SETTIMANALE anno XVII
n° 752 del 16 maggio 2021
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Tra la vita e la morte Stampa E-mail
Scritto da MARCO GIACINTO PELLIFRONI   

TRA LA VITA E LA MORTE

 Una bambina di 10 anni partecipa ad una gara a rischio suicidio lanciata dal sito cinese Tik Tok, visitato perlopiù da minorenni e con milioni di iscritti in tutto il mondo. La sfida è a chi riesce a rimanere il più a lungo possibile in apnea senza soffocare. La piccola supera il livello di attenzione e imbocca la strada senza ritorno. Corsa in ospedale, tentativi frenetici di rianimazione. Troppo tardi, la bimba ha perso la scommessa. Muore. E i genitori consentono il trapianto degli organi. Ai miei occhi, un doppio orrore: pezzi di salme per salvare altri corpi; troppo scontato il relativo mercato nelle mani di criminali senza scrupoli, che quegli organi li cercano in corpi vivi e sani, di orfanelli o persone travolte dalla miseria.

In provincia di Bari, i genitori trovano il figlio di 9 anni impiccato ad una trave del soffitto. Sequestrati i dispositivi elettronici del bambino, che si sospetta abbia seguito istruzioni letali via Internet.

Di nuovo in Sicilia, a Siracusa, arrestata una influencer di TikTok con oltre 730.000 follower, per istigazione al suicidio: aveva postato il video di una sfida tra un uomo e una donna, entrambi col volto interamente avvolto in nastro adesivo, senza possibilità di respirare, per vedere chi avrebbe ceduto prima. Un evidente invito all’emulazione da parte di persone mentalmente fragili, con scarsi meccanismi di autodifesa.

 


Questo film, di prossima uscita nelle sale, ruota intorno ad un gioco estremo, lo shibari giapponese [VEDI], dove la mancanza di coordinamento perfetto e immediato tra i (o le) due partecipanti può essere letale. Gli strumenti principali, tipici della tradizione giapponese, sono le corde, usate anche nel corrispondente gioco di bondage. E tutti sappiamo cosa può provocare una corda legata troppo stretta attorno al collo…

 

Un neo ricco grazie ad una fortunata idea su Internet riesce a coagulare nelle sue sfarzose feste esponenti della Milano bene, nonché schiere di avvenenti ragazze, anche teenager, delle quali il marpione si approfitta sessualmente. Forse questi eventi sarebbero passati inosservati sino a qualche decennio fa; ma oggi, con le mafie che invadono l’Italia con droghe di ogni sorta, il sesso evidentemente è considerata un’anticaglia da poveracci, e l’esaltazione aggiuntiva dell’estasi esogena crea il paradiso dei sensi perfetto per i depravati alla moda. E in certi campi non c’è mai limite al grado di eccitazione inseguito con ogni mezzo. Tant’è che il debosciato perde ogni controllo sui suoi impulsi e, scelta l’ennesima vittima, la colma di droga, in ogni parte del corpo, la rende un giocattolo incosciente e disponibile a qualsiasi delle sue perversioni, come fosse una morta alla mercé di questa forma inedita di necrofilia. Non pago di tutto ciò, il maledetto riempie il suo lussuoso appartamento di telecamere per poter gustare in differita tutte le sue gesta malefiche. La ragazza riesce ad uscirne viva e trova persino il coraggio di denunciarlo, vincendo la coltre di omertà e di minacce, e impedisce così la reiterazione dei suoi crimini, facendolo finire nel luogo più adatto alla sua follia: la cella di un carcere.

 


Soldi (troppi) e donne facili (troppe) non bastano mai e allora si forza la mente a perdersi nei paradisi artificiali, scadendo da padroni a servi. E lì ogni aberrazione appare lecita. Immagine tratta da uno dei due video explicit di Rihanna [VEDI e VEDI], banditi dalle radio/TV nazionali in quanto troppo allusivi 

 


Giulia Napolitano, ragazza immagine in feste private, racconta come il modello di Terrazza Sentimento, in pieno centro milanese, sia molto diffuso in giro per la penisola, anche in provincia. [VEDI] In pratica, l’orrore dei coca party scoperto a Milano non è l’eccezione ma la regola per tanti depravati cui troppi soldi hanno fatto perdere la testa alla ricerca di emozioni estreme, per distinguersi dalla “vile massa”

 

Ho voluto citare questi episodi, che non sono solo di cronaca, ma la travalicano in quanto espressioni di una società che ha finito con l’assuefarsi a qualsiasi eccesso, tanto che ormai da lungo tempo io la definisco la “società degli eccessi”. Gli eccessi, in ogni campo, sono diventati la regola; e la vita sobria e temperata è ormai relegata a coloro che, avendo sperimentato un mondo radicalmente diverso, sono riusciti a starsene alla larga: i vecchi, che poco alla volta scompaiono e faranno mancare ai giovani la lezione che la normalità non è quella che vediamo tutti i giorni e che un tempo era l’eccezione.

I giochi estremi di cui ho fornito esempi tra i tanti ci pongono di fronte a un interrogativo cruciale: che importanza ha oggi la vita? Le nuove generazioni sono disposte a giocarsela per le emozioni che provoca il metterla a rischio? 

 

“È così difficile morire?” È tanto difficile deciderlo quanto, attuato il gesto estremo, è facile morire. In un attimo si cancella il paziente lavoro di creazione e conduzione di una vita intera

 

Ricordo la canzone “Emozioni” di Lucio Battisti là dove si chiede “Guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se è poi tanto difficile morire”. [VEDI] Qui la vita sembra perdere significato per un amore non contraccambiato; e il dolore è così intenso da far perdere all’innamorato ogni attaccamento ad una vita “senza di lei”. Ogni forte delusione d’amore getta in questo cupo stato, per cui la morte perde il suo volto pauroso e sembra l’unico rimedio contro una vita senza più senso.

Quando l’idea del suicidio balena nella mente a causa di un perduto amore, vuoi perché non contraccambiato, vuoi per la morte della persona amata, si tratta del sentimento più alto che ci è dato di provare, e allora la separazione può apparire così dolorosa che si preferisce troncare ogni sofferenza cercando la morte.  

Ma mettere in gioco la propria vita per amplificare il genere di emozioni che si prova mentre la pallina gira nella roulette (con l’estremo della roulette russa), è ben lungi dal desiderio di farla finita per una perdita immensa come un amore, è una scelta fine a se stessa, è un morire per niente, per il brivido di qualche istante. Un brivido che toglie lucidità, come la toglie al giocatore mentre si accanisce a puntare senza sosta al tavolo verde, magari spinto dalla disperazione e dall’illusione di rifarsi.

C’è poi un altro importante distinguo tra i due casi citati: un conto è mettere a repentaglio la propria vita (nessuna legge può vietare il suicidio, che infatti non può che restare impunito), un altro è quello di coinvolgere un’altra persona, per giunta resa incapace di intendere e di volere mediante narcotici o plagiata da procuratori di morte altrui.

 


Dal ponte di Salle, in Abruzzo, si pratica il bungee jumping. 100 metri di adrenalina pura, assicura il Bungee Center, [VEDI] con lanci programmati e tanto di calendario. (Quasi) ogni volta un suicidio mancato.  

 

Se poi passiamo dai giochi erotici estremi agli sport altrettanto estremi, dove il raggiungimento di un primato vale più della propria esistenza, le spinte di fondo non sono tanto dissimili. Non starò qui a farne un elenco, tanto sono ormai noti, dall’alpinismo in condizioni di pendenza ed atmosferiche proibitive al lancio da un ponte con una gamba legata ad una corda (bungee jumping), dal balconing (ubriacarsi onde trovare il coraggio di lanciarsi dal balcone di casa, di un albergo, da un ponte, senza precauzioni) alla tuta alare, ecc. Sfide scriteriate per la soddisfazione di mostrare poi la bravata sui social, in caso di sopravvivenza, magari con il cranio incrinato, costole sfondate e menomazioni simili.

 


Stormo di uomini in tuta alare (uomini pipistrello). Le emozioni (e i rischi) maggiori sono quelli di lanciarsi da una vetta e poi planare a tutta velocità in canaloni sfiorando picchi di roccia 

 

Nulla di confrontabile con la “bella morte” che un tempo si cercava in battaglia, con un fine ben preciso: difendere la propria città, la propria patria, o un ideale, come nel caso del papa Pio II, che non esitò, pur in pessima salute, a guidare quella che avrebbe dovuto essere l’ultima crociata contro i Turchi nel 1464, che non riuscì neppure a salpare da Ancona per la sua morte, non proprio “bella”, per le fatiche del viaggio da Roma. 

 

Sfidare la morte per difendere la propria patria ha contrassegnato ogni civiltà nei passati millenni. L’ideale dava un senso alla morte. Quel senso che oggi manca nelle sfide, in particolare dei giovani, lasciati in balia di se stessi, senza altro traguardo che quello di “far soldi”. Se poi diventano troppi, si cercano altri traguardi  

 

Dopo aver fatto una breve summa dei tanti motivi per cui la vita passa in secondo ordine rispetto alla morte, volgo lo sguardo alla presente pandemia e vedo come sia in corso, a livello globale, una lotta senza quartiere contro la morte stessa. D’improvviso, l’esistenza in vita diventa prioritaria a qualsiasi altra motivazione, persino a quelle economiche, che pure hanno connotato la nostra civiltà come disposta a sacrificare tutto in nome del denaro. 

O forse dovrei correggermi e limitare questa preoccupazione per la vita propria e del prossimo alla minaccia da Covid, dal momento che tutte le altre cause di morte sono state messe in subordine, quasi ci fosse una sorta di gerarchia anche nella morte. Si può morire d’infarto, di tumore, di qualsiasi altra patologia che non sia il Covid. Non riesco a spiegarmi questa distinzione: pensavo che la morte avesse una valenza negativa in qualunque forma si presentasse, e non che ci fossero morti più “privilegiate” di altre.

 


Una spiaggia nell’estate 2020. La gente non sembra condividere le preoccupazioni dei governanti sul rischio di soccombere per il Covid: la si è dovuta costringere, dietro minaccia di multe salatissime, che si sono rivelate un deterrente più potente della ipotetica morte

 

Non voglio qui addentrarmi nell’eterno arcano se la morte sia semplicemente la fine di un’esistenza o anche l’inizio di una nuova, perché ce la siamo posta tutti da che abbiamo abitato questa Terra e siamo ancora al punto di partenza. Dico solo che chi crede in un’altra vita, spirituale, dopo la morte della carne, affronta quest’ultima con serenità, specie se è sorretto da un forte ideale, come i martiri cristiani o i kamikaze; anche se su questi ultimi aleggia, ancora una volta, il dubbio sulla perdita di consapevolezza che le droghe procurano. Ho letto che trattamenti simili vengono adottati per i soldati in procinto di affrontare scontri bellici di massimo pericolo. La filosofia del combattente odierno è ben più scettica di quella del guerriero antico, che si identificava nell’eroe del mito, e ciò spiega il ricorso a droghe per tacitare la paura di una morte non ideale, anzi prossima a quella dei mercenari di sempre. 

Alla paura di morire si affianca la paura di vivere, che sempre più insistentemente ci assilla, con i mille rischi che questa civiltà non fa che inventare, paradossalmente, per migliorarci la vita, nel senso di riempirla di agi e comodità materiali, facendo però mancare il nutrimento dello spirito, ossia proprio quegli ideali che sapevano dare un senso sia alla vita che alla sua perdita.

 
  Marco Giacinto Pellifroni         31 gennaio 2021 

 

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