SETTIMANALE anno XVII
n° 757 del 20 giugno 2021
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Perchè non si deve temere la morte (Prima parte) Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   

 

PERCHE’ NON SI DEVE TEMERE LA MORTE (I)
(Considerazioni in margine al libro di Giorgio Girard 
Monos: liberare la morte dalla paura. Viaggio ai dintorni del nichilismo e dell’eternoRubbettino Editore, 2015)
PRIMA PARTE

    Perché abbiamo ancora paura della morte, nonostante il tetrafarmaco di  Epicuro, quando basterebbe riflettere sulla natura umana e sui suoi limiti invalicabili  per accettare l’ineluttabilità della fine di quella che i Greci chiamavano bìos, cioè la vita individuale la cui negazione  è thànatos, e che è pur necessaria alla zoè, cioè  la vita in sé, la vita di cui partecipano tutti gli esseri viventi in natura, e che, in quanto tale, non ha mai fine: muore il singolo, non la specie a cui il singolo individuo appartiene.


 Ma se il singolo muore significa che non è eterno, e non essere eterni significa che il nostro tempo ha un inizio, una durata (breve) e una fine: oggi ci siamo e domani chissà, anzi, se un ente che prima non c’era e ora c’è ma presto (che cosa sono anche cento anni di fronte all’eternità?) non ci sarà più, secondo Parmenide non ha una vera sostanza, è come una parvenza che sorge dal nulla e al nulla ritorna; il vero essere non diviene ma è sempre uguale a sé, identico a sé, uno, immobile e indivisibile. Ciò che diviene non è. Se solo l’Uno è, allora significa che il molteplice non è altro che un inganno dei nostri sensi che colgono i fenomeni, cioè le apparenze, ma non la vera realtà delle cose. Questa breve premessa  mi è parsa necessaria alla comprensione del pensiero di Giorgio Girard riguardo alla vita quotidiana (il divenire), quindi alla storia e ai costumi, cioè alle modalità comunicative e comportamentali di quello che Aristotele definisce “politikòn zòon”, cioè l’uomo che si distingue dagli altri animali in quanto vive in società e quindi comunica tramite il linguaggio,  con gli altri animali politici e parlanti che abitano la polis; riguardo all’eterno (l’essere), e all’oscillazione degli enti  tra l’essere e il nulla.  La prima citazione che incontriamo nel libro di Girard è proprio un frammento del poema Sulla natura di Parmenide di Elea: “Tutto l’ente che ha carattere antitetico non ha essere. A possedere essere è soltanto l’Uno che sta prima delle antitesi”.


Ecco, vediamo qui delineata la traccia su cui si svolgerà tutta la complessa tematica di questo affascinante (ma anche arduo) viaggio tra l’essere e il nulla, o meglio, secondo la terminologia dell’autore, tra il nichilismo e l’eterno, attraverso i problemi dell’identità e dell’alterità, del soggetto rappresentativo e della psicologia debole, della violenza della metafisica e il nichilismo del niente, dell’essenza della tecnica e dei treni ad alta velocità, dei talk show e dell’altercasting  e, infine, del ludibrio del vivere e l’eterno, per citare i titoli di alcuni paragrafi che danno l’idea della vastità e della complessità degli argomenti trattati. La seconda citazione che segue immediatamente alla prima è tratta dal saggio di Antonio Damasio su Spinoza: “La sua vita e la sua filosofia confluirono in quello stato di perdurante felicità che per lui coincideva con l’umana salvezza”. Queste due “battute”, come le chiama l’autore, segnano come il punto di partenza e il punto di approdo, non certo definitivo, della navigazione girardiana tra il Monos e l’antitetico dualismo che caratterizza il nostro vivere quotidiano, definito dall’autore “ludibrio del vivere”. Ma perché ludibrio?  Che cosa c’è di così tremendo nel dualismo del nostro mondo storico, politico, economico, sociale e, oggi, anche massmediatico? Spiega Girard: “La prima frase, solo apparentemente così ‘ermetica’ da apparire incomprensibile, presuppone uno stato pacificato, una conciliazione precedente all’immissione in uno sconvolgimento carico di insidie, uno stato problematico di un vivere – appunto antitetico e che in questo libro chiamiamo ‘dualistico’, o anche ‘metafisico’ – che invoca un superamento, come ritorno a una condizione conciliata.

La seconda frase ricorre a un grande esempio di vita vissuta all’insegna di un rapporto con quei segni speciali interni con cui la filosofia sa in certe persone soccorrere la vita”. Come dire che la filo-sofia è qui intesa come metodo (o via) e come mezzo (o cura) così per il saper vivere come per il saper morire. In questo sapere non vi è niente di astratto: “Eterno e ludibrio del vivere sono infatti punti di riferimento centrali per un libro che punta in svariati modi al superamento del contingente appunto secondo un eterno inteso come Monos”. Ora la parola greca monos è un aggettivo che significa “unico” e anche “solo”, da cui derivati come monismo e monade, e parole composte come monoteismo, monogamo, monocorde…ecc. Per Girard: “Questo termine che in certo modo incorona il titolo esprime un punto d’arrivo che compone le disarmonie che la vita implica in un abbraccio complessivo pacificatorio, conciliazione affidativamente durevole in quanto modellamento interiore costruito poco a poco e che riesce a smontare in gran parte quelle piccole o grandi avversità che costellano la vita vissuta e che tanto spesso appaiono barriere insuperabili”.

Tra le barriere apparentemente insuperabili che costellano la vita vissuta Girard annovera “la regola del duale che accerta ogni identità attraverso la sua ‘distinzione dall’altro’. Infatti il ‘due’ del dualismo regola tutta la scena del nostro vivere esteriore, nella presenza delle persone e delle cose che vediamo attorno a noi…”. Ma il dualismo che determina tutta la nostra vita di animali politici, parlanti e, ora, anche mediatici,  costretti a muoverci nelle spazio culturale delimitato  dall’orizzonte tecnologico, contiene in sé il germe (Sartre direbbe il verme) del conflitto, in quanto “al polo più estremo di questo rapporto duale ci sta il conflitto, la guerra, col che s’intravede già abbastanza bene perché impieghiamo il concetto di ‘ludibrio’ quasi come un inemendabile destino, e quindi da accettare”. Già, ma come è possibile accettare che la nostra vita quotidiana, con le sue relazioni sociali ed economiche, le sue scelte ideologiche e religiose, i suoi ideali e suoi loisirs, quindi i con i valori (o disvalori) su cui si basano i nostri comportamenti, e, in definitiva, la nostra moralità (o amoralità),  non sia altro che beffa, inganno, farsa e vergogna? Per Girard è possibile, ma a condizione  di accedere “alla consapevolezza che il Monos conferisce”.  Si tratta quindi di capire come è possibile accedere a questa consapevolezza.

(Continua)

 FULVIO SGUERSO

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