SETTIMANALE anno XVII
n° 752 del 16 maggio 2021
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LA FIERA DI SANTA LUCIA Stampa E-mail
Scritto da Hiselo   
 
LA FIERA DI SANTA LUCIA

Nelle scorse settimane ho cominciato ad abbozzare più di un pezzo sugli argomenti di attualità, politica e squallida umanità che hanno offuscato le cronache dei nostri giorni, l’elenco, che sicuramente potrete immaginare, ve lo risparmio anche se riguarda temi sicuramente ghiotti per un tuttologo; devo  però confessare che non mi è riuscito di produrre nulla vuoi perché il susseguirsi delle notizie è stato tale da rendere quella sulla quale mi soffermavo tanto inflazionata quanto superata, vuoi soprattutto perché il concentrarsi nel loro esame mi provocava una serie di spiacevoli effetti curabili solo con massicce dosi di antiemetici e di antidiarroici, ad una certa età la salute innanzi tutto!

Ecco allora un argomento di costume e di attualità prenatalizia, certo esiste il rischio della banalità e della retorica insita nei ricordi, tuttavia sono quasi sicuro che riuscirò a stimolare il dissenso anche con un argomento all’apparenza così innocuo forse, come vedremo, perché nasconde un passato sconosciuto a molti specie tra i meno anziani o i foresti.


Dopo avere comprato come d’obbligo torrone e noccioline tra uno spintone e una fugace occhiata agli altri banchetti mi sono chiesto per quale motivo in quel fiume di persone, molte delle quali venute da lontano ad arricchire l’atmosfera di festa, avvertivo uno spirito diverso dai soliti mercati, mercatini, e mercatoni che animano la nostra città, e già il fatto che la animino è positivo.

Uno spirito diverso, dicevo, una sorta di voglia di partecipazione che testimonia, spero, il persistere magari inconscio di antiche tradizioni dure fortunatamente a morire anche se le merceologie non sono più quelle di un tempo alle origini tipicamente povere e rigorosamente autarchiche, ma questa è una vecchia polemica dalla quale voglio tenermi lontano.

Insieme a molte altre merci proprie della tradizione sono sicuramente scomparse dalla tradizione anche le ballette, se non ricordo male le chiamavamo più o meno così, una specie di pallina da tennis di pezza multicolore piena di segatura e legata da un robusto elastico che aveva uno scopo preciso: le ragazze ma non per una violenza fine a se stessa ma per un altro motivo, discutibile fin che si vuole come metodo ma facilmente intuibile come finalità, allora comunicare era infatti più difficile e lo si faceva in modi sicuramente bizzarri per i canoni del giorno d’oggi.


Ma le ballette erano pericolose specie per gli occhi delle vittime ed allora il mercato sostituì quell’attrezzo con clave e mazze ferrate di plastica, più innocue ma meno efficaci, ma la cosa durò poco e così le bande dei giovani picchiatori si sciolsero in pochi anni perché era stato finalmente stroncato il mercato delle loro armi, altri e ben peggiori mercati li avrebbero presto blanditi.

Ma da cosa nascesse quel modo quantomeno discutibile di vivere la festa me lo sono chiesto lo scorso sabato senza trovare una risposta, sicuramente non da usanze in voga alcuni decenni precedenti sia perché dalle nostre parti quei rozzi sistemi di persuasione furono a suo tempo stroncati con metodi altrettanto persuasivi, sia perché alcuni di noi, allora adolescenti, l’olio di ricino lo avevano consumato, anche se pur sporadicamente, ma sicuramente non lo somministravano, e allora?

Forse la risposta è semplice ed affonda le radici in un passato di relazioni di coppia più o meno remoto ma proprio per questo è consigliabile non avventurarsi in un terreno che potrebbe diventare scivolosissimo, meglio allora tornare ai ricordi di una lontana giornata del 13 dicembre di un  giovane bellicoso.


Sbarcati sul corso per prima cosa si andava al banchetto dell’armaiolo e, una volta completato l’arsenale, ci si radunava in bande più o meno numerose e agguerrite e si cominciava la battuta di caccia, fortunatamente la selvaggina abbondava, e qui sorgerebbe spontanea una domanda che però mi guardo bene dal porre per più che intuibili motivi sempre a proposito di pendii ghiacciati, decenni di alpinismo qualcosa mi hanno insegnato.

Spesso le vittime si aggregavano in dispositivi difensivi molto efficaci ed allora la tattica di battaglia consisteva nell’attaccare le prede in prossimità dei portoni, spingervele dentro, e accerchiarle tagliando loro ogni possibilità via di ritirata; a quel punto si menavano i fendenti e spesso la mano libera dall’arma cercava di correre dove non avrebbe dovuto, tuttavia non sempre la cosa andava liscia infatti le amazzoni, a loro volta altrettanto bene armate e perfettamente addestrate, passavano spesso al contrattacco ed alcune, le più smaliziate, menavano anche dei colpi proibiti persino nelle più virili tra le lotte.

Mi rendo conto che molti benpensanti inorridiranno nel leggere questa breve cronaca di guerriglia urbana da adolescenti di cui forse ignoravano l’esistenza, forse dovrei vergognarmi di esserne stato tra i protagonisti ma onestamente non ci riesco, era tradizione e le tradizioni si dovevano rispettare; è tuttavia probabile, anzi sicuro, che in alcuni casi a quei turbolenti incontri ne siano succeduti altri più duraturi nei quali i ruoli si sarebbero invertiti.


Alcuni di quei picchiatori in erba, insieme alle loro vittime, avrebbero poi fatto il sessantotto con tanto di bastonate vere date e prese in egual misura, altri animati da ardori diversi da quello rivoluzionario avrebbero successivamente vissuto il sessantanove, altri ancora entrambe le esperienze, ma a quei tanti ormai non restano oggi che sfumati ricordi.

La conclusione non può che essere scontata: il passato è soltanto un film la cui trama sbiadisce ogni giorno di pari passo con la inesorabile moria dei neuroni che custodiscono i singoli fotogrammi; quanto al presente, mi ripeto, è roba da curare con antiemetici ed antidiarroici, a proposito come deve essere triste per gli ex sessantottini ( quelli veri non i soliti goliardi da assemblea o da 18 politico ) constatare di averle date e prese per niente visti i risultati.

Infine il futuro, quello felice,  che ascolto solo dai vaticini del divino Otelma che ci onora della propria saggezza parlandoci in un aggeggio antidiluviano di comunicazione che allora chiamavano radio, un tramite mediatico antico, secondo solo allo scrivere, che privilegiano entrambi il pensiero e la parola rispetto alla sola vanità dell’apparire sotto il cui manto la menzogna e l’ipocrisia, in altre parole le balle spaziali, si mimetizzano meglio.

A proposito divino maestro devo scusarmi con Ella se si fosse sentita ingiustamente accostata ad altre categorie di profeti che oggi vanno per la maggiore e che al posto della sfera di cristallo, un aggeggio antico ma affidabile e collaudato, si illudono di rendere credibili le loro fanfaluche  raccontandoci ossessivamente soltanto quella dell’uva infarcita di numeri, tabelle, riforme, sondaggi e teorie che, con la verità del poi, vengono sistematicamente smentiti, purtroppo in peggio.

Alla prossima,

     Hiselo

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