SETTIMANALE anno XVII
n° 756 del 13 giugno 2021
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Trinchesvaine Stampa E-mail
Scritto da ALESSANDRO MARENCO   

Trinchesvaine

 Per dire che un lavoro era mal fatto mio padre diceva: “Alla trinchesvaine”. Non mi chiedevo, da bimbetto, cosa volesse dire. Era, quel modo di dire, entrato nel lessico famigliare, nel modo di parlare consueto. Così come non avrei mai chiesto perché “casa” si dice “casa”, o ancor più una tale persona avesse in sorte quel tale nome. Anzi: ricordo bene che da bambini si vive nella convinzione che quella tale persona non potrebbe portare nessun altro nome se non quello che gli era stato imposto. Franco, per dirne uno, era quel Franco lì, aveva un faccia da Franco, tale per cui da quel giorno, tutti i Franco che avremmo conosciuto ci sarebbero sembrati, per un attimo, degli usurpatori. Almeno fino all’adolescenza, triste età che cessa di far credere ai sogni.

In ogni caso i lavori “alla trinchesvaine” erano quelli fatti precipuamente da mio fratello e, ancor più, da me, in quanto piccoletto incapace.

Avevo deciso di ridipingere la bicicletta, ma non essendo pratico di vernici e pennelli e non volendo chiedere aiuto per evidente lunga sapienza innata, ridipinsi il veicolo col minio diluito con acqua (non si rida su certe disgrazie infantili: ero molto piccolo…). Il risultato fu tra l’esilarante e il disastroso. E visto che la funzionalità del mezzo non risultò compromessa, mio padre fu indulgente, e mi consentì di tenermela così com’era (appiccicaticcia e cangiante) fino a un’età indefinita nella quale avrei avuto diritto a un nuovo velocipede.


 

I ricordi non spariscono mai. Si seppelliscono sotto strati di altri ricordi, come pulviscolo depositato nel lungo tempo trascorso. A distanza di anni, mentre mi bevevo una birra in un locale, adocchiai la pubblicità della schiumosa bevanda, mi pare dicesse: “Lass dir raten, drinke Spaten”, il cui senso ignoro ancor oggi. Però una cosa la capivo: “Drinke Spaten” dove il verbo drinke, così simile all’inglese drink (anche dato il contesto) voleva dire evidentemente “bere” o “bevi”.

Qualcosa soffiò via la polvere dei ricordi per far riemergere il motto paterno: “Trinchesvaine” conteneva evidentemente quel verbo, mutata la D in T (per rendere il suono forse più italico) e legato attraverso una S a “vaine”, che in tedesco sarebbe la pronuncia del “Wein”, vino. E dunque Trinchesvaine si potrebbe tradurre, con precisione spannometrica, come “bevo vino”.

Chiesi ragione delle mie congetture a mio padre, il quale disse che sì, la cosa era andata più o meno così:

1944, Giusvalla. Mio padre aveva 14 anni. Di stanza in paese c’erano dei soldati tedeschi. Erano militari della Wehrmacht, non “teste di morto”, ma anziani paesani, parcheggiati in un paese, una sorta di presidio permanente in un luogo abbastanza rischioso, pieno di boschi e dunque di “banditen”.


I soldati se ne stavano abbastanza quieti. Governavano i cavalli e girovagavano talvolta per la campagna, di giorno e in gruppo, a cercare quel che sempre i soldati cercano.

Uno in particolare, ricorda mio padre, era particolarmente socievole, desideroso di contatto. S’era fatto capire: anche lui era un contadino, proprio come loro qui. Cercava da mangiare, cercava vino: “Drinke weine” appunto. Probabilmente si trattava di una sorta di “buon soldato” alla Sc'vèik, un po’ tonto perché lo era, e un poco perché era più conveniente farsi passar da tonti. Sicuramente doveva essere un frondaione, come si dice in dialetto, cioè persona dannosa senza volontà, distratta e grossolana, ma non malvagia. Tutto sommato il ritratto di questo anziano soldato era ammantato da un’aura positiva, nonostante fosse un tedesco armato, dunque un invasore pericoloso.

Ben diversi furono quei tedeschi che vide mio padre, poco tempo dopo, sbucare in lunga fila fianco a fianco, dai cespugli lungo il fiume Valla. Lui e suo padre, mio nonno, stavano cavando nel campo di granone. Quando vide quei soldati, ben più armati, giovani e aggressivi, a mio padre prese un gran bisogno di scappare. Fortunatamente mio nonno aveva esperienza di guerra, la Prima. Bloccò mio padre, gli disse di continuare a fare il suo lavoro come niente fosse. Tremando e sudando, consapevoli del rischio, i due continuarono a dissodare il granone.

Vennero superati dalla linea del rastrellamento, in silenzio. Non si incrociarono gli sguardi. Quegli stessi tedeschi procedettero poi all’arresto di alcuni ritenuti ribelli e all’incendio di alcune povere case di contadini, poco più in alto.

Questa storia, oggi, mi fa pensare al potere perforante e perdurante delle parole, e alla loro capacità di portarsi dietro tracce e storie sedimentate. E poi mi viene in mente un’altra cosa, di gusto più sofistico, se vogliamo, ma qui la sottopongo al lettore,  perché mi pare interessante.

Nel Genesi si legge della città di Sodoma e della decisione di Dio di distruggerla, perché troppo e troppo gravemente s’era allontanata dalla Legge. Dio disse ad Abramo che l’avrebbe risparmiata se solo avesse trovato dieci giusti nella città. Il racconto ci dice che Dio, quella volta, non trovò altri se non Lot e la sua famiglia, troppo pochi per salvare l’intera città, che fu infatti distrutta da una pioggia di fuoco e zolfo.

Mio padre mi ha insegnato a non odiare i tedeschi come responsabili degli orrori della Seconda Guerra. Non tutti i tedeschi l’avevano voluta, non tutti i tedeschi erano “teste di morto”, non tutti i tedeschi meritavano d’essere assimilati ai nazisti.

I soldati come Trinchesvaine saranno stati più di dieci, e con la loro esistenza non malvagia, forse giusta, comunque non nociva, contribuirono a far sì che la Germania intera non sarebbe stata annientata.

   ALESSANDRO MARENCO

 

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