Il Sultano del rock’n’roll

Il Sultano del rock’n’roll

C’era una volta un ragazzino che vendeva limonate e ciambelle al sesamo per le strade di Istanbul. Oggi quel ragazzino riceve Donald Trump con tappeto rosso e banda militare, ospita il vertice Nato e spiega al mondo come si governa. Recep Tayyip Erdogan, il venditore di simit diventato padrone del Bosforo, è la perfetta incarnazione di una canzone di Renato Carosone: “Tu vuò fà l’americano”, ma anche “’O sarracino”, “Caravan Petrol” e, per certi versi, persino “Torero”. Perché se c’è un uomo che ha trasformato la geopolitica in una macchietta napoletana, quello è lui.
Partiamo dall’inizio. Erdogan nasce a Istanbul nel 1954 da una famiglia di umili origini, cresce tra i vicoli popolari e si forma negli istituti religiosi. Da giovane gioca a calcio a livello amatoriale, arriva persino a rifiutare un’offerta del Fenerbahçe per volere del padre. Poi scopre la politica, si lega ai movimenti islamisti, diventa sindaco di Istanbul nel 1994. Finisce in carcere per incitamento all’odio religioso dopo aver recitato una poesia che trasformava le moschee in caserme. Esce, fonda l’AKP, vince le elezioni e non molla più la poltrona per vent’anni. Sembra la trama di “Torero”: il giovane idealista che vuole fare il torero e andare a Santa Fe e Ollivud, con sombrero e nacchere, ma alla fine torna bello ‘e mammà. Solo che Erdogan non è tornato da nessuno. Ha costruito un impero.

E qui arriviamo al presente, che è un capolavoro di teatro dell’assurdo degno del miglior Carosone. Siamo nel 2026. La Turchia è tecnicamente in recessione, l’inflazione galoppa vicina al 49%, la lira crolla a record storici e Erdogan chiede ai cittadini di “cambiare euro, dollari e oro in lire” e di “fidarsi di Dio”. Nel frattempo, ospita il vertice Nato ad Ankara. Trump arriva, lo abbraccia, gli dice che senza di lui non sarebbe venuto. Erdogan chiama a raccolta i leader dei 32 paesi alleati, chiede che vengano rimossi tutti i vincoli alla cooperazione nella difesa, annuncia 24 miliardi di dollari per il progetto “Steel Dome” e si vanta di avere il secondo esercito più grande dell’alleanza. Poi, con la stessa disinvoltura, dichiara di sostenere l’Ucraina ma di “spingere la Russia verso la pace”.

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E si offre come garante per la sicurezza di Kiev. Insomma, fa il mediatore, l’alleato, il leader regionale, il sultano, tutto insieme. Come “’O sarracino”: il guascone del lungomare che ammalia le donne con il suo fascino esotico, lo sbruffone con la sigaretta in bocca che cammina per le vie di Napoli. Solo che qui il lungomare è il Bosforo e le donne sono i capi di stato occidentali.
Ma la metafora più calzante è “Caravan Petrol”. La canzone racconta la vita di un cercatore di oro nero nel Golfo di Napoli, con sonorità arabeggianti e un ritmo che mescola Oriente e Occidente. Erdogan è esattamente questo: un cercatore di petrolio geopolitico che scava tra Nato, Russia, Medio Oriente e Unione Europea, sperando di trovare la vena giusta. Vuole entrare in Europa ma si presenta come il difensore dell’Islam. Vuole essere alleato degli Stati Uniti ma stringe la mano a Putin. Vuole essere il baluardo della Nato ma compra i sistemi missilistici S-400 dalla Russia. È un equilibrista che cammina sul filo tra due mondi, esattamente come il protagonista di “Caravan Petrol” che cerca fortuna tra il mare e il deserto.
E poi c’è “Tu vuò fà l’americano”. La canzone di Carosone è una parodia del ragazzo napoletano che si pavoneggia con atteggiamenti americani ma vive con i soldi di mammà. Erdogan, da questo punto di vista, è l’anti-americano per eccellenza. Ha passato la vita a dire no all’America, a sfidare l’Occidente, a costruire una Turchia islamica e indipendente. Eppure, quando serve, corre a baciare l’anello di Trump, ospita il vertice Nato, chiede di essere integrato nei sistemi di difesa occidentali. Vuole fare il sultano ma non rinuncia al rock’n’roll americano. Vuole essere il leader del mondo islamico ma non può fare a meno delle armi e dei soldi dell’alleanza atlantica. È il paradosso vivente: tu vuò fà l’americano, ma solo quando ti fa comodo.


La psicologia di Carosone, del resto, era tutta qui: prendere la tradizione napoletana e shakerarla con jazz e ritmi americani, creando qualcosa di nuovo e ironico. Erdogan fa lo stesso con la politica turca: prende il kemalismo laico, lo shakera con l’islamismo politico, ci aggiunge un po’ di nazionalismo, un po’ di populismo, e ne esce fuori un cocktail esplosivo che lui chiama “nuova Turchia”.

Ma come nelle canzoni di Carosone, sotto l’ironia e la leggerezza c’è sempre un fondo di verità amara. “Pigliate ’na pastiglia” diceva il maestro: una pastiglia per curare il mal d’amore, per curare l’insonnia. Se esistesse una pastiglia per curare il mal di Turchia, Erdogan l’avrebbe già presa. Invece continua a girare per i vicoli del potere, con la sua sigaretta in bocca, il suo look da sarracino, il suo sogno americano tradito e il suo Oriente che non è mai abbastanza orientale.

Ecco, alla fine, la vera genialità di Carosone era raccontare i personaggi napoletani che si atteggiavano a un modo di vivere altro, proveniente dagli Stati Uniti o dal Medio Oriente, rivelando limiti e contraddizioni con l’ironia. Erdogan è esattamente così: un personaggio che si atteggia a sultano globale ma resta il ragazzino di Kasımpaşa che vendeva simit per strada. Un uomo che ha trasformato la Turchia in una potenza regionale ma l’ha anche portata sull’orlo del collasso economico. Un leader che ospita il vertice Nato mentre la sua valuta affonda e la sua democrazia arretra. Come diceva Carosone, “tu vuò fà l’americano”: ma alla fine, la borsetta di mammà è sempre lì, pronta a ricordarti chi sei veramente. Per Erdogan, quella borsetta è la storia, la geografia, la religione, il peso di un impero che non c’è più e di un sogno che forse non ci sarà mai.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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