SETTIMANALE anno XVII
n° 752 del 16 maggio 2021
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Libertà e responsabilità (seconda parte) Stampa E-mail
Scritto da FULVIO SGUERSO   

LIBERTA’ E RESPONSABILITA’ II

Leggi la prima parte

 Per i pensatori dell’età del Romanticismo, la libertà non può rimanere un postulato solo formale e razionale della ragion pura pratica, necessario alla libera scelta tra obbedienza al dovere (tu devi…) e disobbedienza (non voglio obbedire alla legge morale).  F. H. Jacobi, nella sua Lettera a Fichte in appendice al saggio Inseparabilità dei concetti di libertà e preveggenza dal concetto di ragione del 1799, polemizza con la morale astratta e puramente teoretica kantiana: “La filosofia trascendentale non può strapparmi questo cuore dal petto per mettere al suo posto il puro istinto della semplice egoità; non permetto che mi si liberi dalla dipendenza dell’amore per conoscere la beatitudine solo con l’orgoglio.

 


 

Se la cosa suprema su cui riflettere e che posso contemplare è il mio vuoto, puro, nudo e semplice io, con la sua autonomia e libertà, allora l’autocontemplazione riflessa, la razionalità, sono per me una maledizione e io maledico la mia esistenza”.  Neanche per Fichte ha senso un io libero ma vuoto di contenuti, la libertà dell’ io significa, nell’idealismo etico fichtiano, tensione, sforzo (Streben) che pone continuamente davanti a sé il limite del non-io, limite necessario all’attività morale e all’affermazione della libertà del soggetto nei confronti dell’oggetto, del non-io, cioè della materia da modellare e da plasmare a immagine dell’io assoluto e completamente libero; in questo senso va intesa la sentenza fichtiana: “Essere liberi è cosa da nulla, diventarlo è cosa celeste”. Ed è questa, tra l’altro, la missione del filosofo, del dotto che, liberando se stesso, libera gli altri, nella consapevolezza che la libertà individuale non ha senso in una società dove non venga riconosciuta la libertà di tutti e di ciascuno. La missione del dotto è, in prospettiva, la liberazione di tutta l’umanità. Anche per l’idealismo di Friedrich Schelling è fondamentale il tema della libertà: nelle sue Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà umana del 1809 si propone di conciliare la libertà umana con il panteismo spinoziano. Soltanto negli esseri umani confliggono, infatti, i principi del bene e del male, ma il male, per Schelling, non è qualcosa di completamente negativo, è pur sempre un principio spirituale che ci obbliga a reagire, a pensare e ad agire in una direzione o in un’altra: bene e male non sono eternamente incompatibili e sono entrambi presenti in Dio, come l’oscurità e la luce.

 


 

Questi due principi non sono dunque del tutto separati e possono ricongiungersi soltanto grazie all’infinito Amore di Dio. Si sente qui un’eco della dottrina stoica, di Origene, di Gregorio di Nissa, di Scoto Eriugena e di Giordano Bruno dell’apocatastasi, cioè della riconciliazione finale di tutte le creature, angeli e demoni compresi, in Dio, origine e fine di tutto. Anche Hegel distingue tra libertà astratta e libertà concreta o storica. Solo nella storia, infatti, può realizzarsi la libertà umana, che non è data immediatamente ma si realizza per mezzo di un processo dialettico (tesi, antitesi e sintesi) che va dal dispotismo orientale, alle città-stato greche, ai liberi comuni medievali per arrivare alla monarchia costituzionale prussiana.

 


 

Ma, al di sopra della libertà politica e morale, si libra nel sistema filosofico hegeliano la libertà dell’arte, della religione e della filosofia ovvero dello Spirito Assoluto dove finalmente l’umanità comprende sé stessa nel proprio tempo che si riflette nella filosofia dello stesso Hegel, il Sapere Assoluto oltre il quale non rimane altro che il nulla. Per Marx, che ha riportato la libertà hegeliana dal cielo dello Spirito Assoluto alla terra del bisogni elementari, della necessità, dello sfruttamento e del lavoro alienato “il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità…La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come da una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore impiego possibile di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso. Il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto selle basi di quel regno della necessità” (Il Capitale, III, Editori Riuniti, 1972, pp. 231-232) 

(continua). 

FULVIO SGUERSO 

 

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