Stati Uniti d’Europa o Grosse Deutschland? Stampa
Scritto da PIER FRANCO LISORINI   
Stati Uniti d’Europa o Grosse Deutschland?

 Fra i cervelloni - così li ha definiti la conduttrice - ospiti della stucchevole trasmissione mattutina sulla Sette, spiccava qualche giorno fa  Cottarelli,  quello che nei salotti buoni viene alternativamente indicato come l’anti Conte, il perno di un’alternativa piddino-berlusconiana allo scombinato governicchio giallorosso  o il puntello capace di rimetterlo in sesto e di dargli concretezza e orientamento.

 


 

Personalmente in politica non do alcun credito a chi non è espressione di una volontà collettiva: in politica - dove la politica esiste - chi comanda è il popolo e i grandi uomini politici sono quelli che hanno saputo interpretare non solo i bisogni ma soprattutto le aspirazioni le idee e gli ideali nonché i progetti impliciti nello Zeitgeist e nel sentire popolare. Meno che mai mi fido degli economisti, che al massimo sono capaci di razionalizzare il passato ma quando si azzardano a fare ipotesi sul futuro prendono solo cantonate. C’è già un cicisbeo a Palazzo Chigi, che dio ci guardi dal mettercene un altro con un look diverso ma identica vanità. Detto questo, fra le idee sprigionate dal cervellone segnalo le riserve sul ponte sullo stretto (originali: “ci sono tante infrastrutture da sistemare, non è il momento”, lo pensa anche il mio barbiere), l’insulso giudizio sulla riduzione delle tasse: “ora non è il momento” - di nuovo! -“non si possono ridurre quando l’economia va male e c’è bisogno di soldi” (è vero il contrario: se l’economia è florida le puoi anche aumentare ma se arranca e la zavorri con le tasse vuol dire che la vuoi asfaltare), e su tutte le rivelatrici sentenze sull’Europa, le stesse che rimbalzano dai circoli renziani a Forza Italia. “Ora l’Europa c’è, a differenza di quanto è accaduto nel passato, ed è pronta a scucire soldi, ci inonderà con una pioggia di miliardi”. Magari, chiosa, arriveranno un po’ in ritardo, speriamo non troppo tardi, ma arriveranno e prepariamoci a metterceli in tasca. Certo, aggiunge il cervellone, tutto questo è bene ma sarebbe stato meglio e non ci sarebbero stati problemi di tempistica se avessimo avuto gli Stati Uniti d’Europa, una grande compagine statale capace di far fronte a qualunque emergenza e di essere protagonista nell’agone planetario. E questa è veramente una suprema sciocchezza, lo era prima della Brexit, lo è tanto più ora che il Regno Unito ha fatto fagotto e se ne è andato a braccetto col cugino americano.

 


Che i Paesi europei abbiano economie complementari o anche solo compatibili è falso, com’è falso che abbiano interessi internazionali comuni. L’Europa ha goduto di una secolare unità linguistica, culturale, religiosa e in qualche modo politica, ma quell’unità si è incrinata da qualche secolo, prima con l’affermarsi degli Stati nazionali, poi con la riforma protestante e infine si è rotta del tutto con l’abbandono del latino come lingua dotta, veicolare e soprattutto unificante. È vero che la rivoluzione scientifica e l’esplosione artistica fra rinascimento e barocco dettero vita a una forma di civiltà unitaria e fortemente caratterizzata  che fornì anche l’alibi per la sottomissione dei continenti extraeuropei e contrassegnò l’Europa come centro del mondo ma è anche vero che l’eurocentrismo non significò affatto maggiore coesione fra i popoli e i Paesi europei: al contrario, corrispose a un lungo periodo di conflitti interrotti momentaneamente dopo il congresso di Vienna del 1814 per dar luogo poi alle spaventose carneficine delle due guerre europee diventate mondiali. 


La “civiltà occidentale” è in origine la stessa civiltà europea, il segno della sua identità, ma si è rapidamente trasformata in una categoria dello spirito senza alcun significato politico o istituzionale; non ha nulla a che vedere con l’Ue, della quale non fanno parte né l’Inghilterra né la Russia, che a quella civiltà hanno contribuito in modo decisivo. Non solo: quella “civiltà occidentale” ormai non aderisce più in modo privilegiato all’Europa  o alla somma dei Paesi europei. Essa ha in sé una connotazione universale, direi extra territoriale, nella quale si riconoscono popoli e Paesi diversi e lontani. Il direttore d’orchestra giapponese che interpreta Mozart o Beethoven  non entra abusivamente in un territorio alieno ma  insiste a pieno titolo su un’area naturalmente sua così come, a un livello diverso, lo spettatore di un film che a qualunque latitudine si identifica col protagonista oltre la lingua e il colore della pelle. I tratti essenziali della civiltà occidentale sono ormai patrimonio e contrassegno dell’umanità tutta. L’Europa, insomma, non coincide più con l’Occidente: non avrebbe senso, oggi, parlare di una civiltà europea o di una cultura europea. Inoltre gli europei non riescono a comunicare fra di loro più di quanto non lo facciano con cinesi o pakistani: per farlo devono ricorrere all’inglese ma che tutti gli europei per essere e sentirsi tali debbano relegare la loro lingua nel cantino delle parlate locali non né plausibile né augurabile. Semmai se lo augurano gli stessi signori che foraggiano l’immigrazione clandestina - l’invasione - col miraggio di una società di anonimi consumatori sudditi ottusi del capitale finanziario mondiale, gli stessi che hanno inventato l’espressione “sovranismo” per screditare prima e demonizzare dopo l’identità nazionale politica e culturale dei popoli.


La religione la lingua e la razza sono fattori di coesione e di divisione: quella di una società multietnica, multiculturale, multi religiosa è un’utopia che può realizzarsi solo in condizioni del tutto eccezionali e sempre in modo instabile. Religioni diverse coesistono pacificamente solo quando prevalgono l’indifferentismo religioso e il riflusso nel privato; quando ciò non accade le diverse comunità si scannano fra di loro e quella minoritaria diventa oggetto di continue persecuzioni. Senza una lingua comune non c’è un comune senso di appartenenza: il caso della Spagna è a questo proposito esemplare. Quanto alla razza, la questione è malposta. Le caratteristiche somatiche possono essere marcatamente discordanti rispetto alla “normalità” senza che chi ne è portatore venga percepito come diverso e, al contrario, possono anche solo lievemente discostarsi da quella o addirittura rientrare all’interno della variabilità della popolazione - basti pensare alla sovrapponibilità di certe tipologie siciliane e tunisine - per essere percepite come aliene e pericolose. Fatto si è che viene investito di significato razziale - somatico - un insieme di tratti culturali e comportamentali non integrabile, come, nel caso dei rom, l’attitudine al furto e all’accattonaggio, l’indulgere all’alcol, il discutibile rapporto con le norme igieniche. Il problema negro, che periodicamente gli americani devono affrontare a casa loro, non sta nel colore della pelle, nei capelli crespi o a grano di pepe o nel naso camuso ma nel protrarsi di quelle caratteristiche culturali che hanno fatto dell’Africa un problema per il resto del mondo, un problema che la cecità o l’ipocrisia delle anime belle imputa al colonialismo, che, semmai, di quelle caratteristiche è stato la conseguenza: la mancanza di una coscienza civica, il permanere di una mentalità tribale, una concezione edonistica della vita. Il riscatto dell’Africa e degli africani non passa attraverso la musica o i campi di calcio né dagli interventi umanitari ma dalla interiorizzazione dell’etica del lavoro e delle norme che reggono il tessuto sociale, dalla consapevolezza che diritti e doveri dei membri di una comunità sono interconnessi. Sono tratti culturali, la razza non c’entra; chi insiste sul razzismo probabilmente è alle prese con i propri pregiudizi razzisti e cerca di combatterli oggettivandoli.

Gli Stati Uniti d’Europa sono un evidente calco degli Usa, un calco che non tiene conto  della circostanza che gli Stati americani nascono differenziandosi da un’origine comune, le colonie inglesi d’America, furono tenuti insieme  dal conflitto con la madre patria, si moltiplicarono artificialmente a mano a mano che il flusso migratorio dall’Europa spinse a cercare nuove terre, rafforzarono  la loro unità a costo di una guerra intestina lunga e sanguinosa e l’hanno mantenuta grazie all’affermazione di una lingua comune, l’inglese, e alle due guerre mondiali che hanno smorzato l’individualità e l’identità dei singoli Stati. Ma considerarli un modello di integrazione fra Stati all’interno di una istituzione statale superiore è piuttosto azzardato. Una volta esaurita la spinta imperialista verso l’esterno, proseguendo l’osmosi che ispanizza gli Stati del sud, ormai bilingui, e la carica eversiva degli afroamericani, che rimangono - salvo la minoranza irrisoria della borghesia nera - un corpo estraneo nella società americana, non mi sorprenderei se le forze centrifughe dovessero prevalere su quelle centripete. Panta rei, niente dura per sempre, e le ragioni del cambiamento - e dei sovvertimenti -  si trovano nel presente e sta a noi coglierle per renderlo meno inatteso e traumatico.


La diversità è irriducibile, fortunatamente, e resiste ai tentativi di omologazione. Gli uomini non sono tutti uguali, né come individui né come collettività: ogni popolo ha la sua specificità, che per l’umanità nel suo complesso rappresenta una ricchezza.  La differenza è il sale dell’esistenza, Laudata sii diversità delle creature, sirena del mondo!, cantava il Vate, da quella di genere a quella dei ruoli, delle funzioni e delle responsabilità. Ma cosa ci si può aspettare da gente convinta che la pari dignità fra maschi e femmine si realizzi annullando le differenze o imponendo le quote rosa in politica e che gli invasori debbano essere giustificati protetti e coccolati - sono disperati che scappano da guerre e da torture - perché neri. È evidente il maschilismo e il razzismo che alimenta quelle convinzioni: le donne sono inferiori, quindi bisogna assicurare loro un percorso speciale e dei posti riservati come si fa con gli handicappati, e sono inferiori i poveri negri, eterni bambini bisognosi di cure e comprensione da parte dell’uomo bianco, che combatte per loro perché non vengano violati i loro diritti, i diritti che una società giusta riconosce a chi da sé non ce la può fare.  Questo è il razzismo delle anime belle, che impone la censura sulla nazionalità dei responsabili di crimini, ha imposto l’oblio sulla sorte della povera Pamela e impedisce che si facciano pubblicamente due conti sui costi sociali ed economici, presenti e futuri, dell’invasione.


Il riconoscimento e l’accettazione dell’altro è la precondizione di ogni relazione autentica. Anche nel rapporto di coppia la fusione o l’identificazione sono deleteri. Quello che vale per gli individui vale anche per i popoli e per gli Stati: soltanto quando si riconoscano reciprocamente sovranità, autonomia, indipendenza e se ne rispetti la diversità sono possibili scambi fruttuosi e una autentica solidarietà. L’Europa è fatta di entità diverse che debbono orgogliosamente tutelare la loro diversità, che per il continente non è un pericolo ma una risorsa, a patto che non si cerchi di omogeneizzare o di egemonizzare. L’Europa degli europeisti, con tutto il loro proclamato orrore per le dittature del passato, mi sembra, dico mi sembra solo per attenuare il giudizio, il punto di arrivo della Grosse Deutschland sognata da Hitler. Per renderla perfetta basterà sostituire l’inglese con il tedesco. 

 Pier Franco Lisorini  docente di filosofia in pensione

 

  

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