SETTIMANALE anno XVII
n° 752 del 16 maggio 2021
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Le manovre d'estate Stampa E-mail
Scritto da Hiselo   

 

MANOVRE E MANOVRATORI

 

Il nostro bel paese è un teatro dove da decenni si replica una sceneggiata di enorme successo: “ le manovre d’estate”, il fatto che gli spettatori paganti lo siano per legge e non per scelta è sempre apparso un elemento di scarso rilievo per i produttori   

Correva, se non ricordo male, l’anno di grazia 1970 e siccome sono un tuttologo ricordo pure un esame di economia politica superato dissertando su un provvedimento che in allora si era soliti definire come  “il decretone”, lampi di memoria che trovano una conferma dalla rete che oggi per allora mi aiuta a ricordare come: “Le difficoltà dell’economia italiana stanno venendo a galla ed è necessario operare una manovra che sia tanto di stimolo che di rigore….. eccetera, eccetera.”;  solita retorica e soliti pisquani quelli chiamati a pagare il conto.

Simile anche oggi il copione pur recitato da nuovi attori schierati in parti politiche avverse, non mi soffermo a raccontarvela tutta sarebbe lungo e noioso anche perché molti di voi questa storia lunga un quarantennio dovrebbero ricordarla, ma se l’avete dimenticata pagate e tacete abituati come siete stati a bere qualsiasi intruglio vi sia stato versato dal bidone e qualunque sia stata l’etichetta di parte che ne abbia caratterizzato il contenuto! 

Esordisco con questa irriguardosa premessa per recensire l’ultima edizione del triste spettacolo, forse la più squallida rappresentazione di questo ultimo quarantennio, dove emergono con sempre meno pudori i disvalori che sembrano prendere il sopravvento sulle genti importanti del nostro bel paese: egoismo, ipocrisia, disonestà materiale ed intellettuale, scarso senso dello stato, abuso della eccezione e della deroga, apologia della furbizia, ricerca della visibilità condita con privilegi da fine impero, divinazione di un mercato senza regole ed assoluta necessità che altri vi si sacrifichino in suo nome, ed infine chi più trova argomenti nella spazzatura della storia più ne metta. 

Con l’avanzare negli anni cresce l’inclinazione alla paranoia, me ne rendo conto, ed è forse questo il vero motivo per il quale sono convinto che sia in atto da diverso tempo un disegno da grande fratello teso a spennare lentamente il pollame, una piuma alla volta così da farlo starnazzare il meno possibile, con il malcelato intento di allontanare sempre più rilevanti aliquote di ricchezza dai pollai. 

Prendiamola alla larga, i bilanci sembrano precipitati nel profondo rosso e anche senza essere economisti di fama mondiale si capisce che vi sono concorse tre cause: un eccesso di dare che confrontato con un difetto di avere ha determinato un inevitabile buco ripianato a debito, non sono che un modesto tuttologo ma potrei tentare di cercarne di capirne le ragioni anche ricorrendo ad alcuni degli esempi banali e puzzolenti propri dei nostri giorni, ma sarebbe una inutile perdita di tempo: già li conoscete. 

Mi limito ad osservare che le leggi del nostro strano paese sembrano punire più severamente gli abusi perpetrati sulla colonna del dare ai cittadini che su quella dell’avere da loro medesimi, non sono un giurista ma almeno equiparare nelle rispettive colonne i delitti e le relative pene potrebbe essere una buona idea, anche se temo che una siffatta proposta incontrerebbe scarsi consensi bipartisan. 

Come in altri campi dell’essere comunità anche in questa ultima sceneggiata d’agosto prevale la sindrome NYMBY con la solita solfa: la cosa si faccia è necessaria, ma non nel mio giardino, e pertanto come nei temi ambientali nei quali il non s’ha da fare almeno qui, così anche nella manovra il non s’ha da prendere da qui ma da là è la regola; difficile uscirne fuori, le correzioni al “decreto correttivo” che si succedono vorticosamente in queste ultime ore lo testimoniano oltre ogni ragionevole dubbio. 

Spero così che mi perdonerete se gli argomenti che andrò trattando magari non compariranno più al momento della pubblicazione nel novero delle  mazzate di questa stangata agostana, aggiorno questo pezzo almeno due volte al giorno e non è escluso che nel soffio di tempo che si renderà necessario all’invio della email in redazione possa arrivare un ulteriore contrordine compagno.  

Alcuni tra i nostri saggi governanti, uno addirittura sedicente in odore di Nobel dell’economia, hanno tentato di farci credere che i mercati avrebbero apprezzato la manovra agostana; personalmente temo che solo uno stolto avrebbe veramente creduto che la molto futura abolizione di alcune provincie e comunelli di montagna sarebbe riuscita ad assicurare risparmi legati a maggiori economie di scala, così come soltanto un illuso avrebbe potuto veramente sperare in una concreta imposizione di equi contributi a quanti veramente potevano permetterselo senza patire più di tanto, ed ancora come soltanto un babbeo avrebbe potuto illudersi che sarebbero stati realmente ridotti i privilegi dell’alta politica, ed infine come soltanto un pirla avrebbe potuto sperare che….., e potrei continuare fino all’esaurimento dei sinonimi; ora delle due l’una: o i mercati sono rappresentati da un insieme di citrulli che avrebbero dovuto prestare fede a queste grida, oppure quell’insieme lo costituiamo noi che ne subiamo le conseguenze, scegliete Voi.

 
il Ministro Tremonti

Per capire veramente quali sono le misure più gettonate basta ascoltare la ricorrente litania che ossessivamente cantilenano quanti hanno probabilmente più da guadagnarci, osservo infatti come nonostante il popolo bue abbia appena finito di dire un secco no alle privatizzazioni, non solo quella dell’acqua, cionondimeno ecco puntuali i soliti noti, o le solite note, tornare martellanti ed ossessivi sul ritornello; non so perché ma mi sento afferrato per le parti molli convinto come sono che le privatizzazioni non dovrebbero essere un affare per chi compra ma semmai il contrario, il fatto che le invochino a gran voce i possibili acquirenti confesso infatti che mi insospettisce.

Le ragioni, se volete, ad una prossima puntata ma non mi si venga per favore a raccontare la ricorrente manfrina della pubblica inefficienza come sola scusa in nome della quale si svendono le proprietà pubbliche, cioè di tutti noi, per favorire i pur legittimi interessi privati dei pochi: gli esempi di come spesso possa essere poco conveniente il privatizzare per le pubbliche casse non mancherebbero, sceglietene uno a vostro piacimento. 

Altro mantra è la previdenza, sono infatti convinto che i pensionati di oggi e di domani siano tra le categorie più odiate, se non la più odiata, dagli economisti, dai banchieri specie se centrali, dai grandi imprenditori e da una discreta parte della classe politica, ma la cosa forse si spiega in questi termini: per i mercati il pensionato rappresenta un inutile peso perché non lavora ma viene pagato egualmente, un privilegio intollerabile per una moderna economia dove la vecchiaia stimola solo l’ interesse delle aziende di pompe funebri che non temono cali di domanda, lo stesso economista di prima ci insegnerebbe infatti che quello del caro estinto rappresenta un mercato a domanda “rigida”, un termine molto appropriato. 

Spesso ci rinfacciano che esiste uno squilibrio tra noi pensionati ed occupati attivi aumentano infatti i primi e diminuiscono i secondi, ora di crepare prima del previsto per fare un favore ad economisti, finanzieri, banche, mercati e pompe funebri sinceramente non mi sembra giusto, quanto agli scarsi occupati, specie se giovani,  darcene la colpa punendoci e mazziandoli ad ogni manovra mi sembra eccessivo. 

Qualcuno sostiene che i pensionati non saranno toccati dalla manovra e neppure lo sono stati in quelle precedenti, cosa vera ma solo in apparenza, quel furbacchione evita infatti di ricordare che il pacco dono i pensionati di oggi l’hanno ricevuto come lavoratori di ieri, una volta messo regime il sistema delle fregature cicliche, cominciato con rigore scientifico già dal lontano 1992, il conto viene presentato di volta in volta a quanti saranno i pensionati di un domani sempre più lontano e misero. 

Ho sentito recentemente un altro furbacchione sostenere che il problema delle pensioni riguarda una fase transitoria compresa tra la fine del sistema da nababbi che vi era in precedenza e il più equo sistema dei nostri giorni e che, nel medio periodo, il tutto andrà a regime così sarete tutti più tranquilli; hanno ragione non preoccupatevi vi spennano oggi promettendovi per domani il sole dell’avvenire, mi sbaglierò ma il sistema non sarà mai a regime, magari già nel prossimo anno basterà una scorreggia dei mercati e vi ridurranno la redditività delle annualità già versate o altre fregature del genere, non ci sono limiti alla fantasia rileggetevi la storia degli ultimi anni e forse vi accorgerete di come le riforme pensionistiche non hanno tempo, sono come l’inferno: una pena infinita. 

Mascherato tra le altre “ misure “  troviamo anche il tentativo di ridurre i diritti di quanti campano, spesso a stento, del proprio lavoro, non saprei come definirli lavoratori è infatti ormai fuori moda, ma come si chiameranno un domani preferisco non azzardarlo. 

 

Chiariamo subito un concetto: come i pensionati nababbi ante riforma del 1992 sono in via di progressiva estinzione così a questi ormai quasi vecchietti con contratto a tempo indeterminato sembra si voglia riservare lo stesso destino, ma per cogliere questo obbiettivo occorre anzitutto cominciare a comprimere il più possibile diritti e aspettative sostituendoli con relazioni aziendali dove un esordio della serie: “ o te lo fai andare bene o chiudo bottega e vado altrove”, sarà ricorrente, magie del mercato globale.

 La storia già ci narra di come il massimo di produttività, forse di efficienza, e certamente di economicità del fattore lavoro sia stata raggiunta dagli antichi egizi nella costruzione delle loro meraviglie, tuttavia sembra anche assodato che i faraoni avessero compresso i diritti delle loro maestranze a tal punto che si rese necessario un intervento dall’Alto, molto in Alto, per rimettere le cose a posto; è trascorso tanto tempo da allora ma, nonostante la dura lezione, in alcuni paesi di questo osannato mercato globale sembrano emergere quanti pensano di ripristinare in chiave più moderna quegli antichi e vantaggiosi contratti aziendali. 

 

Sempre a proposito di interventi dall’Alto, anche se molto meno in Alto, è di questi ultimi giorni la dichiarazione di un altissimo porporato il quale ha sostenuto che: “ Il diritto al lavoro e la dignità dei lavoratori non possono dipendere dall'andamento dei mercati"; possiamo forse sperare che l’antica storia si ripeta anche se in modi più adatti ai nostri tempi  maledettamente più complicati? 

Recentemente ho sentito un leader sindacale sostenere che compito di un grande sindacato moderno è quello di favorire le condizioni di offerta del fattore lavoro capaci di attrarre investimenti, ora, siccome è noto quali siano le condizioni di investimento più vantaggiose che interessano maggiormente i mercati, viene da sperare di avere capito male per i motivi che spero vi appaiano chiari. 

Prima di concludere non posso fare a meno di accennare al nostro iperbolico debito nazionale, mi illudo ma mi piacerebbe anche che il conto lo pagassero, magari anche solo in minima parte, quanti di quel debito hanno beneficiato, e non mi si venga per favore a raccontare che quel fiume di denaro sia finito tutto nelle tasche di impiegati pubblici fannulloni ed assenteisti, di falsi invalidi, o di pensionate al biberon e via dicendo. 

 Sarà sempre paranoia senile ma temo che una parte cospicua del gruzzolo sia finita indirettamente anche ad arricchire i forzieri di molti soliti ignoti, alcuni dei quali forse sono tra quanti oggi gridano al rigore ed alla necessità dell’altrui sacrificio, e la cosa mi risulta insopportabile; una esortazione per i giudici: se beccate quanti si sono fregati parte di questo grande malloppo lasciate perdere le segrete tanto non ci andranno, ma condannateli almeno al silenzio! 

Una cosa curiosa del nostro debito è che il sostenerlo tocca anche ai cittadini con titoli pubblici nel loro giardinetto che così sono fregati due volte: una prima nel vedere il loro misero gruzzolo rischiare di trasformarsi in carta igienica, ed una seconda nel momento in cui sono chiamati a cacciare il grano per onorare un debito di cui sono anche piccoli creditori, un privilegio che però stranamente non sempre si estende ad altre più potenti categorie di investitori, magie dell’alta finanza. 

Meno male che eravamo nell’unione europea sono soliti ricordare professori, economisti, saltimbanchi e giocolieri a quegli euroscettici da strapazzo che scrivono pezzi come questo, per fortuna che eravamo sotto la copertura dell’euro, e così dipingono scenari da incubo sociale con i quali sperano di farmi digerire il fatto che sarebbe potuta andare molto peggio se avessimo rifiutato quella generosa sponda; sarà anche vero ma di questi moderni Mida che sono riusciti a trasformare l’oro in non dico cosa non mi fido più di tanto, meglio l’originale, rischiò la morte per fame, ma almeno non procurò danni ai propri sudditi! 

Per giustificare la progressiva involuzione del loro modello di società questi saccenti tentano di confrontare la cupa certezza dell’oggi con le ancor più tragiche conseguenze nelle quali saremmo incorsi se…., troppo comodo, la storia preceduta dai se saremmo capaci a raccontarla tutti perché, come ogni altra opera di fantasia, non teme smentite.  

Ho sentito in questi giorni l’Altro, quello che c’era prima di Lui, sostenere che nel vecchio continente questa crisi è figlia della incapacità dei suoi governanti a gestire questo difficile momento, sarà anche vero ma magari potrebbe anche essere vero il contrario e cioè che a precipitarci nel letamaio sia stato soprattutto il mostro politico di cittadini senza voce popolato di sole banche, mercati senza regole, e finanza senza  frontiere che il medesimo Altro ha contribuito a sviluppare. 

Manco a dirlo propendo per la seconda ipotesi anche se devo riconoscere che sempre l’Altro ha buon gioco nel sostenere le proprie ragioni vista la statura, s’intende politica, dei manovratori che pilotano oggi questo vecchio continente verso la decadenza. 

Nel concludere questa ventata di ottimismo mi turo il naso e vi aspetto alla prossima.

                                           Hiselo 

 

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