L’utopia della normalità Stampa
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
L’utopia della normalità

 Capacità organizzativa e rispetto del cittadino nel Paese di Pulcinella


All’Ufficio centrale di statistica epidemiologica si lavora giorno e notte per elaborare il continuo flusso di dati che arrivano dagli uffici periferici sparsi in tutto il Paese, che a loro volta li ricevono dagli organi preposti al controllo della morbilità all’interno delle scuole, degli uffici, delle aziende, nelle residenze per anziani e nei luoghi di aggregazione sociale; altri dati arrivano direttamente dalle aziende sanitarie, dagli aeroporti, dai centri di accoglienza. Si rileva una brusca accelerazione dei contagi in seguito alla riapertura delle scuole, solo impercettibilmente ridotta con la didattica a distanza per quelle superiori. La chiusura delle università si rivela una variabile ininfluente mentre il tracciamento mostra una precisa correlazione fra diffusione del virus e frequenza degli asili nido e delle scuole materne. Apertura o chiusura di ristoranti e bar non modificano lo stato della diffusione del virus, sensibile invece alle funzioni religiose, ai mercatini rionali, ai supermercati e agli uffici postali. Negozi di mobili, di arredamento, di abbigliamento o di calzature non incidono minimamente mentre si registra una correlazione negativa fra riduzione degli orari di apertura di grandi magazzini, ipermercati, rivendite di prodotti alimentari e aumento del numero dei contagiati. La diffusione del contagio viene valutata sulla base del numero dei contagiati, considerato che il numero dei tamponi è statisticamente viziato e di conseguenza il numero dei casi positivi può essere manipolato. Le notizie sul numero dei morti per coronavirus vengono fornite sulla base di dati clinici verificabili e redatti secondo protocolli precisi e dettagliati.


Seguendo le indicazioni fornite dall’Ufficio centrale di statistica epidemiologica i prefetti dispongono la sospensione delle funzioni religiose, stabiliscono l’orario continuato sette giorni su sette di grandi magazzini, supermercati, macellerie, uffici postali e danno mandato alla polizia locale di impedire code e assembramenti, delegano alle autorità scolastiche la decisione su come effettuare l’attività didattica nelle scuole secondarie, chiudono nidi, scuole materne e scuole elementari, che si sono rivelati focolai dell’epidemia. Le mense scolastiche vengono sigillate ma la gente può andare tranquillamente a prendersi un caffè al bar o a mangiare al ristorante, dove per altro tavolate, compleanni o anniversari sono rigorosamente banditi.  Contestualmente viene raccomandato alle società sportive di evitare baci e abbracci fra giocatori di pallone, considerato che si tratta di comportamenti a rischio per tutti e quindi anche per loro.  


Nello stesso Ufficio altri computer ricevono i dati sulle vaccinazioni; vaccini disponibili, quali vaccini, vaccini effettuati, dove, da chi, a quali categorie di cittadini e un altro gruppo di signori alla tastiera si preoccupa di incrociare questi dati con quelli della curva epidemica sia per aree geografiche sia per fasce di popolazione.

E quando cominciano ad arrivare i dati sulle assenze dal lavoro dopo la somministrazione di un certo vaccino, subito seguiti da altri dati che segnalano un’incidenza significativa di febbre alta, vomito, diarrea, dolori articolari protratti per almeno due giorni nel personale scolastico e militare vaccinato, il dato viene trasmesso alle autorità che dispongono l’immediato ritiro del vaccino. Non ci saranno orfani da Astrazeneca.


Ovviamente questo è il resoconto di quello che accade in un Paese normale, un Paese in cui quando si parla di efficienza, di organizzazione, di digitalizzazione si sa di cosa si tratta. Ma noi non viviamo in un Paese così. Noi siamo nella condizione di uno scimpanzé che si è messo alla guida di un’astronave, abbiamo tutti gli strumenti della modernità ma siamo fermi al medioevo. Estrapolazioni arbitrarie, generalizzazioni indebite, provvedimenti presi con l’accetta, smania di protagonismo, nessuna inclinazione  per la modesta, logorante e oscura fatica dei veri ricercatori mentre fra i politici serpeggia una vena di autoritarismo, soprattutto all’interno di quel partito, il Pd già Pci, abituato a governare a prescindere dal consenso, con l’inquietante ricorso a chiusure arbitrarie, al coprifuoco e la tentazione di mettere in campo le forze armate che fa pensare a prove generali di repressione di un malcontento inarrestabile e pronto a esplodere.  È passato un anno da quando polizia, marina militare, e guardia di finanza hanno buttato i soldi del contribuente e dato un calcio ai fondamenti della democrazia quando con elicotteri, droni, motovedette davano la caccia a canoisti e nuotatori solitari o al podista che nottetempo petrarchescamente calpestava i più deserti campi.  Era un modo per bloccare il virus? E, se non lo era, a chi va attribuita la responsabilità di un ingiustificato dispiegamento di forze e di aver attentato alla libertà personale? Ci vuole intelligenza nell’applicare le disposizioni, soprattutto quando in sé sono legittime e giustificate. Se il sindaco, il questore, il prefetto o il singolo poliziotto non ce l’hanno vanno rimossi, punto. E se ora la storia non si ripete è solo perché si ha paura del giudice, che almeno in questo dimostra la sua utilità. 


In un Paese normale ci si sarebbe chiesti come mai non sono stati tempestivamente trasmessi e presi in considerazione dati che potevano essere raccolti nelle segreterie delle scuole o nelle caserme. Grazie ai residui contatti che mantengo col mondo della scuola so con certezza che dall’inizio del mese di marzo più della metà, non il 2% come ho sentito dire dalle fonti ufficiali, dei docenti vaccinati con Astrazeneca hanno accusato non un fastidio al braccio ma una persistente emicrania, febbre alta, vomito, diarrea e dolori articolari. I casi sono due: o i dati non vengono registrati perché non c’è nessuno che si piglia la briga di farlo o, quando arrivano, vengono occultati con l’interessata complicità dei cosiddetti esperti. Non so quale delle due cose sia più grave. Sicuramente se si fosse interrotta subito la somministrazione di un vaccino già parecchio chiacchierato senza menare il can per l’aia non si sarebbe al punto di dover contare i morti. E qui di nuovo si tocca la leggerezza non solo dei politici ma di opinionisti non si sa da chi ispirati, che invece di lamentare la disinformazione di prima gridano contro l’eccesso di informazione di ora, inopportuna, irresponsabile, pericolosa, allarmistica e, ovviamente, da censurare. Roba da matti. Certe radici è quasi impossibile estirparle. Nel Paese che ha fatto dell’antifascismo la propria cifra il peggiore fascismo sopravvive tranquillamente non solo con gli eredi di quelli che allora si chiamavano pescecani, non solo con l’attitudine a sdraiarsi davanti ai potenti di turno ma nella convinzione diffusa che le notizie prima di darle debbano essere soppesate perché il popolo è un bambino che deve essere protetto da se stesso e del quale bisogna anticipare le reazioni.


E chissà perché sui giornali e alle televisioni non c’è stata traccia di un altro fenomeno eclatante: i contagi nelle scuole elementari, in particolare quelle a tempo pieno, periferiche, nelle aree di maggiore disagio sociale. Classi in quarantena e silenzio stampa, niente nemmeno sulle gazzette locali, nemmeno su quelle online. Lo stesso silenzio che continua a coprire sistematicamente i focolai importati insieme ai barconi e alle navi “umanitarie” che scaricano merce umana sulle nostre coste.

 Non ci si è peritati a dare una mazzata micidiale all’economia nazionale, si sono messi sul lastrico migliaia di negozianti, ristoratori, artigiani ma si è avuto e si ha paura a prendere provvedimenti sacrosanti che costringono i genitori ad assumersi le loro responsabilità. Se ne può capire il disagio, soprattutto nelle aree in cui di norma entrambi i genitori lavorano ma allora che dire del “disagio” di chi a causa della pandemia e dei lockdown dimostratisi del tutto inefficaci ha perso tutto, compreso la vita? Se rigore ci doveva essere aveva da essere applicato con coerenza, decisione e per tempi certi e limitati, altrimenti meglio il laissez fairee aspettare che il virus facesse il suo corso. Abbiamo due primati mondiali: quello delle chiusure - col crollo dell’economia e tutto il corollario sociale e sanitario - e quello dei contagi e delle morti per Covid; se le autorità dall’inizio dell’epidemia non avessero preso alcun provvedimento nella ipotesi più nera avremmo mantenuto quel primato con quei contagi e quelle morti: peggio non poteva andare.

Ora sento parlare di testimonial prestigiosi, come quelli ingaggiati per fare pubblicità all’acqua minerale o al caffè, per convincere il popolo bue a vaccinarsi senza badare a cosa gli viene iniettato. Basterebbe questo, senza entrare nel merito, per giustificare un coro di indignazione. Ma c’è solo silenzio…

P.s.

Chi non ricorda la vecchia vignetta col generale che finge di assaggiare il putrido rancio destinato alla truppa e sentenzia: “Ottimo e abbondante!”? L’agenzia europea del farmaco ha fatto di meglio: in 24 ore ha deciso che il vaccino di Astrazeneca è il toccasana per sconfiggere il virus, nessun rischio, nessun pericolo, nessun effetto indesiderato; chi c’è morto era destino che morisse, che diamine!

  Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione   

  

   Il nuovo libro di Pier Franco Lisorini  FRA SCEPSI E MATHESIS

 


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