SETTIMANALE anno XVII
n° 757 del 20 giugno 2021
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Il medioevo prossimo venturo Stampa E-mail
Scritto da PIERFRANCO LISORINI   

Il medioevo prossimo venturo

E le contraddizioni del pensiero progressista

 Il cerchio si chiude. Prima si saggia la reazione dell’opinione pubblica e dei governi mandando avanti gli ascari poi se tutto va bene si esce allo scoperto e si completa il lavoro all’interno di una cornice ideologica. Nel giugno dello scorso anno sulla scia delle proteste per la morte di Floyd ebbe inizio l’attacco alle statue di Colombo, avallato e incoraggiato dal sindaco di New York, che pure ha voluto fregiarsi di un cognome italiano, culminato nella richiesta dell’abrogazione del Columbus day, la festa che dal 1937 vede come protagonisti gli italoamericani, con tanto di abbattimento del monumento a Italo Balbo. Nell’America intimorita (alla quale forse bisognerà cambiare nome) nessuno si azzardò a difendere l’effige di morti indifesi mentre la flebile voce della Farnesina rimase inascoltata, ulteriore prova dell’insignificanza dell’Italia nelle mani degli europeisti.


Ma la folla inferocita, formata per lo più nell’una e nell’altra sponda dell’Atlantico da ragazzotti semianalfabeti, non sceglie da sé i suoi obbiettivi: c’e sempre, dietro, chi glieli suggerisce non per una spinta emotiva e contingente ma ispirato da una visione del mondo. E quei suggeritori hanno cominciato a farsi vivi fidando sul sostegno della nuova amministrazione anti Trump e contando sulla political correctness delle proprie posizioni. La Howard University di Washington, l’università dell’alta borghesia nera, quella da cui è uscita la vicepresidente Usa Kamala Harris, attivissima e esibitissima in campagna elettorale e poi sparita dal radar per non fare ombra a Biden, al posto del quale le anime belle del nostro Paese sognano di vederla al più presto, ha stabilito di eliminare i classici dai propri piani di studio. Non mi sono preso l’incomodo di andare a cercare le motivazioni di questa scelta ma posso immaginarle. I classici fissano l’idea che esista una civiltà occidentale, bianca e gemmata dal tronco indoeuropeo: una goduria per i suprematisti e un obbrobrio per i difensori dei diritti, i tutori delle minoranze, i terzomondisti, naturisti, mondialisti.


Ci sono due modi di intendere il cammino della civiltà umana. Uno, che chiamerei pluralista, è quello che lo risolve nella storia delle diverse culture e, in definitiva, nel confronto e nello scontro fra diversità irriducibili; l’altro, monista, per il quale c’è un’unica urbanitas, un’unica intelligenza che si esprime ora più ora meno in epoche e popoli diversi ma tende ad una naturale composizione e al riconoscimento della comune umanità. È questa visione che spiega l’apertura di Schopenhauer verso la sapienza orientale, lo sforzo di Cusano (ben diverso dall’interessato dialogo interreligioso) per andare oltre la varietà delle prospettive nelle quali si presenta il divino nel mondo o il direttore d’orchestra con gli occhi a mandorla che fa rivivere la musica di Mozart.  Ed è in questa prospettiva che la valorizzazione delle diverse civiltà non implica la fissazione delle diversità ma il loro confluire nell’unica civiltà. Ebbene, di una tale unità, non semplice unitarietà, unità dell’unico Logos che si manifesta nell’arte, nella scienza, nella filosofia, il mondo romano è stato il banditore. Non solo per l’inclusività del suo Pantheon ma perché la cultura che esso ha espresso, quella che rinvia alla fondazione dell’Urbe, ai suoi miti e alle sue leggende, a tutta insomma l’aneddotica che ha ispirato per secoli la morale e il senso civico nell’antica Roma, solo apparentemente poggia su una specifica tradizione ma nella sua essenza ha il germe dell’universalità. Un solo uomo al di là delle razze, una sola civiltà, quella umana non quella romana, e un solo sistema di valori, al di là delle culture e delle incrostazioni localistiche.


Si dirà: ma questa unità della civiltà umana, questo sincretismo, non è proprio il fondamento della ideologia della globalizzazione, il perno del pensiero unico? Assolutamente no. Il pensiero unico della sinistra intende fissare le differenze, ridurle a folklore, salvaguardarle in apparenza per scioglierle nella melassa del conformismo di una società apparentemente arlecchinesca ma uniforme nella sostanza, congelata, drenata di ogni energia, asservita alla finanza globale e ai suoi scherani: una società di produttori-consumatori animata da un motore, quello della crescita, che gira a vuoto. 

L’idea dell’universalità della cultura e della civiltà va nella direzione opposta: esalta le differenze con l’obbiettivo del loro superamento. È esattamente il contrario della colonizzazione culturale o del paternalismo culturale buonista, è espressione della convinzione che ogni cultura partecipi dell’unica luce che rende l’uomo diverso e in qualche modo estraneo alla natura. Il nativo americano non si riscatta maledicendo il navigatore che l’ha sottratto all’isolamento ma mantenendo i propri valori e riscoprendoli nei valori dell’antico invasore, in altre parole nel riconoscimento della comune umanità e nella condivisione del comune patrimonio di civiltà. 


L’idea di una civiltà universale implica la tolleranza e una reale apertura culturale, quale per secoli la chiesa e il cristianesimo hanno soffocato per la pretesa di imporre la propria verità, all’interno di una concezione arcaica della contrapposizione fra costumi, fedi religiose, ecumenismi politici. È il medioevo che fissa le diversità ma non le tollera, intimamente intollerante, falsamente pacifista ma nella realtà militarista, aggressivo e imperialista, il medioevo che predica l’amore ma genera odio, il medioevo che ha paura delle idee, delle opinioni che si discostano dal dogma, che bolla il diverso come emissario del diavolo. È il medioevo che rivive nel furore iconoclastico e nell’ossessione per le parole che diventano pietre, il medioevo che non conosce l’ironia, lo sbeffeggiamento, la trasgressione. 


Ogni cosa volge verso il suo contrario, diceva il vecchio filosofo, e come a volere la morte di Socrate erano stati i restauratori della libertà così oggi sono i progressisti a volere censura bavagli e processi sommari, a dettare regole di comportamento e a gioire se la pandemia consente di imporre chiusure e coprifuoco. E quando ho visto la turba di invasati che abbattevano le statue di Colombo mi è sembrato di vedere il fanatismo dei monaci che infierivano contro le immagini serene delle divinità spaccandone il naso, i seni, il pube. Questo, per ora è fortunatamente lontano da noi. Ma il fuoco cova sotto la cenere: non dimentico che pochi anni sono passati da quando un gruppo di giovani progressisti volevano liberare dalle catene i 4 Mori che sono diventati il simbolo di Livorno, loro che pretendono di aver raccolto il testimone dai fondatori del PC d’Italia, battezzato al teatro Goldoni e che tenne al teatro San Marco il suo primo congresso cento anni fa, dimentiche, povere anime, che i vari Bombaci, Bordiga, Terracini, Gramsci (che aderì al nuovo partito ma non era presente a Livorno) saranno anche stati dei visionari ma era gente che univa alla passione cultura e intelligenza, che sono alla base della tolleranza. Loro al posto della passione hanno solo rabbia e frustrazione e di cultura e intelligenza nessuna traccia.

 Intendiamoci: in qualche caso e in qualche misura è necessario adattare idee e programmi alle necessità del presente ma passare dalla giustizia sociale e dalla difesa di lavoratori sfruttati alla rivendicazione del diritto degli uomini alla maternità e alla lotta per posticipare il pensionamento (posticipare, non anticipare!) è un po’ troppo. Com’è troppo pretendere di essere i paladini dell’antisemitismo e sostenere la causa palestinese col corollario del terrorismo e dell’odio verso Israele, com’è troppo rivendicare orgogliosamente l’eredità della “guerra di liberazione” mantenendo in vita l’Anpi, associazione dei partigiani - che deve essere una congrega di arzilli vecchietti se si pensa che dal 1945, quindi a cose praticamente fatte, ad oggi sono passati 76 anni e il più giovane veleggia felicemente verso i cento anni, partigiani fieramente antiamericani che dalle mie parti provvedevano sistematicamente a rapare a zero le “segnorine” che avevano intrattenuto rapporti troppo stretti con gli americani (neri) di Tombolo e ora sono accaniti sostenitori del compagno di partito di Truman e fremono per i diritti degli afroamericani. Tutto volge nel suo contrario. O non sarà invece che tutto diventa ciò che è, che è sempre stato? 

 Pierfranco Lisorini  docente di filosofia in pensione   

 Il nuovo libro di Pierfranco Lisorini  FRA SCEPSI E MATHESIS


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