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I nuovi caduti Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   
I NUOVI CADUTI      

 L’Italia fortunatamente non conosce guerre sul proprio suolo da tre generazioni, ed è lasciato ai numerosi monumenti, lapidi, nomi di piazze e vie, commemorazioni, il compito di lasciare ricordo e monito delle ultime due, in particolare all’ultima generazione di giovani che, se hanno avuto la fortuna di scampare le atrocità di una guerra, hanno la sfortuna di essere capitati nel pieno di una guerra di sopravvivenza economica.

 

DUE MILIONI DI FAMIGLIE IN POVERTÁ ASSOLUTA

(dal Secolo XIX dei 17 giugno 2021)

 

PREVISIONI PIL AL RIALZO: + 4,2% NEL 2021

(da Wall Street Italia del 18 giugno 2021)

Da una parte sembrerebbe che il Covid appartenga al passato e non abbia impartito nessuna lezione, in un inno corale al ritorno alla normalità. Dall’altra sembra che abbia prodotto un massiccio aumento di persone e famiglie in povertà assoluta. Sembrano notizie provenienti da due pianeti diversi, mentre stanno parlando in entrambi i casi dell’Italia, investita da una guerra a 2 velocità.
Una guerra tuttora in pieno svolgimento, con la società spaccata in due parti: l’una appena scalfita –economicamente- da quasi un anno e mezzo di pandemia, l’altra nella schiera dei morti e feriti, con gradi diversi di gravità. Per tutti i 17 mesi di alternanza tra lockdown, colori regionali, divieti altalenanti, la parte più fortunata (dipendenti pubblici e di aziende attive, pensionati, beneficiari di rendite finanziarie e immobiliari, fruitori di reddito di cittadinanza e poche altre categorie) ha potuto continuare la propria vita quasi regolarmente, fatti salvi i disagi conseguenti alle restrizioni delle libertà di movimento. 

Nelle piccole attività, come bar, ristoranti, negozi, è spesso difficile distinguere tra titolare e dipendenti, lavorando entrambi fianco a fianco. E non è infrequente che arrivi a fine mese più difficilmente il titolare, per giunta assai più assillato da stress e “ansie da prestazione”

L’altra parte, composta sostanzialmente da chi ha forzatamente chiuso l’attività, in primis gli addetti alle catene di bar e ristoranti, intrattenimento, sport, località turistiche invernali et al., siano essi titolari o dipendenti, ha sofferto in maniera drammatica le imposizioni che in pratica estinguevano ogni loro forma di reddito e sostentamento. Solo quanti hanno avuto titolo per accedere alla cassa integrazione hanno visto restringersi, ma non azzerarsi, i già magri redditi dei tempi ante-Covid. La vera e propria strage ha colpito invece lo stuolo di lavoratori precari e senza tutele, nonché i titolari di piccole attività –il popolo delle Partite Iva- che hanno dovuto “arrangiarsi”, declinando un verbo tipicamente italiano, che si sperava essere ormai da tempo obsoleto. Oltre a dover provvedere, non si sa come, a sopravvivere, nel senso miserando di consumare pranzo e cena, i titolari delle piccole attività che costellano i nostri centri urbani, hanno dovuto anche provvedere a pagare gli affitti, tutt’altro che leggeri, ai proprietari dei muri. Per la copertura di queste esigenze, lo Stato è intervenuto per un asfittico 5-10%, peraltro con astrusi criteri di attribuzione che hanno lasciato molti a bocca asciutta.
I sopravvissuti a questa prova estrema di sopravvivenza sono riusciti a tanto grazie agli aiuti di quella parte dei nuclei famigliari appartenente alla prima metà -dei non scalfiti-, soprattutto nonni in pensione dopo una vita lavorativa meno tribolata di quella dei loro nipoti. Chi non ha potuto avvalersi di un simile aiuto, è entrato nella schiera dei “caduti”: gli invisibili, che vivono in silenzio e mestizia il proprio dramma. Il silenzio assordante di più di 5 milioni di persone. Si tratta chiaramente della frangia più fragile della nazione, che non ha potuto o voluto seguire degli studi che dessero loro maggiori opportunità di lavoro e che, per vari motivi, non sono rientrati negli aventi diritto al reddito di cittadinanza; un reddito che incorpora in sé la contraddizione che chi ce l’ha non è incentivato a trovare un lavoro inquadrato, preferendo percepire l’emolumento e magari arrotondare con lavoretti in nero. 


Manifestazione dei rider, tra gli ultimi arrivati nella nuova classe del “proletariato senza prole” e senza futuro. E solo nelle grandi aziende si verificano distanze abissali di stipendi tra dirigenti e “travet” 

 

La situazione generale oggi vede il mondo del lavoro, dipendente e autonomo, accomunato da una esiguità di reddito, sia per la riduzione all’osso di salari e stipendi, erosi da tasse e contributi soffocanti, sia per i debiti accumulati durante i mesi di forzato fermo.

In un quadro lavorativo così desolante, ci sono due paradossi che impediscono una ripresa degna di questo nome.

Primo, il fisco stava scaldando i motori, rimasti fermi per 17 mesi, per lanciarsi, dal 1° luglio (ora rinviato di 2 mesi), a caccia di “evasori fiscali”, dimenticando quanti lo sono stati, anche prima del Covid, per il gravame intollerabile di imposte, tasse e, quasi non bastasse, sanzioni rovinose per chi non rispetta le scadenze verso uno Stato che è il primo a non rispettarle (e ne ha dato ampia prova proprio durante la pandemia). Fa ridere il condono di quanto risale a 10-20 anni fa, ovviamente inesigibile, mentre si dovrebbe permettere a tutti di ripartire con le spalle libere da passate some, onde non ricadere dopo i primi metri. Se lo Stato non lo fa è a causa degli alti lai della sinistra al governo che, agitando spauracchi della serie “premi agli evasori” o “incentivi a non pagare anche in futuro”, fa capire quanto a sinistra ci siano ormai trite ideologie senza più riscontro con l’attualità. Non si possono mettere nello stesso fascio il commerciante che è fiscalmente inadempiente per non aver potuto onorare sia gli stipendi dei suoi dipendenti che l’esosità di tasse, contributi e sanzioni, e il grande evasore truffaldino. Senza dimenticare l’assurdità dell’evasione colossale –e legale!- delle grandi multinazionali, cui l’ultimo G7 s’è prefisso finalmente, e ancor troppo morbidamente, di porre rimedio.

 


L’ultimo G7. Finalmente si è affrontato l’annoso scandalo delle tasse risibili pagate dalle grandi multinazionali: uno schiaffo ai contribuenti, dall’impiegato al pensionato al lavoratore autonomo, costretti a dissanguarsi per compensare le tasse eluse dai grandi gruppi transnazionali

 

Secondo: se, da un lato, è invidiabile chi gode di una pensione o di uno stipendio o salario che, fatti salvi gli eccessi al ribasso di molte attività, che basano proprio sugli infimi stipendi/salari dei loro dipendenti la loro stessa ragion d’essere, c’è da guardare con un misto di compassione ed ammirazione ai tanti lavoratori autonomi che non conoscono orari, hanno ferie ridotte all’osso (un locale chiuso non incassa, ma deve lo stesso far fronte alle spese fisse) e, se si ammalano, oltre al mancato reddito, non hanno mamma INPS che provvede alle loro basilari necessità.

Nonostante questa vistosa discrepanza, cui va aggiunto il livello di stress che attanaglia chi deve lottare ogni giorno per vincere, oltre ai suddetti svantaggi, anche un’agguerrita concorrenza, che si configura come una guerra tra poveracci, le partite Iva vengono bollate come un popolo di evasori, sia pure per sopravvivenza, a fronte dei dipendenti che pagano disciplinatamente le tasse, essendo loro prelevate alla fonte. In questa visione, fatta propria e reiterata dai media, si sorvola sul fatto che quegli stipendi, inclusivi di tasse e contributi, vengono pagati proprio dai loro stessi titolari, che spesso a fine mese si ritrovano con meno soldi in tasca dei loro sottoposti, anche per pagare i loro stipendi!

Quei titolari, così vessati dal fisco e additati alla pubblica gogna come evasori seriali, sono anch’essi precari come parte dei loro dipendenti; e per loro, se non ce la fanno ad onorare tutte le scadenze, non c’è cassa integrazione, ma solo il fallimento e poi la prospettiva della dura lotta per rialzarsi. Una lotta in cui devono fronteggiare i creditori, dal fisco alle banche.

Un inciso. Per come la vedo io, le origini di una società così squilibrata partono da lontano, dai faraonici disegni postbellici, tesi a calcare sull’Italia l’indirizzo industriale, contro la sua prevalente vocazione agraria. Per sentirci “più moderni” e alla pari di altre nazioni occidentali. Il contadino diventato operaio ha goduto di un effimero benessere, per poi precipitare nella disoccupazione e nel precariato, fino all’elemosina del reddito di cittadinanza. Le braccia in campagna non sono mai troppe; a meno di considerarla un’industria, soffrendone le stesse criticità, dalla scarsità di lavoro alle culle vuote. Il Meridione, anche a causa delle scriteriate politiche agricole comunitarie, è stato trattato come il Terzo Mondo, con esiti molto comparabili. Plaghe benedette da grande fertilità naturale sono state sacrificate a folli corse in avanti, denaturandole a squallide zone industriali: una chimera responsabile non solo dei tanti fallimenti al Sud, ma anche lungo le coste, a cominciare dalla nostra stessa Liguria, dove gli orti sono stati violati dalla rapacità edilizia e dal sogno di vivere di rendita degli ex contadini. 

 


Desolante scorcio di una strada di Gioia Tauro. La piana di Gioia Tauro è assurta a simbolo della scriteriata politica di cambiare ex abrupto il Meridione dalla sua millenaria vocazione agraria a quella industriale, con la conseguente migrazione al Nord di schiere di contadini rimasti senza terra e senza lavoro

 

Tornando all’oggi, spero di aver fornito un quadro tanto impietoso quanto veritiero della situazione in cui si trova la mezza Italia non garantita, non solo durante i 17 mesi della pandemia, ma già da decenni; da quando cioè s’è venuta affermando, senza contraddittorio, il sistema neoliberista, esteso anche a classiche competenze dello Stato, diventato così da padre ausiliario a spietato patrigno. 

Se la sinistra, partitica e sindacale, aveva giocato un ruolo fondamentale per l’affermarsi di un welfare State, di cui beneficiarono sia i lavoratori dipendenti (con la parola precario esclusa dal vocabolario) che i loro titolari, oggi a difendere gli uni e gli altri –e in particolare proprio i vilipesi titolari- sono le destre, che infatti raccolgono consensi, oggi nei sondaggi e domani nei voti, da entrambe le parti; mentre ci sarebbe estremo bisogno di una sinistra che contemperasse gli ardori produttivistici tipici della destra con la difesa di un territorio che ha sin qui pagato in proprio gran parte del nostro distorto “sviluppo”. 

   Marco Giacinto Pellifroni         20 giugno 2021

 

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