Il tramonto del Triangolo e il vicolo cieco del Campo Largo: perché il Nord-Ovest trema in vista del 2027

MILANO – C’è un fantasma che si aggira per i capannoni dismessi, le banchine inceppate e i grattacieli a metà del Nord-Ovest, ed è un fantasma che ha paura del futuro prossimo. Mentre i sondaggi nazionali immortalano il testa a testa tra i blocchi in vista delle elezioni politiche del 2027, la percezione che si respira lungo l’asse autostradale che unisce Milano, Torino e Genova è di tutt’altro segno. Parliamo di quel leggendario “Triangolo Industriale” che fino agli anni Novanta del secolo scorso incarnava il fiore all’occhiello dello sviluppo italiano: la calamita dell’immigrazione interna, l’officina del welfare aziendale, la rappresentazione plastica e accessibile dell’ascensore sociale. Oggi, quel motore appare ingolfato, stretto in una morsa di declino strutturale. E il paradosso politico più nitido di questa stagione è che proprio questo immenso distretto post-industriale avrebbe, nei fatti, tutto da temere da una vittoria politica del Campo Largo progressista.

I fattori di questa decadenza non sono isolati, ma legati tra loro in una dialettica perversa, dove ogni emergenza è al tempo stesso causa ed effetto della successiva. Prendiamo le tre capitali del vecchio miracolo economico, ognuna alle prese con la propria cronica e irrisolta transizione. Torino assiste impotente alla ritirata dell’automotive e al ridimensionamento dell’indotto ex FIAT, che genera disoccupazione intellettuale e impoverimento del ceto medio. Genova si ritrova ostaggio di una logistica impazzita, un porto congestionato dalle inchieste e da un territorio fragile, incapace di reggere l’urto tra lo sviluppo e la tutela ambientale. Milano, dietro la narrazione della metropoli scintillante delle sfilate, scopre la vulnerabilità del suo hinterland: una crisi profonda degli alloggi che espelle le giovani coppie e una qualità della vita che cola a picco sotto il peso dell’inquinamento atmosferico e dei costi insostenibili.

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Qui il circolo vizioso si fa feroce. L’impauperimento della popolazione alimenta un inverno demografico glaciale, che a sua volta svuota le aule scolastiche e desertifica i territori. Di conseguenza, i giovani più qualificati fuggono all’estero alla ricerca di stipendi dignitosi, privando il tessuto economico di quelle competenze necessarie a innovare. Senza innovazione, le imprese arrancano, e i vuoti sociali ed economici lasciati dalle istituzioni vengono rapidamente occupati da problemi di ordine pubblico sempre più evidenti.

La criminalità, con infiltrazioni mafiose ormai storicizzate nel tessuto economico settentrionale e opachi grumi di potere massonico che gestiscono appalti e subappalti, prolifera proprio laddove lo Stato arretra. E in questo vuoto si innesta la dittatura della logistica d’assalto – giganteschi hub di cemento che divorano il suolo e sfruttano manodopera a basso costo – che deprime ulteriormente i salari e congestionante la viabilità. Il tutto avviene mentre le grandi opere infrastrutturali di connessione con la Mitteleuropa restano eterne incompiute o procedono a passo di lumaca, isolando di fatto il Nord-Ovest dai veri mercati che contano.

Di fronte a questa complessa reazione a catena, in cui il degrado sociale chiama l’infiltrazione criminale e l’isolamento infrastrutturale accelera la fuga dei cervelli, la ricetta proposta dall’alleanza tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle rischia di rivelarsi un rimedio peggiore del male. Una boccata di parole d’ordine preconfezionate che appare del tutto miope rispetto alle reali urgenze di chi deve far quadrare i bilanci delle fabbriche e delle famiglie.

⁠La complessità del Nord-Ovest non si cura con i manifesti ideologici, ma con la concretezza industriale.

Il Campo Largo risponde alle tensioni del Nord-Ovest con vaghe idee di un New Green Deal calato dall’alto, che terrorizza le piccole e medie imprese della subfornitura meccanica e dell’indotto chimico, incapaci di sostenere i costi di una transizione ecologica imposta a tappe forzate. Alle problematiche della sicurezza e del controllo del territorio si contrappone una retorica improntata al politically correct che ignora le paure reali delle periferie torinesi o dei quartieri satellite milanesi. Infine, l’ossessiva osservanza dei parametri europei e la deferenza transatlantica della coalizione progressista finiscono per legare le mani a qualsiasi politica di intervento pubblico o di protezione industriale che possa ridare fiato a un distretto in affanno.

Il grande malato del Nord-Ovest, insomma, non sembra avere gli anticorpi per resistere a una cura fatta di soli diritti civili e transizione verde astratta. Senza una visione macroeconomica che rimetta al centro il lavoro pesante, le infrastrutture materiali e la sicurezza reale, il vecchio Triangolo Industriale rischia di trasformarsi definitivamente in un museo a cielo aperto della globalizzazione tradita. Una prospettiva che, da qui al 2027, agita i sonni di chi in queste terre continua a produrre, nonostante tutto.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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