IMPERI E VALUTE (VI)
Il nuovo millennio riaccese in pieno lo spirito guerriero yankee, intervenendo militarmente in Afghanistan nel 2001: un impegno durato un ventennio, con un vergognoso ritiro per “stanchezza”, lasciando campo libero ai Talebani. Gli USA vanificarono così vent’anni di combattimenti, migliaia di morti e feriti e la spesa di $ 2,3 T, di cui $ 530 miliardi di interessi sui debiti contratti. [VEDI]
Non paghi di impelagarsi in una guerra lontana e su un territorio montuoso, facile alle imboscate e ai nascondigli, due soli anni dopo, nei primi anni 2000, l’America si lanciò in due successive avventure in Iraq, la prima per combattere Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait, la seconda spinta dalle stesse motivazioni dell’Afghanistan: guerra al terrorismo, dopo lo smacco delle Torri Gemelle l’11 settembre 2001. Giustificazione che si rivelò in seguito un altro false flag, sbandierando la presenza di armi di distruzione di massa negli arsenali iraqeni. Costo in vite umane: 4400 americani (e 100.000 civili iraqeni); oltre all’esborso di quasi $ 2 T, che sale a $ 2,89 T considerando le future cure per i veterani. [VEDI e VEDI]. L’invasione principale durò dieci anni, ma in tono minore si protrasse fino al 2023: un altro ventennio di guerra, dunque, in parte sovrapposti.

11 settembre 2001. [VEDI] L’attentato alle Torri Gemelle servì di giustificazione per scatenare guerre in Iraq e in Afghanistan: nel primo caso si trattò dell’ennesima false flag
Successivamente, tanto per non lasciare inoperoso il proprio apparato industrial-militare, gli Stati Uniti parteciparono attivamente all’intervento NATO in Libia nel 2011, anche se si trattò di una britzkrieg, con scarso peso economico (ca. $ 1,1 miliardi), ricorrendo all’abusata tecnica dei bombardamenti aerei; ma con effetti post-bellici devastanti, con la Libia dominata da opposte cricche criminali e l’innesco di fiumane migratorie devastanti verso l’Italia, tuttora in corso, nonostante i proclami “sovranisti” pre-elettorali di FdI.
La fiducia nel dollaro, tuttavia, continuò pressoché intatta fino a pochi anni fa, quando le varie tensioni internazionali hanno avviato il mondo verso un reset, geopolitico e monetario. Il bilancio americano è tecnicamente in default, oberato da una montagna di debiti: $ 38 T+ (oltre trentottomila miliardi di dollari, in crescita costante e $ 1 T+ annuo di interessi sui bond), imputabili alle guerre, alla sovraestensione globale e, non ultimo, al tenore di vita degli americani, per cui al macigno del debito pubblico si aggiunge quello del debito privato, di circa $ 40 T+ nel 2024. Insomma, una nazione in cui le entrate fiscali sono di molto inferiori rispetto alle uscite, sia interne che verso Paesi terzi, anche perché, dopo decenni di delocalizzazione e deindustrializzazione, gli USA vivono di importazioni (detto in parole povere, vivono a scrocco). Finché i pagamenti in dollari vengono accettati e gli esuberi investiti in treasuries (bond, obbligazioni del Tesoro), il sistema funziona, ma gli interessi pretesi dagli acquirenti, in particolare esteri, crescono man mano che la loro fiducia nel dollaro evapora, al pari della sua quotazione.

Scott Bessent, segretario al Tesoro, proviene dall’ambiente della finanza speculativa, avendo diretto per decenni l’hedge fund londinese di George Soros (il finanziatore delle ONG che caricano in mare migranti clandestini per poi scaricarli in Italia), finché nel 2015 ne fondò uno proprio. Fautore convinto dei dazi, ha dovuto ricredersi sui loro “effetti collaterali”, minacciando anche le dimissioni, dopo aver constatato il terremoto finanziario da essi provocato e l’isolamento in cui si è ritrovato anche tra gli stessi repubblicani
Attualmente, un Trump che ha fatto della figura del paciere il simbolo di un MAGA che non vuole più guerre, si trova oggi in imbarazzo di fronte ad una possibile, ennesima guerra in Venezuela, che gli è arrivata tra capo e collo, dopo quella in Ucraina, che si era illuso di risolvere “in 24 ore”.

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Una volta entrato alla Casa Bianca s’è reso conto di quanto questo mondo sia diventato estremamente complesso da gestire, anche da una posizione di vertice. La soluzione dei dazi, propugnata da Bessent, sembrava convincente, sulla carta. Trump aveva lodevolmente promesso di far tornare l’America una nazione produttrice, da parassita che è diventata da quando Nixon sganciò il dollaro dall’oro. Per far ciò doveva agevolare il ritorno delle linee di produzione dagli sweat shop asiatici al suolo americano. Ma entrambi, lui e il suo consigliere, hanno troppo accarezzato i pro e tralasciato i contro: le contromosse degli avversari sul loro stesso campo, isolando l’America anche rispetto a nazioni fornitrici di materiali essenziali; l’aumento dei prezzi per le aziende e i consumatori americani, ridando fiato a quell’inflazione che richiede alti tassi della Fed per controbatterla, con ciò esasperando il già abnorme debito pubblico; l’enorme divario delle retribuzioni. La dura lezione è che spesso la tentata soluzione dei problemi ne comporta di nuovi e più ardui.

Quanti hanno avuto la pazienza di seguirmi sin qui noteranno che gli Stati Uniti sono in una perdurante inflazione e conseguente perdita di potere d’acquisto della loro moneta, ossia in uno stadio non lontano dall’iperinflazione che portò al fallimento gli imperi precedenti.Naturalmente, i vertici ne sono ben consapevoli, ma non si rassegnano al declino, e stanno architettando delle vie d’uscita proprio per evitare questo nefasto esito. A differenza dei loro antichi consimili, oggi la finanza è tutta digitale e può dare adito a trucchi un tempo impensabili al fine di confondere le acque.
L’asso nella manica di Donald Trump e Scott Bessent (ministro del Tesoro) sembra essere lo stable coin. Il piano Trump-Bessent è tuttora a livello di supposizioni; ma si tratterebbe di sostituire gradualmente il dollaro con questa cripto-valuta promossa dallo Stato, attualmente molto richiesta (come il Bitcoin; a parte le montagne russe tipiche di ogni cripto-valuta). Inoltre, l’oro custodito a Fort Knox ed altri caveau verrebbe rivalutato dal valore del 1934, ossia $ 35/oncia, al valore di mercato, oggi intorno a $ 4.200/oncia.

Ritorno al gold standard? È il sogno accarezzato da Trump, per ridare al dollaro lo smalto perduto. Eppure, suona contraddittorio, se pensiamo all’oro di proprietà estera (tra cui Italia e Germania) di cui invano si chiede la resa
In tal modo si creerebbe un sottostante monetario di tutto rispetto che darebbe più respiro (e interessi più bassi) alla vendita dei bond. Una strada eterodossa, che però è tutt’altro che scontato che riuscirebbe a convincere, non solo le nazioni riunite nei BRICS, ma persino i più fidati alleati, come il Giappone, che ha marciato a ruota degli States sin dal 1945, e che ha attraversato oltre tre decenni di stagnazione economica, con l‘odierno rapporto debito/Pil più alto del mondo (oggi a 235, ma per il 90% in mani domestiche), interessi intorno allo zero, salari fermi.
Oggi però la premier Sanae Takaichi, di fresca nomina, sta dando una brusca sterzata alla politica sin qui seguita nei confronti degli USA, e non solo.

Takaichi ha più di qualcosa in comune con Giorgia Meloni, che lei stima al pari di Margareth Thatcher: prima donna premier, di destra, (ammesso che la Meloni ancora lo sia, anziché centrista di fatto), anti-immigrazione, come la quasi totalità dei giapponesi.
Il nuovo corso sta cambiando l’impalcatura stessa della finanza globale, come vedremo nel prossimo ed ultimo capitolo, dedicato all’ultimo Impero.
Il Giappone non è più quello che ci eravamo abituati a credere
Marco Giacinto Pellifroni 14 dicembre 2025