrastrutture culturali. Ovvietà sulle quali non è il caso di dilungarsi. Quello che mi preme rimarcare è che in un ipotetico stato di natura il dimorfismo umano non implica, al contrario di ciò che avviene in molte specie animali, alcuna posizione di superiorità.


Desmond Morris

Anche se si dovesse riconoscere una naturale maggiore mole del maschio questo non comporterebbe di per sé una condizione di vantaggio, considerato che la sopravvivenza e il successo della specie umana non sono in alcun modo determinati dalla forza fisica: la scimmia senza pelliccia, come la vedeva Morris, è un animale fisicamente destinato a soccombere anche di fronte a un gatto, tanto il suo involucro è vulnerabile. Quello che ha salvato l’uomo è l’impiego che ha saputo fare di risorse fisiche che non sono riposte nella forza ma nella manualità. Un impiego che dipende dalla cerebralizzazione del circuito occhio-mano-mente. E sotto questo aspetto il maschio e la femmina dell’uomo hanno le stesse armi potenziali. L’idea, che spesso è stata sostenuta, di una inferiorità strutturale della femmina perché “più debole” è una suprema idiozia non solo sotto il profilo concettuale ma proprio in termini antropologico-culturali e paleoantropologici.  Non solo: porre la questione dei rapporti di forza maschio-femmina presuppone un condizione di conflitto tutta da dimostrare. Un conflitto estrapolato dalle schermaglie che precedono la scelta del compagno e la formazione della coppia in vista della riproduzione. La natura originaria della relazione fra i due sessi non è affatto di conflitto ma di reciproca attrazione, dettata come in altre specie dalla fisiologia e modificata dall’habitat e dalla cultura. Fra gli scimpanzé come fra i grandi felini i rapporti del maschio con la femmina si guastano dopo il parto, quando il maschio attenta alla vita dei nuovi nati. In questo l’uomo è più simile a un pinguino e condivide con la femmina le cure parentali, anche se gestazione e allattamento da un lato creano un rapporto privilegiato di quest’ultima con la prole e dall’altro caricano sul maschio una maggiore responsabilità nella difesa e nel procacciamento del cibo. 


La divisione di ruoli non comporta rivalità o competizione ma complementarità. A chi sostiene la guerra fra i sessi si può con argomenti assai più convincenti contrapporre la loro reciproca attrazione, che sublimandosi diventa reciproca ammirazione, amore, tendenza a staccarsi dal gruppo e costituire una coppia. Su questa base è ridicolo parlare in astratto di maschilismo, salvo che non ci si riferisca a culture disorganiche in balia di gruppi armati della cui violenza le donne sono le prime vittime. Anche in quelle fra le culture stabili e organiche che almeno in apparenza sono più discriminatorie dietro il maschilismo di facciata c’è piuttosto un’esasperata divisione di ruoli, che assegna compiti esclusivi in ambiti diversi ai maschi e alle femmine. La sposa pakistana fuori di casa procede dietro al marito e a capo chino ma dentro le mura domestiche è lei che comanda e, quanto al maschio, rimane succube della madre che gli impone il matrimonio e finché vive incombe tirannicamente sul suo ménage. Non solo: anche l’esclusione dai diritti politici è spesso più apparente che reale: le donne arabe scendono in piazza e sono determinanti nei momenti cruciali della vita sociale e politica. 


Nella nostra società si fa parecchia confusione, c’è molta reticenza e grande ipocrisia. Se è vero infatti che ai livelli più bassi le donne svolgono mansioni più umili e di conseguenza sono peggio retribuite e se è vero che la maggior parte dei dirigenti d’azienda sono maschi e nei partiti - almeno finora - le donne restano una minoranza ininfluente,  è anche vero che il sistema formativo è praticamente in mano alle donne, le professioni mediche  si stanno rapidamente femminilizzando e in quelle più redditizie il rapporto fra maschi e femmine si è spostato a favore di quest’ultime con un  il trend che sembra inarrestabile. Semmai c’è il rischio che per colmare forzosamente  persistenti scompensi si creino  in settori come la politica o la dirigenza delle corsie preferenziali sulla base del genere con conseguenze disastrose per la selezione e l’efficienza del sistema.

Se infatti è vero, ed è sicuramente vero, che fra le persone che si impegnano nella politica, dai consigli studenteschi nelle scuole secondarie ai movimenti nelle università e infine nei partiti, la stragrande maggioranza sono maschi, la pretesa di riservare delle quote rosa nelle posizioni apicali o addirittura di imporre un rapporto paritetico fra i generi costituisce un assurdo privilegio a vantaggio delle ambizioni femminili.  Eppure è proprio su una questione di lana caprina come questa che è rimasto invischiato il Pd, all’interno del quale si è scatenata una lite da ballatoio fra comari aizzate dalla fregola femminista di Letta.

Mi sembra che il nuovo segretario del Pd stia inanellando una sciocchezza dietro l’altra. Ha esordito asserendo che quello di Draghi è il governo dei dem e che sarebbe cosa buona e giusta depurarlo dalla presenza della Lega: un modo singolare di intendere l’unità nazionale in un momento di eccezionale emergenza; ha proseguito col mettere al centro del progetto politico del suo partito e di conseguenza, viste le premesse, del governo lo ius soli, notoriamente in cima alle esigenze e alle aspirazioni degli italiani; e infine, ciliegina sulla torta, per rimediare al maschilismo della gestione Zingaretti, defenestrazione di Del Rio e di Marcucci per far posto a due donne, quali che siano, e l’impegno solenne di fare del partito il simbolo della parità di genere. Già che c’era ha anche aggiunto che il partito democratico dovrà essere il partito degli immigrati - è anche sfortunato: l’ha detto proprio mente l’amico americano spergiurava che stava bloccando l’immigrazione illegale più di Trump - e ha ribadito l’idea di un patto d’acciaio con i Cinquestelle, identificati con l’avvocato Conte. Così con un sol colpo solo Letta potrebbe distruggere la sinistra e il grillismo e potremmo anche essergliene grati se non fosse che rischia di esserne screditata e stravolta tutta la politica italiana. D’altronde il Pd, già Pci, diventato da partito di classe un partito interclassista e da partito dell’internazionale operaia il partito della finanza globale, non ha più un bacino elettorale definito, ha rinnegato tutte le sue radici, ha sposato il peggiore atlantismo, si vanta di essere la quinta colonna dell’Europa e ora si aggrappa al vuoto spinto del politicamente corretto nel quale ondeggiano maschi e femmine con i primi che fanno rimpiangere le seconde e viceversa.

In Italia, come nel resto dell’Occidente, non esiste un problema di discriminazione di genere. Ci sono sfumature diverse nel modo di intendere i ruoli ma nessuno può seriamente sostenere alle donne vengano riservati ruoli subordinati o che il loro peso sociale sia inferiore. Può darsi che la politica sia più attrattiva per le donne in America e meno nel Regno unito, che ci siano più giudici donne in Italia che in Germania, sicuramente non c’è un altro Paese in cui la scuola è in mano alle donne come in Italia ma questo non incide sulla parità di diritti e di dignità. Quel che conta è che ci siano politici onesti e capaci, giudici imparziali e insegnanti preparati, maschi o femmine che siano.


Semmai, nonostante l’evoluzione del costume e il ridimensionamento del potere e della presenza della Chiesa, permangono problemi intrecciati fra di loro di educazione sessuale, di gestione delle emozioni, di sicurezza personale, che incidono profondamente sulle dinamiche familiari e di coppia, liquidati frettolosamente nella categoria della violenza sulle donne, che ha prodotto la fattispecie di reato inutile e grottesca di femminicidio (alla quale si dovrebbe aggiungere per simmetria il maschicidio). Scontiamo, anche su questo versante, il disorientamento educativo seguito al Sessantotto, la fragilità emotiva di tanti ragazzi e ragazze e la mancanza di adeguate strutture di sostegno alla persona. Sarebbe una fortuna se si potessero risolvere i problemi interni alla coppia o alla famiglia riconducendoli alla parità di genere ma non è così; e con le chiacchiere, le dichiarazioni di circostanza e i fiumi di retorica che si rinnovano ad ogni tragedia non si va molto lontano. E infine, per dirla tutta, se qualche passo avanti era stato fatto  sulla scia dei Paesi del nord Europa, i flussi migratori ci hanno riportato indietro e spiegano l’impennata di violenza domestica in Italia o nella Francia maghrebizzata.

   Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione   

  

   Il nuovo libro di Pier Franco Lisorini  FRA SCEPSI E MATHESIS

 


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