SETTIMANALE anno XVII
n° 752 del 16 maggio 2021
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L’infinito come limite dell’indecenza Stampa E-mail
Scritto da Hiselo   
La metà di zero è sempre zero
L’infinito come limite dell’indecenza

Volevo tacere e lasciare perdere l’austero collegio docenti che ci governa ma non ci riesco, ho appena pagato l’IMU e le loro lezioni mi risultano ogni giorno sempre più indigeste; ho abbozzato da tempo questo pezzo ma sono però costretto ad aggiornarlo in continuazione con le ultime novità che il commentare senza dover ricorrere al peggior turpiloquio da caserma non è sempre cosa facile, vediamone alcune.

 Sicuramente emblematico un paio di mesi or sono il tentativo di togliere persino ai disoccupati il diritto all’esenzione sui ticket sanitari, una ottima idea poi annullata da un contrordine compagno dell’ultima ora con la scusa del refuso sperando così di cavarsela a buon mercato; alla faccia del refuso che qualcuno avrà pure pensato prima di scriverlo, il negarlo sarebbe come sostenere che un computer potesse avere stampato una pagina word senza nessuno alla tastiera: oltre che ai miracoli dell’informatica c’è anche un limite alla decenza ed alla credulità popolare, il cui abuso è pure un reato.

Restando sempre in tema di emblemi ecco comparire un paio di altri autorevoli membri della rigorosa congrega che se ne escono con l’idea di licenziare una qualche migliaia di dipendenti pubblici, militari compresi; questi signori hanno ragione ad invocare l’ equità visto che predicano  a gran voce anche il licenziamento di altre migliaia di occupati del settore privato, il tutto mentre falliscono, se non peggio, molti, troppi, piccoli e medi imprenditori; quello che è bello che nel frattempo questi austeri personaggi ci promettono una crescita che dovrebbe cominciare licenziando in massa, una cosa che appare ai più un ben strano modo di crescere ma forse i cattedratici di chiara fama al contrario delle plebi di altrettanto chiara ignoranza pensano a sviluppi diversi: anche la miseria può infatti crescere.

Pensando a quegli sventurati imprenditori mi sono sempre chiesto per quale motivo i creditori del nostro debito pubblico sono sacri e vanno pagati a qualunque costo mentre quelli che sperano di incassare ciò che loro spetta da quello stesso stato possiamo tranquillamente ignorarli, e magari pure rovinarli, in fin dei conti sono anche loro pur sempre dei creditori anche se molto meno privilegiati, e su questo non ci sono dubbi.

Quegli stessi professori, sempre pronti a darvi lezioni, si guardano bene dallo spiegarvi il perché di questa strana faccenda che assomiglia molto a ciò che i giuristi chiamano bancarotta preferenziale, una fattispecie che per i comuni mortali è reato ma che diventa lecita se ad essere debitore è quello stato che vorrebbero fondato sull’equità, alla faccia della par condicio creditorum.

La legge non lo prevede, con questo argomento gli accademici hanno così velocemente liquidato chi proponeva di compensare crediti e debiti con quello stesso stato, affermazione corretta infatti i motivi di questa iniquità pare si trovino stampati sulle pagine della gazzetta ufficiale con tanto di firme ed autorevolissimo sigillo reale; ricordo però a quei tali che le leggi che non piacciono pare si possano cambiare in un batter di ciglia, magari nottetempo e zitti zitti, gli esempi sicuramente non mancano: non ultimo il caso pensioni con tanto di coda di esodati, una strana categoria di privilegiati nata dalla fantasia di chi forse ha sbagliato quei conti che oggi rinfaccia ai giovani di non sapere fare.

Queste ed ad altre brillanti sortite mi hanno fatto nascere il sospetto, sai che scoperta direbbe qualcuno, che oggi regna una misteriosa corporazione non passa infatti giorno che qualcuno dei suoi adepti non si domandi cosa pensino banche e mercati, del pensiero dei cittadini pare invece freghi loro molto meno anche perché nessuno sembra volere chiedere alle plebi un parere e un giudizio; a proposito ma siamo proprio sicuri che l’anno prossimo la Maestà Nostra Illustrissima ci chiamerà al voto?

Il nuovo credo al quale tentano ossessivamente di convertirci non lo si insegna nei Seminari o nei Monasteri ma nelle Università più prestigiose dove i sommi sacerdoti non vi promettono altre vite oltre a quella che avete che basta e avanza, anzi non promettono altro che sacrifici e ancora sacrifici mentre predicano il verbo universale del nuovo mondo globalizzato a quanti vorrebbero fedeli di una setta che conta seguaci, troppi seguaci, anche tra le confessioni che magari predicano la carità come prima tra le virtù teologali.

 

L’idea non è però nuova già in un tempo lontano infatti un popolo in cammino ebbe un momento di sbandamento e si mise ad adorare un vitello d’oro, Il Libro ci racconta come andò a finire ma sembra che quella dura lezione sia servita a poco: abbiamo la memoria troppo corta e lo spread troppo alto.

 

Nel nome della nuova novella ci nascondono i misteri di un sistema che sposta con un click sul mouse immense ricchezze dove conviene al momento, un dove che spesso coincide con luoghi dove l’uomo è soltanto un fattore produttivo  per il quale l’equilibrio domanda/offerta altro non è che una pura astrazione teorica, ma ai sommi sacerdoti questo poco importa: lo chiamano mercato globale, in fin dei conti lo hanno inventato loro e non mancano di predicarlo ad ogni piè sospinto come il bene assoluto.

Tempo fa un vescovo di quelli veri, con tanto di mitria, ha timidamente ricordato che l’uomo non è una merce, quel buon pastore non l’hanno nemmeno c….to,  pardon, le sue parole non hanno trovato la giusta eco neppure tra quelli che se lo incontrano con somma deferenza si chinano a baciargli l’anello, salvo poi tornare di corsa ai loro grafici, veri idoli di carta, possibilmente moneta.

Tornando a bomba molti non riescono a capire per quale motivo si azzuffino tanto sul famoso articolo 18, stando alle statistiche il problema quasi non esiste e allora perché tanto baccano?

I saggi sabaudi ti rispondono che è inutile ed iniquo perché tutela soprattutto una  minoranza di persone, le più fortunate, alcuni di quei privilegiati li chiamano pure loro in una maniera strana: cassaintegrati.

La risposta che mi sono dato è semplice: questa faccenda tocca i principi e limita troppo l’ambito del potere della corporazione e per questo motivo si rende necessario non soltanto cancellarne gli effetti, modesti per ammissione di tutte le parti in causa, ma soprattutto il ricordo; provate infatti ad immaginare cosa succederebbe se si globalizzasse anche il concetto di lavoro, ovviamente non solo dipendente, come elemento fondante del diritto all’esistenza ed alla convivenza civile (un principio che un tempo si trovava  sancito nell’articolo 1 di una costituzione ormai dimenticata di uno stato ormai scomparso) e una simile follia prendesse il sopravvento sul concetto di lavoro/merce da comprare sul mercato al miglior prezzo, spesso una schifosa miseria, l’intero sistema che si identifica nel nuovo credo ne verrebbe minato dalle fondamenta.

Un rischio questo che i sommi sacerdoti hanno sicuramente percepito e che combattono con le collaudate armi delle promesse di un futuro migliore che però deve attraversare un presente di carestie, torture, roghi, e maledizioni di vario genere; la storia ci insegna che questi argomenti di persuasione, propri delle chiese dei tempi più oscuri, hanno sempre dato ottimi risultati.

Quello di prima che non voleva mettere le mani nelle vostre tasche lo hanno cacciato a furore di popolo, chissà forse lo avrà meritato; al suo successore dobbiamo riconoscere almeno il merito della franchezza questi infatti non nega di mettervi le mani nella tasche, anzi non passa giorno che non vi ricordi come si renda necessario sfilarvi anche i pantaloni per rassicurare i mercati e mettere i conti in ordine; a voi di ordinato resterà soltanto un guardaroba semivuoto una volta finiti i pantaloni, per le mutande, almeno fino a che ve le lasceranno indossare non fatevi illusioni, basta e avanza anche un solo cassetto.

Oggi per avere un minimo di verità, magari distorta, spesso romanzata, a volte urlata, e forse anche un tantino manipolata, occorre assistere alle comiche, sembra strano ma questo andazzo irrita parecchio non solo i grandi sacerdoti ma quel che è peggio è che questi indegni spettacoli di piazza non piacciono neppure alla Maestà Nostra Illustrissima a tal punto che ha apostrofato questi saltimbanchi come demagoghi prima, come falso boom dopo, salvo poi ritrovarseli oggi con tanto di fascia tricolore e domani forse onorevoli il che, temo, rappresenterà l’inizio della loro fine.

Evidentemente sbagliavo nel credere che in una partita di un qualsiasi sport tutti avessero il diritto di critica come parte integrante dello spettacolo, tutti, ma proprio tutti, meno l’arbitro.

 

E’ pur vero che se i comici si buttano i politica ed incontrano grande successo anche al di fuori del palcoscenico non è cosa buona, sbeffeggiare e deridere risulta sicuramente più divertente e più facile che governare, però è altrettanto vero che quando un attore, un poeta, un comico, un filosofo, od anche un semplice ciarlatano, irritano così tanto non solo Cesare, ma anche l’intero Senato, allora qualcosa nella repubblica non sta andando per il verso giusto.

 

Quando gabellano ossessivamente per riforme il voler riscrivere in peggio quel capitolo del libro del vivere civile che tratta di alcuni importanti diritti delle genti, senza però toccare altri diritti specie quelli più cari a quei poteri che si dice non esistano, allora è forse arrivato il momento di aprire gli occhi, spalancare le orecchie, ma soprattutto è giunta l’ora di sfoderare l’arma più potente e temuta dai tiranni di tutti i tempi: il cervello, se ancora ne possedete uno capace di funzionare senza subire l’influenza della paura per lo spread del giorno.

 

Un mesetto or sono si leggeva in rete questa agenzia: “ 22,16 06 MAG 2012 (AGI) – Roma 6 mag. –Saranno i mercati domani a dare  ‘ il voto ’, quello vero,  a quello che sta succedendo in Grecia “  quello che stava  succedendo in Grecia erano elezioni a suffragio universale; una verità, questa del voto vero, sbattuta brutalmente in faccia a quel che resta di una democrazia alla quale, Maestà, ormai non crede più nessuno sopratutto se a decidere veramente dei nostri destini sono chiamati soltanto coloro i cui nomi nessun comune cittadino ha mai visto stampati su una scheda elettorale.

 

 

 

 

 

Infine una buona notizia dell’ultima ora ( verificatela per conto vostro ne scoprirete delle belle) sembra infatti assodato che il nostro stimatissimo parlamento avrebbe approvato, o si accingerebbe a votare, una bazzecola che solo nel nostro amato paese vale molti miliardi di euro destinati a finanziare un fondo che chiamano salva stati ma che in realtà  lo si vorrebbe come salva banche, almeno questo sembra l’auspicio del supergovernatore della BCE ed ha ragione infatti le due cose sembrano coincidere: un tempo esistevano le città stato, oggi siamo alle banche stato, non c’è che dire un bel progresso, dobbiamo tutti un grazie di cuore ai tanti padri di questa nuova patria insieme ai seguaci dell’amata confraternita che ne hanno così degnamente raccolto l’eredità.

 

Facciamo due conti della serva: se ho ben capito questa montagna di spiccioli abbandonerà le nostre tasche via banca centrale per essere destinata alle banche ad una tasso vantaggiosissimo, banche che a loro volta potrebbero rifinanziare, ad un tasso naturalmente parecchio più alto, il debito di quegli stessi stati dai quali hanno appena ricevuto quegli stessi soldi con quello stesso fondo chiamato a salvarli, e che  a sua volta sarà magari stato alimentato dallo stesso debito: un ciclo sicuramente virtuoso non ci sono dubbi.

 

Ci deve essere però un errore in questo mio ultimo ragionamento e lo spero anche perché altrimenti saremmo alla follia: deve esistere un limite a tutto anche all’indecenza, un limite che oggi sembra tendere all’infinito quando in un paese civile dovrebbe al contrario tendere allo zero perché diversamente oltre che alla carità dovremmo dire addio anche alla speranza, e a quel punto la fede da sola non potrebbe più bastare specie quando sembra assodato che anche da quelle parti abbiano problemi non da poco legati, guarda caso, pure lì alle banche.

 

Ultimissime di cronaca ai vertici della RAI nominati, manco a dirlo, dei banchieri con un curriculum di primordine, fonti autorevoli riferiscono che secondo lo stesso principio di competenza e professionalità sembra quasi certo che al loro posto in Banca d’Italia andranno rispettivamente un giornalista come governatore, un cineoperatore come direttore generale ed un tecnico del suono come suo vice; mi sbaglierò ma ho il sospetto che nei palazzi qualcuno non abbia ancora capito che anche fuori del mondo della finanza e delle banche ne esiste un altro: lo chiamano mondo reale.

 

Giunti ad un momento di così euforico ottimismo è ora di chiudere con una proposta di spending review: visto che ormai i voti veri appartengono ad altri e che chi realmente governa sono quegli stessi misteriosi altri, anziché dimezzare i parlamentari perché non abolire i parlamenti?

Tutti si badi bene, incluso quell’inutile carrozzone che chiamano parlamento europeo visto che sicuramente basta, e purtroppo avanza, quella che oggi chiamano la troika.

 

Che senso avrebbe tenere ancora in piedi queste costosissime istituzioni già oggi senza poteri reali e quindi sostanzialmente inutili e che un domani, anche se dimezzate, tali rimarrebbero sempre alla faccia di quella sovranità popolare il cui ricordo vive ormai soltanto nella  noiosa retorica delle celebrazioni.

 

Sono in molti a sapere, inclusi quei giovani che una austera prof sabauda sostiene non conoscano la matematica, che la metà di zero è sempre zero; alla prossima e ridatece er puzzone, uno qualunque, quelli fortunatamente non ci mancano.

 

 

Hiselo

 

 

 

 

 

 

 

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