IMPERI E VALUTE (V)
I debiti di guerra colpiscono quanto i cannoni. La Germania e l’Italia dopo due sconfitte, la Gran Bretagna nonostante due vittorie: tutte ne uscirono con l’economia a pezzi. L’America, dopo quattro guerre, di cui tre perse, ma sempre in campo altrui, ha accumulato un debito ciclopico che sta minando le basi della sua supremazia economica e militare.
Adesso lasciamo le vicissitudini domestiche del passato capitolo, per affrontare il lungo cammino del dollaro, assurto a simbolo della potenza americana dal 1944 ad oggi.

Il dollaro, prima della chiusura, nel 1971, della gold window, era equiparato all’oro e proiettava un’aura di potenza e di stabilità, per cui l’America era diventato il salvadanaio del mondo. E non solo per l’acquisto di treasuries, ma anche come caveau aureo delle banche centrali (tra cui Italia e Germania, che ne chiedono invano la restituzione…)
Mentre la sterlina crollava miseramente, con ripetute svalutazioni, che costrinsero il governo a mendicare un aiuto all’FMI, gli USA sembravano più facoltosi che mai: il dollaro aveva l’oro come collaterale; e molte nazioni, esportatrici nette verso gli USA, investivano parte dei loro proventi proprio in dollari, acquistando i loro bond. Tutto bene, dunque? Finalmente un’eccezione a conferma della regola? Non proprio. L’eccessiva ricchezza finisce col dare alla testa -vedi la Spagna-, nonostante la storia impartisca lezioni di sobrietà e consapevolezza dei propri limiti, pena il disastro economico, con tutto ciò che ne consegue alla vita delle persone.
Circa l’intrusione, fino all’aggressione e occupazione militare, di nazioni “disallineate”, si veda la Dottrina Monroe, chiaramente descritta nell’omonimo libro di Giacomo Gabellini.

L’ottocentesca Dottrina Monroe “è stata uno dei principali strumenti di legittimazione delle politiche espansionistiche di Washington” a cominciare dall’America Latina. George W. Bush è stato molto esplicito al riguardo: “È legittimo cambiare il regime di uno stato avversario od occupare un territorio straniero finché gli interessi strategici statunitensi non siano realizzati” [VEDI e VEDI].
Infatti, anche gli USA, oltre ad avere basi e interessi in tutto il pianeta, peccando quindi di sovraestensione, che abbiamo visto essere un’importante concausa dei bilanci in rosso, si andarono ad impelagare in guerre a migliaia di kilometri di distanza: altra causa di spese faraoniche da sostenere, col risultato cumulativo di un deprezzamento del dollaro dal 1971 ad oggi di circa il 97%. Vediamo di farne una pur sommaria storia.
Come abbiamo già visto nei secoli passati, gli stadi dell’ascesa e caduta di una nazione sono:

- produzione propria; esportazione netta, moneta di valore intrinseco (oro e argento), benessere fondato sul lavoro, spese proporzionate agli introiti;
- sfruttamento della fiducia altrui, calo della produzione e dipendenza dall’importazione, pagando con moneta via via meno nobile: diluizione dei metalli pregiati con metalli vili, giù giù fino all’impiego di carta-moneta; spese folli, lusso, agi, rammollimento generale dei costumi; guerre predatorie, aperte o sotterranee, mediante corruzione, colpi di Stato, per sopperire al calo della produttività; [VEDI]
- riconoscimento da parte delle nazioni esportatrici della natura parassitaria della nazione guida; riluttanza e progressivo rifiuto di venir pagate con carta non più corrispondente a produttività, rendendosi conto di mantenere dei parassiti;
- crollo della fiducia nella valuta dominante, ormai incapace di pagare i debiti contratti in anni di “pasti a scrocco”. Iperinflazione dovuta all’isterica produzione di moneta in esubero rispetto ai beni prodotti in patria. Miseria e disperazione diffuse.
Gli Stati Uniti si trovano oggi verso il termine dello stadio 3.

Planisfero con l’America al centro. È così che gli USA vedono se stessi, al centro di un mondo con ca. 642 basi militari in 170 Paesi, di cui molti in stato di sudditanza politica ed economica. Un espansionismo che ha alimentato il debito USA fino all’insostenibile importo odierno (v. oltre)
E veniamo adesso alle guerre che gli USA intrapresero per bloccare, dapprima l’ideologia comunista; e, successivamente al 2001 (Torri Gemelle), un vero o presunto terrorismo.
La prima guerra in cui si cimentarono, sia pure sotto l’egida ONU, fu nel 1950 in Corea, divisa dopo il 1945 in due parti dal 38° parallelo: la parte Nord era sotto protezione URSS, quella a sud protetta dagli USA. Quando il Nord decise di invadere il Sud, con il traguardo di unificare le due Coree, gli USA, fiancheggiati da molte nazioni europee, iniziò una guerra molto sanguinosa che si concluse con un armistizio (che dura tuttora) nel 1953; in pratica con un nulla di fatto, restando il 38° parallelo a divisione della Corea in due pezzi.
Questa guerra costò all’America (e agli alleati) oltre 150.000 uomini, tra morti a feriti, anche per il protagonismo del suo comandante, gen. McArthur, che voleva addirittura ripetere in Corea la strage nucleare compiuta in Giappone pochi anni prima per farla finire alla svelta e -forse- diventare il prossimo presidente USA. Il presidente Harry Truman, che pure aveva autorizzato nel 1945 Hiroshima e Nagasaki, forse angosciato per quegli eventi, non volle passare alla storia per l’uomo della bomba atomica e licenziò Mc Arthur. Dopo di che si giunse all’armistizio.

Statue commemorative della guerra in Corea
Quella guerra non fece che confermare, oltre all’eccessivo sangue versato, i costi che una guerra, specie se lontana, comporta anche ad una nazione molto ricca. Tuttavia, la lezione durò solo 11 anni. Si era in piena Guerra Fredda e gli USA temevano l’avanzata comunista dovunque essa di profilasse. La penisola vietnamita era quasi un duplicato di quella coreana, essendo anch’essa divisa in due: il Nord comunista, il Sud anticomunista.
Fu così che nel 1964, temendo l’”effetto domino” comunista nel Sud-Est asiatico, ricorrendo ad una false flag simile a quella imbastita nel Golfo del Tonchino, gli USA -presidente Lyndon Johnson, da pochi mesi eletto in sostituzione dell’assassinato John F. Kennedy- decisero di intervenire massicciamente nella guerra tra i due Viet-Nam, in atto peraltro già dal 1955. La guerra fu ancora più devastante di quella coreana quanto a morti, dispiego di mezzi, durata. Finì ingloriosamente nel 1973, con la ritirata degli USA e, due anni dopo, con la resa definitiva del Sud e l’unificazione del Viet-Nam sotto guida comunista e capitale ad Hanoi.


Immagini assurte a icone della guerra in Viet-Nam, con gli effetti devastanti del napalm. Dovrebbero apparire, assieme a tante altre, sui tabelloni di sfondo deitalk show odierni in cui si parla disinvoltamente di guerra e riarmo
[Inciso. In tutte queste guerre pre-droni e pre-missili, gli USA hanno sfoderato la loro specialità, estesamente usata sin dall’ultima guerra mondiale: bombardamenti aerei a tappeto, con buona pace degli “effetti collaterali”, come il napalm sui civili, e la defoliazione di intere foreste in Viet-Nam. Il principio è: risparmiare al massimo vite americane sganciando bombe dall’alto alla cieca].
Il drenaggio di risorse ($ 170 miliardi, ca. $ 1 T odierni) che questa lunga guerra inflisse agli USA non rimase senza conseguenze sulla sua valuta. Oltre a ciò, negli ultimi anni ’60, il presidente francese de Gaulle aveva ulteriormente indebolito il dollaro, continuando a chiedere che le merci francesi esportate negli USA venissero pagate in lingotti d’oro anziché in dollari, emungendo a vista d’occhio le riserve auree di Fort Knox.

Immagine simbolica del piroscafo francese che imbarca oro americano in pagamento di sue forniture
La convertibilità dei dollari in oro era consentita solo a Stati stranieri, non ai cittadini americani, ai quali quell’oro era stato coattivamente sottratto nel 1933. Si arrivò al paradosso che le nazioni estere detenevano $ 70 miliardi, contro solo $ 10 miliardi nei caveau USA.
La conclusione fu l’epocale decisione del presidente Richard Nixon il 15 agosto 1971 di chiudere la gold window, ossia la convertibilità del dollaro in oro. Questo gesto unilaterale, oltre a denotare una protervia nei confronti del mondo tutto, dietro lo scudo della potenza militare, era anche un’inequivocabile ammissione della debolezza monetaria americana. Era insomma la prima visibile crepa nella sua presunta solidità, non essendo più garantita da un sottostante di secolare e riconosciuto valore come l’oro. Oro della cui residua quantità in reale possesso degli USA non è dato sapere, neppure al Congresso, facendo balenare fondati dubbi sulla sua consistenza. Del resto, l’Europa stessa non sta valutando di rubare alla Russia ben $ 300 miliardi, depositati nelle proprie banche? Giovenale docet: quis custodiet ipsos custodes?


Non più equiparato all’oro, il dollaro ha perso gradualmente il suo status di valuta di riserva globale, con inflazione e debito in impietosa crescita
La sconfitta nel Viet-Nam trattenne per oltre un quarto di secolo l’America da nuove tentazioni belliche, se si eccettua la partecipazione, ma come membro NATO, alla breve guerra del Kosovo nel 1999. A parte questo fugace impegno, gli USA si astennero da guerre dichiarate, preferendo ricorrere a colpi di Stato, anche sanguinosi, o a sostegni esterni ad opposizioni di regimi a loro sgraditi.

Questo libro, uscito nel 2006, è alla sua terza edizione. L’ha scritto un insider della CIA, che, dopo dieci anni al suo servizio, ha deciso di svelare all’opinione pubblica i metodi usati dal deep state, un governo ombra al servizio delle multinazionali per la “modernizzazione” all’occidentale dei Paesi poveri col cappio al collo di debiti insostenibili, svilendo la loro cultura e distruggendo l’ambiente [VEDI]
Il paradosso è che, mentre tengono al guinzaglio del debito, tramite l’FMI, popoli dall’America Latina all’Africa all’Asia, gli Stati Uniti sono più indebitati di loro, grazie alla forza del dollaro come valuta di riserva. Ma questo strabismo sta volgendo al termine, assieme al declino, ormai inarrestabile, del dollaro stesso.
(continua)
Marco Giacinto Pellifroni 7 dicembre 2025