Il fanatismo dei nuovi iconoclasti Stampa
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Il fanatismo dei nuovi iconoclasti
Chi si aggira nel buio della ragione

 Le monde marche! Pourquoi ne tournerait-il pas? Chissà se Nietzsche quando elaborava la sua concezione dell’eterno ritorno aveva in mente i versi di Rimbaud. Di sicuro l’uno e l’altro irridevano al mito del progresso, alla soggezione verso la scienza, il nuovo Verbo con i suoi boriosi sacerdoti, e entrambi erano convinti che il passato tornasse e che niente fosse veramente superato. Si sbagliavano: il passato non ha bisogno di tornare semplicemente perché non se n’è mai andato. Così come l’uomo non ha mai superato la sua natura animale, la sua stupida bestialità, rintanata nelle aree più profonde del suo cervello esattamente come lo era nel cranio fossile dell’uomo di Cromagnon.

 


 

  Nel quale poteva esprimersi senza la remora della cultura o il filtro del super io, mentre la luce dello spirito, presente allora come ora, veniva oscurata dalla istintualità;  perché niente è cambiato nella natura dell’uomo, nel bene e nel male. Ci illudiamo di esserci lasciati alle spalle il fanatismo, la violenza, la crudeltà e improvvisamente ci troviamo circondati da una folla inferocita che decapita statue, le fa a pezzi sghignazzando, le precipita in mare o nei fiumi. Riaffiorano ricordi terribili di cristiani invasati intenti a bruciare libri, abbattere templi, distruggere pinacoteche, strappare i seni e il naso alla composta e serena bellezza delle immagini delle divinità. E oggi ci tocca di vedere la testa di Cristoforo Colombo che rotola sull’asfalto fra neri che ballano sotto lo sguardo compiaciuto di bianchi oppressi da sensi di colpa. Nei confronti della rabbia dei neri, chiamarli afroamericani mi pare ridicolo e razzista dal momento che con l’Africa non hanno niente a che fare, non provo alcuna empatia ma non ho difficoltà a comprenderne le ragioni: sono passati poco più di cinquanta anni dall’abbattimento delle ultime barriere che in molti Stati dell’Unione li confinavano in una condizione di subalternità, impedendone l’accesso non solo nelle scuole o nelle università ma perfino nei locali o sui mezzi pubblici; oggi non soffrono più di alcun tipo di discriminazione eppure di fatto sono più poveri e meno istruiti della media degli americani, rimangono confinati nelle periferie e per quanto siano migliori le loro condizioni di vita la distanza sociale rispetto alla maggioranza bianca non è diminuita ma è aumentata, sentono sul collo il fiato dei nuovi poveri, gli ispanici che premono e affluiscono dalla frontiera messicana e in un momento in cui il sogno americano sembra definitivamente infranto, i giovani sono tentati dalla scorciatoia del ribellismo e dell’attacco ai simboli del benessere e del consumismo.

 


La statua di Colombo senza testa

 

Risentimento sociale, insomma, che prende la via sterile della protesta perché privo di una analisi e di un progetto politico. Su questo risentimento cala l’ideologia bianca, col suo razzismo antirazzista, il suo paternalismo camuffato da solidarietà, la sua pretesa di esercitare il mundio su chi è considerato inferiore e di conseguenza bisognoso di protezione. Si rispolvera la storia, il mercato degli schiavi, l’esproprio degli indigeni americani, la colonizzazione del continente, si finisce per maledire la scoperta del nuovo mondo come se non fosse un evento inevitabile. Sarebbe solo sentimentalismo infantile nutrito del mito del buon selvaggio e di un mondo innocente, non ancora guastato dal demone della conoscenza ma senza strumenti critici che lo confinano nel privato diventa delirio collettivo. Ed è un’ideologia delirante quella che pretende di sottrarre la protesta al suo naturale alveo culturale e sociale col risultato di esasperarne gli aspetti irrazionali e violenti e di rendere più difficile un’autentica presa di coscienza e di responsabilità. All’immaturità dei neri orfani di una guida come Martin Luther King si aggiunge quella di bianchi orfani del Sessantotto e del Vietnam, contestatori che non sanno più cosa contestare, animati dalla sola voglia di sfogarsi, di far chiasso insieme, trionfo del bambino perverso che ha spodestato la ragione per un eccesso di razionalizzazione, quella appunto di adolescenti che hanno smarrito il sentiero della crescita e si perdono nel delirio dello psicotico.

 


La stessa razionalità psicotica che spinge a rovesciare la statua di Colombo, colpevole di aver aperto la strada ai conquistatori e al genocidio, si dirige contro Churchill, simbolo dell’Inghilterra imperiale, e, almeno per ora, risparmia tanti grandi del passato, come Locke o Voltaire, semplicemente grazie alla scarsità di conoscenze storiche: il philosophe francese o il gentleman inglese investiva tranquillamente il proprio denaro nel più redditizio e meno rischioso fra i business, il mercato degli schiavi. La stessa ignoranza è stata invece fatale per Montanelli, ferito da vivo e ora in effige dagli stessi mentecatti che prima vedevano in lui, sbagliano bersaglio, un servo del regime e ora ne chiedono la damnatio memoriae per aver, lui ventenne, fornicato con una somala tredicenne. Non sanno, con tutto il loro naturismo, spontaneismo, terzomondismo che la natura ha dichiarato la femmina dell’uomo pronta per la maternità col menarca, non sanno che i popoli indigeni dell’Africa, docili seguaci della natura, rispettavano fedelmente questa scadenza né passa loro per la mente che se proprio si vuol giudicare il comportamento del futuro giornalista gli va riconosciuta una lodevole apertura verso popoli con i quali gli inglesi si guardavano bene dal fraternizzare preferendo tenerli a distanza col frustino; altro che matrimoni misti. Insomma Montanelli era stato un antesignano di Faccetta Nera, la canzonetta sfacciatamente antirazzista del regime.


La statua imbrattata di Montanelli

C’è da sperare che qualche immigrato aizzato dai centri sociali non faccia saltare la statua livornese dei Quattro Mori, incatenati ai piedi del granduca e che negli stessi covi rossi non circolino libri di storia troppo informati altrimenti delle memorie del nostro passato non si salverà nulla; e che non si dica ai musulmani che cosa è rappresentato nella cappella padovana degli Scrovegni. Ma intanto, l’onda emotiva originata a Minneapolis si riversa artificiosamente in Europa gonfiandosi di odio politico e la canaglia rossa coccolata dalle anime belle ansiosa di autos da fé vorrebbe vedere scorrere il sangue. “Morte a Salvini” campeggia sulla cima del gigantesco mausoleo della famiglia Ciano, quotidianamente vandalizzato. La scritta  non potrebbe essere più esplicita ma non sembra turbare le istituzioni: per il sindaco, il questore, il prefetto è evidentemente normale e non è il caso né di rimuoverla né di perseguire i responsabili.


Una conferma in più dell’anomalia del momento storico che stiamo attraversando. La dialettica politica del passato non funziona più. La contestazione non ha più come bersaglio il sistema ma è prodotta dal sistema stesso per neutralizzare le pulsioni ribellistiche sociali o generazionali creando a questo scopo falsi bersagli e indirizzandole contro i propri avversari. Così i democratici americani, che sono espressione diretta del sistema di potere economico, politico, culturale del capitale finanziario hanno aizzato la protesta contro il fantomatico razzismo per incanalarla poi contro Trump, che resta un’anomalia, un corpo estraneo, il nemico da battere, alzando un polverone sulle vere cause di ciò che è successo, che vanno cercate nella storia e nella struttura della società americana, da sempre alle prese con la conflittualità criminogena originata dalla marginalizzazione sociale e con la risposta dura e violenta dell’apparato di polizia. Questa ha sfiorato appena i ceti benestanti ma ha alimentato una spirale perversa di odio, paura, rancore nelle periferie, nel profondo Sud, nella grande massa che vive nella povertà assoluta o relativa in cui allignano delinquenza comune e, come si dice da noi, criminalità organizzata.


Il problema in America non è il razzismo, del quale ormai nella società americana non c’è traccia, ma la risposta alla formazione di sacche criminogene: un sistema di repressione poliziesca incompatibile con una democrazia liberale. Ma, in una prospettiva più ampia, il problema è ben più grave ed è comune a tutto l’Occidente: l’insofferenza della nuova sinistra nei confronti della democrazia; la nuova sinistra che coincide col sistema globale di potere politico, economico, finanziario e culturale è incompatibile col pluralismo, con le differenze, con la sovranità popolare, con le identità nazionali, con la libertà di pensiero e di espressione. Per sopravvivere quel sistema punta sulla regressione dell’umanità a livelli infantili, la vuole ridurre ad una poltiglia amorfa di produttori-consumatori, deve spengere la luce dello spirito perché non si riveli il disegno di morte che persegue, l’abisso verso il quale ci trascina.

  Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione

 

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