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Il Natale in ospedale Stampa E-mail
Scritto da MICHELE MESCHI da Tempi di fraternità   

Il Natale in ospedale 

 Autore: Michele MESCHI  da Tempi di Fraternità

 


 

In questi giorni l’umanità affronta sfide strazianti. La COVID-19 (COronaVIrus Disease-19), malattia sostenuta dal virus SARS-CoV-2 e identificata per la prima volta il 31 dicembre 2019 dalle autorità sanitarie della città di Wuhan, capoluogo della provincia di Hubei in Cina, devasta il mondo con milioni di contagi in Asia e in gran parte del mondo occidentale.

Nel celebre film di Mario Monicelli, La grande guerra, dopo la scena di un pesante attacco militare in una grigia giornata del 1917, foriera di gravi perdite, il sergente Barriferri grida disperato al cielo: «Ma Cristo! Dove sei?». Il cappellano, ferito e stanco, lo guarda intensamente e ribatte, mesto: «È qua con noi, sergente. Se è vero che ha trentatré anni, è dell’ottantaquattro».

È così. La peculiarità cristiana sta nella completa assunzione, da parte del Padre, della natura dei suoi figli, negli eventi gioiosi come in quelli luttuosi.

In questo difficile Natale, di crisi sanitaria ed economica, di divisione sociale; ferito dall’ombradi attentati terroristici e gravato del peso di un’incertezza sul futuro, Dio è inchiodato alle nostre sofferenze e alle nostre paure, alla nostra fragilità, al nostro quotidiano eroismo.

Dio oggi può essere maschio o femmina, può venire al mondo nell’infermiera dell’ospedale COVID. L’assistenza al malato si è strutturata, sin dalle origini, come imprescindibile sostegno alla vita attraverso le cure esercitate dalle donne. Dall’archeologia dell’assistenza emerge il dipanarsi di due definiti percorsi: la semplice, banale «cura», inizialmente riservata alla figura patriarcale del medico, e il più complesso e articolato «prendersi cura», divenuto rapidamente di pertinenza obbligata delle madri e dunque dell’elemento femminile. Come ha scritto Alessandra Salerno, «con l’avvento dell’era cristiana crebbe l’attenzione verso il prossimo,e le diaconesse favorirono per la prima volta lo sviluppo dell’assistenza basata sulla vocazione. Nel Medioevo tale ruolo si estese anche alla figura maschile attraverso i monaci dei conventi, e nello stesso periodo si assistette alla nascita del termine infirmus, che designava inizialmente una condizione di bisogno, e poi arrivò a rappresentare il luogo in cui si presta la cura (infirmarium), fino a riferirsi alla professione infermieristica nello specifico».

È nell’800, con l’attività instancabile di Florence Nightingale negli ospedali da campo durante la guerra di Crimea, che viene rivoluzionata «la visione dell’infermiere nella società; che si impone all’assistenza l’utilizzo di un metodo scientifico, nella necessità di adottare per le cure un personale adeguatamente formato e retribuito. Fu Florence Nightingale a istituire le scuole infermieristiche presso l’Ospedale S. Thomas di Londra, dove si svolsero le prime lezioni sul piano teorico e clinico».

Dinanzi alla bufera che ci ha travolti dalla fine del febbraio scorso, ci sono soprattutto loro, infermieri e operatori socio-sanitari, a far fronte a tanto dolore, a tanta paura, a tanta iniziale impotenza. Loro ci insegnano qualcosa di più della semplice, pur importantissima, assistenza al malato. Ci danno una lezione sulla società e sul valore del tempo, argomenti eterni e multidimensionali su cui dovremmo continuamente riflettere.

La società. Con la meticolosa attenzione agli aspetti educativi e al counselling degli ammalati e, in fondo, di tutti noi, ci suggeriscono come sia questo il tempo propizio, perché la società venga rifondata su modelli classici, costituiti essenzialmente di interazione, di integrazione e, al contempo, di limite. Certo, un kairòs di immenso dolore, di vera inconsolabile strage, di lutti non vissuti, di progressiva caduta di certezze in campo scientifico e gestionale: ma senza dubbio un’occasione - da non sprecare - per tornare a fare di termini come «insieme», «comunità», «comunione» il timone del nostro viaggio, tracciato fra confronti e riflessioni, nel continuo scambio tra identità personale e dimensione collettiva.

È il momento del «noi», scrive Massimo Recalcati: «Questo virus è una figura sistemica della globalizzazione; non conosce confini, stati, lingue, sovranità, infetta senza rispetto per ruoli o gerarchie. La sua diffusione è senza frontiere, pandemica appunto. Da qui nasce la necessità di edificare confini e barriere protettive. [...] Se le guerre ci hanno insegnato ad essere liberi sottraendoci la libertà e obbligandoci a riconquistarla, il virus ci insegna invece che la libertà non può essere vissuta senza il senso della solidarietà, che la libertà scissa dalla solidarietà è puro arbitrio. Lo insegna, paradossalmente, consegnandoci alle nostre case, costringendoci a barricarci, a non toccarci, ad isolarci, confinandoci in spazi chiusi. In questo modo ci obbliga a ribaltare la nostra idea superficiale di libertà, mostrandoci che essa non è una nostra proprietà, non esclude affatto il vincolo ma lo suppone. La libertà non è liberazione dall’altro, ma è sempre iscritta in un legame [...]. La lezione tremendissima del virus ci introduce forzatamente nella porta stretta della fratellanza, senza la quale libertà e uguaglianza sarebbero parole monche. In questo strano e surreale isolamento noi stabiliamo una inedita connessione con la vita del fratello sconosciuto e con quella più ampia della polis. In questo modo siamo davvero pienamente sociali, siamo davvero pienamente liberi».

Il valore del tempo. Ce lo ricordiamo, il tempo dilatato a dismisura nelle notti della pandemia? Il cartellino timbrato alle ore più impensate, le occasioni rubate a sé stessi, ai propri affetti, alle proprie famiglie? E la terribile paura di essere inadeguati, di contrarre la malattia e - peggio - di portarla a casa e di disseminarla ai propri cari, con un misto di senso di colpa e di disperazione! Il personale di comparto è madre e padre, figlio di genitori anziani. «La chiusura delle scuole ha influito molto sulla vita dei genitori con figli piccoli e dei relativi nonni. I disagi sono molti ma, anche in questo caso, i tentativi delle scuole di proseguire un minimo di didattica fuori dalle aule ha portato a sperimentare sistemi di cooperazione inediti tra scuole e famiglie. Esperienze salutari in un periodo storico dove genitori e insegnanti sembrano essere spesso ai lati opposti di una barricata [...] E guardando a una dimensione più intima e personale, certamente c’è il rischio di uscire da questa fase di isolamento con maggiori resistenze verso l’altro e timori sulle forme di socialità. Gli anziani oggi stanno vivendo un momento di ulteriore solitudine. Ma c’è anche qualche rovescio della medaglia che potremmo valutare positivamente: ad esempio l’azzeramento delle agende degli impegni ex tra-scolastici dei nostri figli - spesso troppo fitte - oggi ci dà l’opportunità di ripensare i loro e i nostri tempi assieme».

Tutto questo vivono, metabolizzano, coprono di dubbi e certezze anche infermieri e operatori socio-sanitari, accanto ai medici.

Ed è per questa vita, per questo ciclone di emozioni contrastanti, di soddisfazioni e di sconfitte, di gioie e di dolori, che dobbiamo dir loro grazie: per compiere gran parte del lavoro di questi mesi, per farsi carico - in prima persona - di tutte le fragilità di chi è colpito da un incubo mai visto.

Per farci capire che il nostro destino più vero, come dice papa Francesco, «è essere trasformati dall’amore. Lungo il cammino della storia, la luce che squarcia il buio ci rivela che Dio è Padre e che la sua paziente fedeltà è più forte delle tenebre. In questo consiste l’annuncio della notte di Natale».

Levarsi al di sopra della propria condizione terrena, per fondersi con un’entità superiore, è desiderio dell’uomo sin dalla notte dei tempi: i greci parlavano di apothéosis, apoteosi, per il riconoscimento dello status divino ad una figura del mito. Toccò in sorte ad Eracle, la cui dimensione sovrafisica fu accompagnata da Athena sul monte Olimpo, mentre le spoglie bruciavano sulla pira, avvelenate dal sangue del centauro Nesso. Nell’antica Roma, la divinizzazione del princeps, spesso attuata a scopo politico dal suo successore, avveniva simbolicamente attraverso il rogo funerario di un’immaginetta di cera, esposta al pubblico per alcuni giorni.

Scrive il biblista Alberto Maggi: «Raggiungere il Signore è stata anche la massima aspirazione di ogni persona religiosa: salire e spiritualizzarsi, per fondersi misticamente con il Dio invisibile. I potenti pensavano di raggiungere Dio e di essere al pari di lui mediante il trionfo del proprio interesse, l’accumulo delle ricchezze; gli uomini pii attraverso l’accumulo delle preghiere». «Solo la follia di Dio (1 Cor 1,25) ha potuto spingere l’Altissimo, non solo a diventare un uomo, ma addirittura a rimanerlo. Con la nascita di Gesù, Dio non è più lo stesso e l’uomo nemmeno: è cambiato completamente il rapporto tra Dio e gli esseri viventi e tra questi e il loro Signore. Potenti e religiosi pensavano di raggiungere la condizione divina, separandosi dagli altri: i primi per dominarli, i secondi per essere di fulgido esempio.

Più il potente voleva salire e più sprofondava nelle tenebre, nella profondità dell’abisso (Is 14,15), poiché più si allontanava dai suoi simili, più diventava disumano. Più l’uomo religioso si distaccava dagli altri per incontrare Dio, più questi pareva allontanarsi, diventare irraggiungibile: poiché chi si separa dagli uomini si separa dal Signore».

«Con il Natale si è capito perché: non bisogna salire per incontrare il Signore, ma scendere, perché in Gesù Dio si è fatto profondamente umano e si è messo al servizio di tutti.

Con Gesù Dio non dev’essere più cercato, ma semplicemente accolto (Gv 1.12). Egli è il Dio con noi (Mt 1,23), che chiede di andare, con lui e come lui, verso ogni persona. Più si è umani, più si libera il divino che è già in noi»

 Da http://www.tempidifraternita.it/public/editoriali/PHP20201124.htm

 


 

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