IMPERI E VALUTE (III)

Il ‘600 assistette all’ingloriosa caduta della Spagna, che lasciò spazio al nuovo astro nascente: l’Olanda. Fu ad Amsterdam che si consolidò la prima Borsa Valori nell’accezione moderna del termine, ossia regolata da un avanzato sistema finanziario, in tandem con la Banca di Amsterdam, l’istituzione più innovativa e riconosciuta del mondo.

Tanto bastò perché la sua moneta, il fiorino (guilder) olandese salisse al rango di nuova valuta di riserva internazionale.

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La sua affermazione sui mercati globali conferì all’Olanda lo status che oro e argento avevano consentito agli imperi precedenti di dominare sulle altre nazioni. Le “miniere” olandesi erano il suo sistema monetario, le sue navi, i suoi mercanti, che crearono una rete commerciale che, per certi versi, ricordava quella messa in atto dal Portogallo due secoli prima. Amsterdam divenne il centro commerciale del mondo, dove confluivano le merci più disparate e proficue da ogni continente.
Tuttavia, col passare degli anni, si ripresentarono gli stessi problemi degli imperi precedenti, in primis l’eccessiva estensione geografica dei suoi commerci, che richiedeva la dislocazione di avamposti militari e flotte armate a protezione delle sue navi, con i suoi esorbitanti costi. Di più, l’Olanda doveva lottare, non solo commercialmente, con il nuovo astro nascente: l’Inghilterra e la sua potente flotta. Si aggiungano le guerre territoriali con la Francia e si delinea il solito quadro di uscite superiori alle entrate e la conseguente produzione di moneta sempre più sganciata dalla produzione di beni.

Gli scontri delle navi olandesi con quelle inglesi per la primazia commerciale e il predominio dei mari fecero emergere i punti deboli di una nazione troppo piccola ed estesa nei confronti di una nazione molto più grande

 Soprattutto le guerre, ormai lo sappiamo, sono la principale causa di insolvenza dei governi che vi si trovano impigliati: le entrate fiscali non riescono più a far fronte alle spese, spingendo i governi ad indebitarsi nei confronti di terzi, a cominciare dalla sua stessa banca nel caso di Amsterdam. A differenza dei suoi predecessori, il governo olandese non arrivò a deprezzare la sua moneta surrettiziamente, diluendo oro e argento con metalli di scarso valore. Fu invece lo stesso volume del debito rispetto alla produzione che determinò sempre minor fiducia nella sua moneta. E la fiducia di chi riceve la moneta, ossia la certezza che altri l’accetteranno in pagamento, è alla base di ogni sistema monetario.

Soprattutto le continue guerre territoriali con la Francia stremarono finanziariamente l’erario olandese

Il tramonto dell’Olanda non fu così brutale come quelli che l’avevano proceduto: si spense poco alla volta, cedendo sempre più il passo alla sterlina britannica, che ispirava maggior fiducia.
L’Inghilterra seppe creare anch’essa, sulla scia dell’Olanda, un sistema finanziario di prim’ordine, con Londra che mise gradualmente in ombra Amsterdam. La sua flotta assunse dimensioni tali da diventare la padrona incontrastata degli oceani. In parallelo con la sua crescente potenza, la sterlina divenne la nuova valuta di riserva accettata in tutto il mondo.

La sterlina britannica diventò la più longeva valuta di riserva: durò 224 anni, dal 1720 al 1944

L’impero britannico si estese su un quarto delle terre emerse e della popolazione del pianeta. Più ancora che nel caso della Spagna del XVI secolo, gli si attagliava il motto che il sole non calasse mai sul suo impero.

Fu in Inghilterra che nacque e prosperò la Rivoluzione Industriale, a partire dagli anni ’60 del XVIII secolo, con l’invenzione delle pompe e poi delle locomotive a vapore, usando il carbone come propellente

L’Inghilterra aveva le materie prime necessarie al suo poderoso sviluppo, in particolare il carbone e l’acciaio, che le permisero di produrre ed esportare più manufatti di qualunque altra nazione. La sua flotta fu la più grande mai apparsa sulla Terra, permettendo un’espansione della sua influenza economica e monetaria in ogni parte del mondo. Londra era diventata la capitale del mondo, e nella City prosperò la sua Borsa, basata sulla sterlina, assurta a valuta di riserva e utilizzata ovunque per ogni scambio commerciale.
Il XIX secolo, “vittoriano”, assistette ad una Gran Bretagna all’apice del suo fulgore. Tuttavia, i soliti tarli degli imperi cominciarono a farsi sentire verso il finire di quel secolo. Le spese militari per mantenere truppe di stanza nelle sue colonie in India, Africa, Sud Est Asiatico, nei Caraibi, si ingigantirono; e si sommarono alle già esorbitanti spese per il mantenimento della sua immensa flotta, impegnata a pattugliare gli oceani.

Intanto, altre potenze emergevano, in particolare la Germania, fortemente industrializzata, e soprattutto quel gigante economico e finanziario che gli Stati Uniti erano diventati. Il vantaggio dell’Inghilterra su di loro si assottigliò anno dopo anno, e nel secolo XX il deficit di bilancio assunse valori insostenibili con la sua entrata nella Guerra Mondiale I. Per affrontarla dovette chiedere prestiti ai “cugini americani”, nonché forzosamente ai suoi stessi cittadini e a chiunque fosse disposto a darle credito. Costretta a stampare moneta senza sosta per far fronte alle spese di guerra, l’Inghilterra fu costretta ad uscire dal gold standard (ossia la copertura aurea della moneta cartacea).

Quando la guerra finì, l’Inghilterra era stremata e sovraindebitata. Se il suo debito era stato di £ 650 milioni all‘inizio delle ostilità, a fine guerra, nel 1919, il debito era più che decuplicato, a £ 7 miliardi. Nel 1925 tentò di rientrare nel gold standard; ma per farlo dovette contrarre eccessivamente la produzione monetaria, onde riagganciarla all’oro; ciò comportò la caduta nella spirale deflazionistica, con il relativo dilagare della disoccupazione: un effetto quindi, che non dipende soltanto dall’iper-inflazione, ma anche dal suo contrario.

L’orgoglio britannico fu messo a dura prova, dapprima dagli effetti della deflazione, poi dall’inflazione causata dal terribile decennio degli anni ’30 del Novecento. Un effetto ancor più devastante fu dovuto alla Guerra Mondiale II, che mandò l’Inghilterra in bancarotta.

Tanto che nel 1931 dovette fare una conversione ad U e ricominciare a stampare moneta per contrastare gli effetti perniciosi della Grande Depressione, dovendo a testa bassa riconoscere il suo cattivo stato di salute economica. La Guerra Mondiale II fu ancora più devastante per le casse dell’erario inglese, che finì in bancarotta. Un’umiliazione tanto più cocente quanto maggiore l’entità dei passati fasti. E, ironia della sorte, la Gran Bretagna uscì da entrambe le guerre non come perdente, ma come vincente! Il che dimostra come le guerre possano rovinare non soltanto chi le perde.
La perdita della passata grandezza fu suggellata ancor prima della fine della guerra, quando gli ormai certi vincitori si riunirono, il 22 luglio 1944, a Bretton Woods, New Hampshire, USA, per dare forma al futuro assetto monetario mondiale. Mentre si tenne a Yalta, URSS, il convegno delle nazioni ormai ad un passo della vittoria, il successivo 4 febbraio 1945, per dare forma -aree di influenza- all’assetto geopolitico mondiale del dopoguerra.

A Bretton Woods, il brillante economista inglese John Maynard Keynes fu la figura di spicco durante i lavori dell’Assemblea, dove confluirono 700 delegati da 44 Paesi alleati (l’Italia, pur “cobelligerante”, non fu invitata).

John Maynard Keynes e Franklin Delano Roosevelt

Tuttavia, i tentativi di Keynes di mantenere la sterlina come valuta di riferimento e di riserva mondiale si infransero contro la volontà del più forte; e fu il dollaro a conseguire tale status, che ancora oggi mantiene, pur soggetto a sempre più formidabili attacchi dai nuovi astri nascenti (de-dollarizzazione)
[A latere. A proposito di J. M. Keynes, giova ricordare la sua teoria economica, che influenzò i rimedi contro la disoccupazione, ispirando anche il presidente americano F. D. Roosevelt durante i terribili anni ’30.
Keynes sosteneva che le politiche del laissez-faire, ossia la credenza che l’economia si autoregoli, tipica del liberalismo, non era adatta per combattere la piaga della disoccupazione, che sempre si accompagna a situazioni di sovraindebitamento delle nazioni, perorando l’intervento degli Stati attraverso opere pubbliche finanziate anche in deficit. La conseguente maggior occupazione comportava la ripresa dei consumi, quindi della produzione, e un graduale ritorno alla normalità, anche fiscale. In realtà, le politiche espansive adottate su entrambi i lati dell’Atlantico riuscirono solo a mitigare leggermente le misere condizioni di vita dell’intero decennio.

Hjalmar Schacht, il banchiere che risollevò la Germania dalla Grande Depressione 

Di fronte alla catastrofica situazione di USA e UK, è interessante notare che la Germania non seguì analoga sorte, anzi. Keynes fu un acceso critico delle pesantissime spese di riparazioni di guerra imposte alla Germania dopo la sua sconfitta nella Guerra Mondiale I. Tuttavia, non fu seguendo alla lettera la dottrina keynesiana che la Germania si risollevò dopo l’ascesa di Hitler al potere. L’asso nella manica fu una totale presa di distanze dal sistema di moneta a debito che aveva (e tuttora ha) gravato sul denaro di provenienza bancaria, secondo i dettami instaurati negli USA nel 1913, con l’istituzione della Federal Reserve (poi copiata dalla BCE).
Il genio finanziario che risolse in Germania la crisi di disoccupazione affliggente le altre nazioni fu un banchiere: Hjalmar Schacht. I suoi strattagemmi furono di varia natura, ma quello che sancì più di altri la sua genialità, e più attiene al nostro discorso sul denaro, fu una forma di baratto sui generis, che, in quanto tale, abolì il ricorso al denaro negli scambi commerciali internazionali, dimostrando grande duttilità mentale: un banchiere che elimina l’intermediazione del denaro! Un’altra genialata, che non ho qui lo spazio di spiegare, furono i Mefo: chi volesse approfondire [VEDI]. Nel giro di 3 anni, la Repubblica di Weimar fu soltanto un brutto e lontano ricordo, e la Germania attraversò anni di prosperità che stupì il resto del mondo, anche anglo-sassone (la “plutocrazia”, come la chiamava Hitler). Questa non è simpatia filo-nazista, ma fredda fotografia dei fatti, che naturalmente il mondo bancario anglo-sassone si prefisse di estirpare. E, paradossalmente, Hitler fu il suo migliore alleato, con l’entrata in guerra su più fronti -di cui due contro le super-potenze USA e URSS- decretando così il suicidio suo e quello dell’intera nazione, che aveva creduto in lui sulla base dei risultati economici mirabolanti partoriti dall’eminenza grigia monetaria dietro il regime: Hjalmar Schacht, che infatti fu sfiduciato da Hitler, in quanto contrario all’entrata in guerra].
Siamo così giunti al 1945. E dopo di allora, per un’ottantina d’anni, sino ad oggi, gli USA hanno dominato il mondo, economicamente, finanziariamente e militarmente. Nel prossimo capitolo ne ripercorreremo le tappe, scandite dalla moneta prevalente, il dollaro, fino alle incertezze globali in cui stiamo finiti, in particolare dal 1992, col trionfo attuativo del neoliberismo iper-finanziarizzato.   

(continua)

Marco Giacinto Pellifroni   23 novembre  2025

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