SETTIMANALE anno XVII
n° 757 del 20 giugno 2021
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Il magone Stampa E-mail
Scritto da MILENA DEBENEDETTI   
 
Il magone
 Si era nel 2013. Al comizio in piazza Sisto IV per le elezioni politiche, una marea di gente era venuta ad accogliere Beppe Grillo e ad ascoltare i candidati.

Mi ritrovai su quel palco, a spiegare la mia esperienza di consigliere comunale iniziata due anni prima. Raccontai che non avevo alcun particolare interesse per la politica, men che meno per la carriera politica, ma che come cittadina sentivo il dovere di partecipare direttamente, di portare il mio contributo costruttivo, perché ero stufa di farmi venire solo il magone leggendo i giornali.


Quella frase fu accolta da un grande applauso. Evidentemente non ero, non sono l’unica ad essere colta da un senso di frustrazione, di rabbia, di impotenza e incredulità leggendo certe notizie sulla cronaca cittadina: l’arroganza di certi poteri, la propaganda, le spiegazioni a senso unico, le devastazioni che nessuno vuole e che non portano alcun beneficio alla comunità, messe lì come inevitabili, ineluttabili, implacabili, mai tramontate definitivamente. Nessuna speranza: una speculazione, un pasticcio, un’opera inutile, prima o poi s’ha da fare, a costo di attendere per anni, per decenni, senza alcuna possibilità di trovare, studiarsi e fare accettare una soluzione migliore, che accontenti chi vuol guadagnare e chi vuole evitare scempi.

Neppure ora che una crisi, ben più lunga, pesante e meno reversibile di quanto si creda, sta frenando alcuni progetti, si coglie l’occasione per un ripensamento e un cambio di rotta.

Niente da fare, il sistema non è in grado, procede col pilota automatico, al massimo rallenta, si ferma, aspetta che qualcuno tolga il tronco caduto sui binari, ma deve andare avanti, comunque.

Fino alla fine dei binari e al burrone in cui, da bravo lemming disciplinato, cadrà a precipizio con tutti i vagoni.

Nessuna possibilità di fermarsi, di invertire la marcia, di mettersi in salvo deviando su un altro binario sicuro.

A meno che non siano in tanti, ad accumulare tronchi e a indicare un’altra via, a impedire al locomotore di procedere oltre…

Come mi sento, dopo quattro anni e mezzo? Ho ancora il magone?

Certamente sì. A volte è accentuato, anzi, perché se prima leggendo un titolo-mazzata prevalevano abbattimento e senso di impotenza,  ora c’è anche l’ansia di fare comunque qualche cosa, il carico della responsabilità.


Ma c’è anche speranza e senso propositivo. In molti cominciano ad accorgersi del burrone, a segnalare. I tronchi caduti danno ancora un po’ di tempo. Non molto, ma c’è.  La crisi per quanto deprimente può trasformarsi in alleata. Il tono dei media è lentamente cambiato, volenti o nolenti devono dare spazio a più voci, perché se vogliono vendere qualche copia e affrontare la concorrenza della rete non possono fare i bollettini dei poteri forti. Non più.

La consapevolezza sta crescendo, anche i cittadini meno attivi, critici e impegnati, ormai di fronte al fatto compiuto si rendono conto dei tanti concreti disastri di questa città, della confusione amministrativa e dell’attuale sbando del PD e dei suoi esponenti, ridotti a guerra fra bande e penose diatribe aggrappate alla seggiola, commissariati in tutti i sensi, come epitaffio al loro fallimento politico.

Già, perché sono privi delle linee guida  e del sostentamento della speculazione, nell’attuale stato di crisi,  sono sotto il peso evidente e concreto dei risultati di diverse amministrazioni fallimentari, mentre sono venuti meno o sempre più scricchiolanti i tradizionali canali dell’attivismo partitico, i principi di forma e di facciata su cui sorreggersi, la dialettica destra sinistra. Non è proponibile quando si governa insieme su scala nazionale e si porta avanti un’unica politica di stampo liberista, quando a livello locale l’assenza di opposizione del centro destra è ormai plateale, con veri e propri passaggi armi e bagagli nel campo avversario,  e debolezza di argomenti propri di chi resta. Il tutto suggellato da  delibere fotocopia di amministrazioni di senso opposto, se mai qualcuno avesse dei dubbi. E il poco che resta, di diverso, di idee, relegato a folclore per creare dibattiti fasulli.

Su tutto, una serie di spade di Damocle mica da ridere, catastrofi in corso, o annunciate, o sempre meno evitabili. Fare lo slalom fra tutto questo, giocare di promesse e rimandi sperando che l’elettore dimentichi e voti per appartenenza,  per poi ripartire allegri a giochi fatti, è veramente arduo.

Perché le minacce sono tante, l’appartenenza sempre più sbiadita, la credibilità ai minimi storici. Al massimo si può sperare in un elevato assenteismo. Che infatti, ormai, a tutti i livelli, è sempre più auspicato e incoraggiato.

Fateci caso, pensate alle recenti polemiche fasulle sul caso Quarto: i partiti non si sognano più di negare il loro degrado, gli esponenti arrestati o indagati, le accuse, la corruzione. Al massimo tentano disperatamente di dimostrare (cosa per il momento e per fortuna, non vera) che il M5* non è migliore, è COME LORO. 

E cos’è questo, se non puntare disperatamente all’assenteismo, al disinteresse dei cittadini,  per continuare a mantenere il potere?

Permettetemi una nota, tra l’altro. Mi sento fra i pochi che, quando criticano e denunciano, non stanno facendo demagogia politica né approfittano delle debolezze avversarie nel solito gioco della dialettica fine a se stessa. Né mi si può rinfacciare il “facile parlare ora a cose fatte” o  “voi come avreste fatto”.

Perché esistono pagine e pagine di note, commenti, articoli di Trucioli Savonesi, sugli argomenti più disparati, e più tardi, di interventi consiliari, dove io come tanti altri siamo stati facili cassandre di disastri annunciati.

Facili profeti. Solo chi era completamente fuori dalla realtà delle cose, in buona o cattiva fede secondo i casi, poteva ignorare il buon senso dell’evidenza e della logica, e affidarsi alle direttive di poteri superiori. Solo chi governava la città non in nome dei cittadini e del bene comune, ma in nome di altri piani e idee, poteva procedere ignorando le conseguenze.

Vogliamo citarne brevemente alcune, di queste facili previsioni?

  
Darsena, complesso alla foce del Letimbro, progetto Margonara

Che lo scempio della Darsena avrebbe stravolto e messo in difficoltà un quartiere che stava lentamente risorgendo con un interessante esperimento di recupero e nuova vita.  Che si sarebbe trasformato in una teoria spettrale di vetrine e spazi vuoti, con affitti e costi improponibili. Del tutto sovradimensionato.

Che la speculazione alla foce del Letimbro era bulimica, insensata, priva di una ricaduta positiva pubblica, che si sarebbe potuto chiedere e pretendere almeno un uso migliore dell’edificio della vecchia centrale, che so, auditorio, biblioteca, centro sociale di quartiere, e non rimandare alla fine l’unica parte interessante dell’intera operazione, ma realizzarla per prima. Altri loft e spazi commerciali, una follia insostenibile, un’offesa ai cittadini. E difatti ora è tutto fermo.  E gli oneri appiccicati? Una rotonda del tutto inutile,  delle aiuole con alberelli che stanno già morendo,  un’altra rotonda necessaria, sì, ma priva della sicurezza sufficiente.

Che tre centri commerciali nel giro di tre chilometri sono troppi. Non portano vantaggi all’economia cittadina, all’equilibrio urbano e alla qualità della vita in genere, ma producono desertificazione commerciale del centro e delle periferie,  una sorta di concorrenza difficile da sostenere, maggior traffico inutile di auto, omologazione squallida verso il basso dell’offerta, e poi finiscono per cannibalizzarsi fra loro.

Che la speculazione di parco Doria è eccessiva, prima di costruire capannoni enormi bisognerebbe programmare in funzione della domanda.  Lo scheletro orrendo di Lavagnola insegna. Che la bretella al confronto è ridicolmente sottodimensionata, e le rotonde pericolose.

Che le piste ciclabili dovrebbero essere sicure, collegate e portare da qualche parte, nell’ambito di un piano razionale, e non buttate lì a pezzetti tanto per spendere gli oneri.

Che la bocciatura tardiva e pasticciata, da parte della Regione di Burlando, del porto della Margonara non metteva affatto la parola fine al progetto, pronto a risorgere dalle sue ceneri già solo con la delibera comunale che, fra le righe,  fingendo di approvare non lo ripudiava affatto.

  
Il Gabbiano, le Officine, il molo884 (3 centri commerciali in 3 Km)

Che il ruolo dell’Autorità Portuale avrebbe prodotto nuove spese inutili, nuove decisioni arbitrarie e nuovi scempi per la città, se non contrastato in qualche modo. Che piuttosto di continuare a opporsi alla riforma dei porti nel nome e per conto di questo potere assoluto e incontrastato, per chiedere umilmente di continuare a esserne oppressi, si sarebbe dovuto chiedere e pretendere un ruolo più attivo delle amministrazioni rappresentanti dei cittadini, nelle decisioni che li riguardano, sia dal punto di vista strategico, sia ambientale e logistico, sia economico, con almeno una parte del gettito portuale che produca veri benefici e ricadute per la comunità e i cittadini, e non opere inutili a maggior gloria del califfato.

A questo avrebbe dovuto e potuto tendere una vera riforma. Invece sapete dove si andrà a finire? Altra facile previsione: verso la privatizzazione, perché non sia mai che qualche potenziale  fonte di guadagno e di benessere rimanga in mano pubblica. Ai cittadini devono restare i fumi e i disagi della portualità,  ai privati gli affari. La Grecia, del resto, è dietro l’angolo, e anche noi dopotutto siamo un Paese in saldo.

Che l’Aurelia bis era un un’opera folle, uno scempio, un costo enorme in cambio di ben poca cosa,  che avrebbe incontrato problemi per la realizzazione, messo in pericolo il territorio, e  richiesto aggiustamenti a posteriori destinati a essere rimedi anche peggiori del male. Provate anche solo a pensare, con tutti quei soldi, cosa si sarebbe potuto fare, per il trasporto pubblico, per opere meno invasive, per tanti piccoli interventi a risoluzione e miglioramento della viabilità, incoraggiando percorsi virtuosi.


Lavori per l'Aurelia bis

Che concentrare tutti gli investimenti in nuovi impianti sportivi e in limitati abbellimenti posticci, in un Comune già fortemente indebitato, avrebbe accontentato forse alcune clientele ma non prodotto quelle ricadute positive che almeno una parte degli investimenti pubblici dovrebbero e potrebbero produrre, per giustificarsi: sul turismo, sulla cultura, sull’economia cittadina.

Eccetera. Ma i rimedi, a tutto questo, ci sono? Certo l’avanzamento e il fatto compiuto, il peso di scelte, decisioni realizzazioni, non si può cancellare.  Si può dare il senso di una inversione di tendenza. Fermare tutte le varianti al PUC, rivedere il PUC stesso che appena approvato non aveva già più senso. Fermare il progetto del Crescent 2 e il definitivo scempio del lungomare con ogni mezzo possibile. Fare un uso migliore degli oneri di urbanizzazione.

Creare veri progetti integrati di utilizzo dei fondi europei e regionali, che non li sprechino più in opere insensate o non necessarie, che non vengano rimodulati e pasticciati in corso d’opera, o addirittura lasciati scadere per incapacità progettuale.

Per Margonara, proporre alternative e prepararsi a fare ogni resistenza legalmente possibile, da parte del Comune. Appellarsi alla lettera della sentenza e rispettare solo quella, non una briciola di più, trovare ogni scappatoia burocratica e ambientale facendo tutto l’ostruzionismo necessario per rendere meno appetibile un’opera già di per sé folle e oltre ogni tempo massimo. Ma soprattutto e per la prima volta, dire chiaramente da che parte si sta, proclamare definitivamente che questo porticciolo in quella zona non lo si vuole, e basta.

Per il commercio, studiarsi una politica diversa, un piano integrato che incoraggi l’iniziativa e premi la diversificazione, che impedisca la desertificazione, e soprattutto smetterla di favorire solo i centri commerciali, che devono reggersi, se ce la fanno, sulle loro proprie gambe, magari diminuendo gli affitti di negozi e facendo guadagnare meno chi ci ha speculato. E smetterla con l’invasione dei mercatini e pseudo mercatini, di scarso o dubbio valore aggiunto, per incoraggiare piuttosto idee diverse e originali, mercati del riuso, baratto o simili, aumentando il giro di persone in città a vantaggio di tutti, senza affossare definitivamente ciò che resta con una concorrenza sleale.

Solo alcuni spunti, alcune idee, anche criticabili o migliorabili, per carità, e nessuno pretende che sia facile cambiare. Ma gli esempi virtuosi ci sono, basta cercarseli, in giro per l’Italia, e copiare bene.

Soprattutto, indispensabile premessa, basta volerlo. Basta amministrare in nome, per conto e con la collaborazione dei cittadini, e non preoccupandosi di lobby, interessi di categorie, futura carriera politica. Di questi amministratori e di chi si candida a succedergli, nel solco del pregresso, ormai siamo ampiamente sicuri di come la pensano.

Se tutto questo non ci sta più bene,  dobbiamo poter cambiare. Soprattutto, chi ha avuto, come me, per troppo tempo quel nodo alla gola, quel magone, potrebbe iniziare a pensare che può fare qualcosa, insieme a tanti altri,  per spazzarlo via, e far sì che da domani si leggano sui giornali tante cose nuove, tante cose positive, finalmente, per la nostra città. Che rimane nonostante tutto ancora viva, bella e piena di opportunità nascoste. 

Milena DebenedettiConsigliere Movimento 5 Stelle Savona

 

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