IMPERI E VALUTE (VII) Il carry trade inverte la rotta
Il mondo si sta rapidamente accorgendo che l’abbuffata di liquidità di cui ha beneficiato per decenni (platealmente nelle Borse e nei titoli di Stato) si sta rapidamente esaurendo. In pratica, sta rientrando il fenomeno che ha consentito a livello globale di accendere prestiti a basso costo –e in forma occulta- dal Giappone per gli impieghi più disparati, dall’acquisto -e relativo rialzo- di titoli societari o di obbligazioni statali, agli investimenti immobiliari o ai giochi finanziari in leva degli hedge fund o delle cripto-valute, dai fondi pensione ai fondi sovrani. Ciò che ha permesso tutti questi movimenti inter-valutari è stato il carry trade.

Tsunami è il termine giapponese di terremoto. E proprio dal Giappone sono partite le ondate che stanno travolgendo il mondo della finanza e di tutte le entità, pubbliche e private, che hanno approfittato del denaro a buon mercato elargito dal Giappone grazie al carry trade, per realizzare tutta una serie di operazioni, da trasparenti ad opache, in ogni parte del mondo
Il gioco del carry trade era estremamente elementare: prendere in prestito yen (¥) giapponesi, molto convenienti come cambio rispetto ad altre valute e con interessi prossimi allo zero, quando non addirittura negativi, cambiarli ad es. in dollari o euro, acquistare ad es. treasuries americani o bond tedeschi o italiani, e intascare la differenza degli interessi; oppure, usare quei soldi per rimpinguare le casse di enti pubblici e privati, o nelle Borse, per fare tutta la serie di giochi speculativi che l’odierna finanza “creativa” oggi consente, giocando con soldi facili in prestito e in leva.

Il solo aumento dello 0,25% del tasso di interesse della BoJ ha smosso ingenti capitali dalla loro trentennale, placida dipendenza dalla prodigalità giapponese
Questo stato di cose era consentito da un cumulo di fattori peculiari al solo Giappone.

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Il Giappone, infatti, versava in una caparbia deflazione, con i prezzi e la produzione in costante calo, in un’economia asfittica, che si rifiutava di crescere secondo i manuali ortodossi. Alla ricerca di una pur minima inflazione che vivacizzasse un mercato languente, la Bank of Japan (BoJ) adottò per decenni una politica espansiva, acquistando senza limiti le obbligazioni statali, sino a portare il debito pubblico giapponese ad un valore unico tra le economie sviluppate, con un rapporto debito/Pil di 240 (in valore assoluto $ 10 T, ossia diecimila miliardi di $). Ciò non causò effetti inflativi in patria, in quanto la massima parte dei soldi andava ad alimentare il carry trade. A ciò si aggiunga il tasso di interesse gravitante intorno allo zero, non dovendo fungere da esca per attrarre investitori stranieri, che già accorrevano numerosi, mentre la BoJ provvedeva a non lasciare bond eventualmente invenduti, in un lungo replay delle politiche di QE (quantitative easing) di Fed e BCE dopo il 2008, non a caso con interessi quasi a zero. Infine, lo yen (¥) rimaneva debole a causa dell’enorme debito pubblico: negli ultimi cinque anni ha perso ca. il 50% del suo valore: oggi ci vogliono 155 yen (¥) per acquistare 1 dollaro.

Raffronto tra i maggiori debitori del pianeta, in $: Giappone 10 T; Cina 16 T; Francia e UK: 4 T; USA 38 T; Italia 3 T

Una riunione del board della Bank of Japan (BoJ). Il dilemma della BoJ è che aumentando i tassi per calmare la fiammata inflativa aggrava il già gigantesco debito pubblico e rovina lo Stato; mentre, se li abbassa, deprezza ulteriormente lo yen (¥). E ricordiamo che lo ¥ deprezzato è il miglior alleato di una Nazione dedita soprattutto all’esportazione come il Giappone. Ma non è stato sufficiente
Ebbene, la nuova premier Takaichi, insediatasi ad ottobre, a dispetto della montagna del debito pubblico in essere, ha audacemente adottata, in controtendenza, una politica espansiva, della dimensione di ben $ 135 miliardi; e ciò proprio nel momento in cui la BoJ aveva diminuito la propensione all’acquisto indiscriminato dei bond e iniziato ad alzare i tassi, raggiungendo l’obiettivo di una, pur modesta, inflazione. Oggi il tasso ha raggiunto l’1,9% e non accenna a diminuire, anzi, accrescendo il fardello del debito pubblico. Ma la mossa di Takaichi ha depresso lo yen (¥), come sempre accade quando si diluisce la massa monetaria esistente senza corrispettivo aumento del Pil. Takaichi, in sostanza, ha finito con l’adottare il metodo di ultima istanza degli imperi al tramonto: immettere più moneta, prolungandone la svalutazione in atto e aumentando un debito già alle stelle, nella speranza di rinvigorire gli investimenti aziendali e sostenere la spesa delle famiglie. Ne ho fornito ripetuti esempi nei precedenti capitoli.

Sanae Takaichi, nuovo premier giapponese. Nessuno si aspettava da un’ultraconservatrice come lei di vederla varare un piano espansivo di $ 135 miliardi, incurante di un debito pubblico già esorbitante. Un rilancio in piega regola, come in una partita a poker, da parte di chi è alle corde
V’è tuttavia da aggiungere che il Giappone rappresenta un caso a sé, paradossale, in quanto, a fronte di un debito pubblico schiacciante, è anche il maggior creditore internazionale: ha immesso nel mondo finanziario la bellezza di $ 3,3 T (altre fonti arrivano persino a $ 20 T, aumentando il numero dei prestatari), dei quali $ 1,2 T nei soli treasuries americani: alle aste il Giappone è sempre stato il primo ad alzare la mano, seguito da Cina e UK e una pletora di altri Stati che hanno tutti prosperato grazie all’immenso credito concesso dal Sol Levante.

Il paradosso giapponese: il maggior creditore al mondo, in particolare di $ 1,2 trilioni in treasuries, e insieme il più indebitato in patria, verso la BoJ. Oggi sta tentando di riequilibrare crediti e debiti, al prezzo però di indebolire al tempo stesso lo ¥ (a causa del nuovo debito) e i treasuries (non più acquistati, ma venduti)
E proprio su questa discrasia ha fatto leva Taikichi, consapevole che la festa dei prestiti a interesse nullo era finita, col conseguente, progressivo rimpatrio degli ¥ sparsi per il mondo.

Andamento dei tassi d’interesse dei bond a 10 anni nell’ultimo decennio. Dopo una accentuata discesa nei primi anni ’90, i tassi si sono appiattiti intorno allo zero o anche in negativo. Ciò ha consentito il nascere del carry trade dai più disparati soggetti, pubblici e privati. Solo di recente il tasso è salito sino all’attuale 1,959%, peggiorando una situazione già drammatica, con gli interessi che già assorbono il 25% del Pil
Si tratta, in sostanza, di un colossale margin call su capitali ingigantiti dalla leva finanziaria, che avevano portato le Borse al ripetuto raggiungimento di massimi storici. E, l’avere gli occhi puntati solo sulla persistente salita delle quotazioni, impediva di accorgersi del processo contrario sul fronte dei bond, declinanti di valore e con tassi in crescita. Un altro effetto primario del riflusso di yen (¥) verso casa è stata la concomitante rarefazione di danaro, con i debitori mondiali alla contemporanea ricerca di ¥ per ripagare il debito verso il Giappone.
La situazione sta coinvolgendo sia i Paesi sviluppati (India in testa, il cui straordinario sviluppo è basato principalmente su investimenti stranieri), sia tutti gli altri, dipendenti senza distinzione dal finanziamento invisibile del carry trade. Si è innescato un meccanismo perverso per il quale tutti i soggetti che avevano prosperato grazie alla pioggia di ¥ a tasso zero si trovano adesso a doverli riacquistare. Una spirale equivalente ad un terremoto finanziario globale. Un terremoto, tuttavia, non di massime magnitudini, ma denotato dal susseguirsi di scosse medio-piccole, che sgretolano poco per volta, e del quale molti neppure si accorgono e allarmano, fino alle scosse finali.

Immagine allegorica del flusso di denaro da tutto il mondo risucchiato nel vortice del carry trade unwind (retromarcia) verso il Paese di origine, il Giappone, dopo l’inaspettato margin call
I primi a sentire le scosse sono i principali divoratori di denaro: le hi tech, con in testa quelle impegnate nell’AI, che stanno spendendo cifre astronomiche, anche per l’altrettanto astronomico consumo di energia elettrica, senza avere ancora adeguati ritorni, procurando un prosciugamento monetario dei mercati. Tutti devono riconvertire dollari in ¥ in maggiore o minor misura. E cosa vendono, per far cassa? Soprattutto i gioielli di Borsa, più facilmente monetizzabili: Apple, Tesla, Nvidia. O i treasuries americani. O i Bitcoin. O le azioni più rischiose, acquistate in leva, nella convinzione che il carry trade non finisse mai. Questa smobilitazione di investimenti assorbe denaro, determinandone una progressiva penuria.
L’unwind del carry trade, come già accennato, non sarà un processo repentino, overnight; procederà a velocità discontinua, ma ridotta, senza però sconti per nessuno. Non è un “incidente di percorso”, ma un cambiamento strutturale, sistemico.

In chiave analogica, la leva finanziaria è una mina vagante, pronta ad esplodere in qualunque momento, in particolare se ad azionarla c’è il denaro facile del carry trade, che può chiudere i rubinetti senza preavviso
Inciso: la leva finanziaria su una somma presa in prestito funziona come una lente di ingrandimento, che scolla la realtà di base dall’immagine fittizia che la lente ingannevolmente fornisce. Ma quando c’è da rendere il prestito, ci si rende amaramente conto che si può rendere solo il danaro di base, non il suo ingrandimento. E, se non si hanno sufficienti fondi reali di supporto, si fallisce.
Ecco che il castello di carte finanziario, che la finanza pensava avesse scalzato l’economia reale, si avvia verso il suo crollo. Il volume di ¥ in ritorno forzato verso il Giappone vi provoca un inizio di inflazione, che la BoJ tende a reprimere rialzando i tassi: dopo avere cercato di battere la deflazione, adesso si ritrova a dover calmare una ripresa inflativa.

Grafico dell’inflazione nell’ultimo decennio, con la recente, brusca impennata, che ha spinto la BoJ ad alzare i tassi per frenarla, ponendo fine al carry trade
Mentre il mondo riscopre il valore degli asset fisici, non legati ad un debitore, e quindi non più dipendenti dalle sue vicende, con tutti i rischi di mancati rimborsi.
Tuttavia, come suol dirsi, se Atene piange, Sparta non ride. Se la finanza globale è in affanno per rimborsare il debito in ¥, non è che il Giappone viva giorni più sereni, con Takaichi che ha giocata la carta espansiva in un contesto che avrebbe tradizionalmente richiesto il contrario (“lacrime e sangue” in stile Monti/Fornero): una mossa oscillante tra l’ultimo colpo di coda prima del disastro o l’improbabile primo scalino di una rinascita.
Mi viene spontaneo un confronto con lo tsunami, provocato 50 anni fa dalla nascita dei petrodollari. Tsunami in quanto tutto il mondo doveva pagare i suoi acquisti di materiali energetici (petrolio e gas) esclusivamente in dollari sonanti, scatenandone una massiccia quanto forzata richiesta e il conseguente rialzo, nonché l’intemperanza del governo nello stamparne ad libitum, sino all’attuale, insostenibile debito pubblico.

Nei sei capitoli precedenti ho mostrato come cedere alla tentazione dell’allegra stampa di moneta sia lo stadio terminale di ogni impero. Senza eccezioni, da sempre. Resta da vedere se nel caso affatto peculiare del Giappone questa regola offrirà la prima eccezione
Prima di concludere questa lunga cavalcata nel mondo delle valute, dall’antichità ai giorni nostri, vorrei ricordare la vera natura dei debiti pubblici in giro per il mondo. Quando si sentono i “virtuosi” del Nord incitare ad una riduzione del debito, si dimentica che tutti i debiti pubblici sono progettati per restare tali, ossia rinnovati con altro debito ad ogni scadenza, poiché sarebbero forieri di deflazione e vita grama se venissero massicciamente ripagati. Si tratta infatti di soldi tuttora in circolazione, funzionanti; e ridurne in misura significativa l’ammontare causerebbe guai seri a tutte le forme di welfare e al regolare svolgimento delle attività pubbliche al servizio dei cittadini. Ciò che invece resta da fare, se proprio si vuole cocciutamente mantenere in vita questo sistema di moneta-debito e a interesse, è di ridurre il più possibile il tasso sui bond attraverso una qualificazione virtuosa della spesa pubblica parassitaria: una virtù comparata, riflessa nel famoso spread tra gli interessi dei nostri bond e quelli dei bund tedeschi. Una Fata Morgana, insomma, in un Paese come l’Italia, e non solo: tutta la classe politica funge da cane da guardia degli interessi dei banchieri.

Draghi e Monti, fautori della politica del rigore. Tra le misure varate dal secondo, nel 2012, l’inserimento del Pareggio di Bilancio in Costituzione. Nel sistema finanziario vigente, ha una sua logica, ma punisce i cittadini in proporzione al loro grado di povertà
Il Pareggio di Bilancio sorvola sul fatto che i governi hanno funzioni diverse dalle aziende, anche se nei decenni scorsi non si è fatto che equiparare i primi alle seconde; come se obiettivo primario di un governo sia quello di trarre profitti dal suo operato. Al contrario, uno Stato virtuoso non necessita di prestiti, e dovrebbe prima spendere, stampando moneta propria, senza debito; e poi modulare parte della spesa col gettito fiscale per smorzare le spinte inflazionistiche. Solo così dovrebbero entrare i soldi in circolo, non con prestiti bancari ad interesse: ne beneficerebbero tutti, fino all’ultimo cittadino, anziché le banche.


1928/1935. Quando i dollari avevano la copertura dichiarata in oro o argento. Ciò impediva di stamparne a profusione. E durante la sua presidenza, JF Kennedy emise dollari dello Stato, pubblici, anziché della Fed, privati. Una sfida che gli costò probabilmente la vita. E funse da deterrente a non osare più tanto, in puro stile mafioso
Per tirare le somme, l’impalcatura finanziaria fondata sulla sabbia del denaro fiat sta per subire una transizione di stato: le banche centrali hanno avvertito per tempo l’inanità degli sforzi per continuare sull’attuale strada e si sono messe ad acquistare oro (e argento) “col turbo” (ma solo per salvare se stesse). Ed è questo il segno più lampante che stiamo ormai entrando nel “grande reset”, nel quale le monete fiat si indeboliranno sempre più, per cedere il passo (si spera) a monete con un sottostante di riconosciuto valore. Come era fino al 1971. Anche se la soluzione radicale rimane sempre la moneta di Stato, in stile kennediano. Staremo a vedere se gli stregoni di Wall Street non inventeranno qualche altro strattagemma per restare attaccati fino all’ultimo all’attuale fallimentare sistema, nonostante il crollo del carry trade, che ha sorretto il castello di carte per trent’anni. Ma non è più tempo né di petrodollari né di yen-dollari (¥-$).
Marco Giacinto Pellifroni 21 dicembre 2025