Il sionismo è l’idea della rinascita nazionale ebraica nelle terre ancestrali degli Israeliti. L’antisionismo ne è la negazione.

Negli ultimi mesi ed anni abbiamo visto che ci sono persone che attaccano Israele definendosi “antisionisti; nelle loro intenzioni è un modo di prendere le distanze dall’antisemitismo di Hitler e dei campi di sterminio.
Hanno davvero ragione di farlo?
Esiste una giustificazione storica e concreta per questa distinzione?
Proviamo a vedere come stanno le cose.
È ovvio pensare che l’“antisionismo” sia nato come opposizione ad un movimento “sionista”.
E dal punto di vista storico è proprio quello che è avvenuto sul finire del XIX secolo: una posizione antisionista è sorta all’interno dei movimenti ebraici come risposta alla nascita di un movimento sionista.


Ma prima vediamo l’origine di questi nomi?
Il punto di partenza per sionismo e sionista è una precisa località geografica che si trova a Gerusalemme, il monte Zion.
Di Zion (che in italiano diventa Sion) parlava la Bibbia; per gli appassionati di musica possiamo ricordare due canzoni di Bob Marley – Iron Lion Zion [Sion, il leone di ferro]; e soprattutto “By the Rivers of Babylon”, che recita:

 

By the rivers of Babylon
Where we sat down
And there we wept
When we remembered Zion

‘Cause the wicked carried us away
Captivity required from us a song
How can we sing King Alpha’s song
In a strange land?

‘Cause the wicked carried us away
Captivity required from us a song
How can we sing King Alpha’s song
In a strange land?

So let the words of our mouth
And the meditations of our hearts
Be acceptable in thy sight
Over I

Questa canzone è un adattamento reggae del Salmo 137 della Bibbia, che parla dell’esilio degli Israeliti a Babilonia nel 600 a.C. ad opera di re Nabuccodonosor.
Un altro riferimento musicale molto famoso ci viene dal “Nabucco” di Giuseppe Verdi, con la celeberrima aria “Va’ pensiero”, con la famosa scena degli schiavi israeliti, anch’essa riecheggiando il Salmo 137….VEDI …. eLEGGI

PUBBLICITA’

Insomma, Zion esiste davvero, è un luogo storico di cui si parla nella Bibbia: si trova a Gerusalemme, è una collina (Monte Sion), una fortezza, la Città di Davide e, per estensione, l’intera città santa. Oggi il nome “Monte Sion” si riferisce soprattutto alla collina a sud-ovest delle mura della Città Vecchia di Gerusalemme (fuori dalle antiche mura), dove si trovano luoghi cristiani come la stanza dell’Ultima Cena.

Ok, e allora com’è nato il sionismo? E quali erano i suoi intenti?

Il movimento sionista nasce sul finire del XIX secolo, come tentativo di un gruppo di intellettuali ebrei di diversi paesi europei di offrire ai loro fratelli, oppressi duramente nelle terre sotto lo zarismo russo (in Polonia, in Ucraina e nella stessa Russia), una prospettiva di salvezza.

Questa si concentrava sull’idea di un ritorno alle terre ancestrali, a Gerusalemme, in Galilea, nelle colline di Samaria, nella valle di Jezreel, sulle colline di Giuda, nel Negev, a Gaza. Come si sa, gli ebrei furono deportati in massa una seconda volta dai Romani, dopo una serie di conflitti scoppiati in tutta Israele occupata, che avevano già portato alla distruzione di Gerusalemme nel 70 dc, nell’assedio di Masada, ed erano culminati nella rivolta del 135 dc. Ma dei nuclei di ebrei erano rimasti, in particolare nelle quattro città sacre per l’ebraismo (Hebron, Safed, Tiberiade e, appunto Gerusalemme). La riprova sono le antiche sinagoghe ritrovate in oltre 130 siti archeologici in tutta la Terra di Israele (compresa una a Gaza, ed altre nei territori disputati).

Gli oppositori del sionismo erano per lo più due categorie di ebrei: soprattutto in Europa occidentale si trattava di persone di spicco nelle professioni, che ritenevano ormai definitiva l’integrazione e la prospettiva di assimilazione nelle proprie società (entro pochi decenni si sarebbe visto quanto si sbagliavano!). In Europa orientale per lo più si trattava di militanti di organizzazioni politiche democratiche, socialiste e anarchiche: per loro i lavoratori ebrei dovevano rimanere uniti coi compagni “gentili” nella lotta contro lo zarismo e il capitalismo.

La situazione è cambiata drasticamente con la nascita dello Stato di Israele nel 1948. A quel punto dopo che sei milioni erano stati massacrati durante la Shoah, gli ebrei che rimanevano in Europa e che spesso vivevano con notevole difficoltà nei propri paesi di adozione dopo il ritorno dai campi nazisti, guardavano in genere con simpatia al progetto di costruzione di una patria ebraica.

Per i militanti comunisti e rivoluzionari di origine ebraica la situazione si complicava a breve per via della drammatica svolta della politica sovietica nei confronti di Israele. Se in un primo momento la posizione di Stalin e dell’URSS aveva favorito la nascita dello stato ebraico, con l’idea di farne un proprio punto d’appoggio in Medio oriente “contro l’imperialismo anglo-americano”, l’approccio comunista verso Israele cambiava quando diventava chiaro che Gerusalemme non si sarebbe inchinata a Mosca.

La svolta è visibile e ben documentata. Negli anni che portano alla nascita di Israele (1920-1947), e durante la “guerra d’indipendenza” nel 1948-49 la stampa del Pci appoggiava con forza la lotta dei “palestinesi” contro gli arabi invasori. [Ampiamente documentato nel sito https://zweilawyer.com/2016/03/04/israele-unita-1948/ ]

Si noterà che nel 1948 nessuno aveva alcun dubbio sul fatto che dire “la Palestina” fosse sostanzialmente la stessa cosa che dire “Israele”. Nessuno aveva ancora inventato la favola dei cosiddetti “arabi palestinesi” – questo sarebbe avvenuto anni dopo ad opera dell’URSS negli anni 60.

Il sionismo in estrema sintesi è l’idea di una rinascita nazionale ebraica nei territori ancestrali degli Israeliti.

Occorre però comprendere che non esiste un’unica versione di sionismo, né un unico ambito nel quale esso si manifesti. Fin dalla sua nascita, e nei lunghi decenni trascorsi fino alla nascita dello Stato di Israele e poi fino ai giorni nostri, si sono raccolti attorno all’idea della rinascita nazionale ebraica movimenti molto diversi fra loro.

David Ben Gurion e Ze’ev Jabotinsky

Sul piano politico si sono ben presto formate due correnti principali, ricollegabili a due figure storiche centrali, David Ben Gurion e Ze’ev Jabotinsky, rispettivamente di sinistra e di destra. In Israele sono state a lungo rappresentante dal Partito laburista e dal Betar/Herut. Oggi la destra è raccolta in gran parte nel partito Likud di Benyamin Netanyahu (“Bibi”), e governa quasi ininterrottamente da oltre vent’anni, mentre del vecchio laburismo non rimane molto. Infatti gli odierni oppositori del Likud sono per lo più schierati su posizioni di centro e centro-destra, spesso sono ex-Likud ostili a Bibi per vari motivi, in parte personali e in parte politici.

Va anche detto, e questo all’inizio ha giocato un ruolo molto importante, che il sionismo ha trovato diverse manifestazioni di tipo culturale, linguistico e religioso, che non erano (e non sono) immediatamente riconducibili ad un preciso progetto politico/partitico.
La rinascita della lingua ebraica – che per quasi duemila anni era stata una specie di “latino”, una lingua sacra usata nella liturgia, mentre gli ebrei parlavano varie lingue, ad esempio lo yiddish, il giudeo-italiano o il giudeo-arabo, formate da un miscuglio di ebraico, di aramaico e di una lingua europea (o araba) – fu uno degli aspetti più significativi di una vera e propria “crociata culturale” iniziata da Eliezer Ben-Yehuda, e proseguita con l’impegno dell’Agenzia ebraica, antesignana del futuro stato ebraico. L’ebraico è oggi lingua ufficiale di Israele, mentre l’arabo gode di uno “status speciale”; il russo, e ancor di più l’inglese sono ampiamente utilizzati nella toponomastica e nell’editoria.

Date queste che furono le premesse del sionismo storico – l’idea di una rinascita nazionale ebraica nei territori ancestrali degli Israeliti – c’è chi sostiene che il sionismo non avrebbe più motivo di esistere oggi.

Il ragionamento che sottende questa posizione stabilisce un parallelo con le posizioni “risorgimentali” di Mazzini e Garibaldi prima del 1861, ritenendo che, così com’era avvenuto per gli ideali risorgimentali in Italia, il sionismo sia stato realizzato con la nascita di Israele.

Per chi si chiede cosa c’azzecchi il Risorgimento italiano, o Mazzini e Garibaldi, con il sionismo, è il caso di ricordare che numerosi movimenti di liberazione nazionale nel XIX secolo e nel primo XX secolo – dalla Polonia alla Turchia fino ad Israele – si sono richiamati alla “Giovine Italia” e al percorso di lotta di Giuseppe Garibaldi. Dopo il XX secolo e le due guerre mondiali in cui l’Italia finì a combattere dalla parte opposta a quella dei suoi alleati d’origine, sembra magari difficile crederlo, ma l’audacia e la perizia bellica del “Generale Garibaldi” sono state celebrate in tutto il mondo – targhe e statue sono diffuse in mezza America Latina (dall’Avana a Buenos Aires) e nel 1861 il Presidente Lincoln prese contatto con Garibaldi per affidargli il comando di alcune armate nordiste – poi non se ne fece niente perché il nizzardo voleva avere il comando in capo di tutta la guerra!

In teoria chi dice che “il sionismo è stato ormai attuato, e dunque è obsoleto usare questa terminologia” avrebbe ragione; se non ci fosse un “piccolo problema”, ovvero la continua campagna su scala mondiale per la distruzione dello stato ebraico portata avanti da gruppi terroristi, da stati-canaglia, da vari partiti politici di sinistra e di destra nel mondo occidentale, e, dulcis in fundo, tema centrale della cosiddetta “religione di pace”, l’Islam.

In buona sostanza, è proprio l’esistenza di un virulento “antionismo” a rendere inevitabile e necessaria la riproposizione dell’idea di fondo del sionismo, perché “l’idea di una rinascita nazionale ebraica nei territori ancestrali degli Israeliti” non è ancora diventata una cosa normale.

Il paragone con l’Italia ce lo dimostra in modo molto concreto. Dopo il 1861, nessuno ha mai proposto la distruzione dello stato italiano per la malvagità del regime italiano (ad es. durante il fascismo) o come conseguenza punitiva per la condotta dell’Italia (ad es. nella seconda guerra mondiale). Di conseguenza oggi nessuno deve battersi per affermare “il diritto dell’Italia a esistere”.

Un parallelo più vicino alla condizione di Israele ce lo fornisce invece l’Ucraina. Stato indipendente dal 1991, dopo lo scioglimento dell’URSS, e solennemente riconosciuto in trattati firmati congiuntamente con Stati Uniti, Regno Unito e Russia, dal 2022 l’Ucraina viene minacciata di distruzione dal regime di Putin in Russia. Il risultato è che il nazionalismo ucraino ha ragione di mantenersi e di svilupparsi, proprio perché viene messa in discussione la legittima esistenza dell’Ucraina.

Ma per quale motivo gli antisionisti vogliono la distruzione di Israele?

Per capirlo – anche se le motivazioni degli antisionisti, convergenti nel desiderio di liquidare Israele, variano a seconda del loro punto di partenza, – occorre vedere quando e come nasce il moderno antisionismo.

Storicamente, come abbiamo visto, sorse come una corrente in seno all’ebraismo – e dunque non aveva alcun elemento in comune con l’antisemitismo, ovvero con quell’approccio ostile agli ebrei e all’ebraismo che si è protratto per due millenni, prima nel mondo cristiano, poi in quello islamico, ritornando poi in modo devastante in Europa con la Shoah perpetrata dal nazismo.

Oggi ci sono ancora elementi di origine ebraica che dicono di essere antisionisti, e magari ci credono davvero. Su questo una bellissima disamina critica esiste, ad opera di un sionista socialista americano, Ami Isserroff (e forse varrà la pena di ripubblicarla) – vedi “Il futuro dell’antisionismo ebraico – un’analisi sionista”…. [ http://www.zionism-israel.com/log/archives/00000514.html ].

Tuttavia tutto l’antisionismo che si manifesta nel mondo occidentale ha radici ben diverse. Spesso inoltre esso si caratterizza per il proprio supporto all’Iran degli Ayatollah o a vari movimenti terroristici come Hamas, Hezbollah e gli Houthi, e in questo modo valica la frontiera dell’antisemitismo.
L’invenzione del moderno antisionismo avvenne in Unione Sovietica negli anni Sessanta del XX secolo. E Izabella Tabarovsky ce ne dà una precisa a ricostruzione nel suo bel libro, “Be a Refusenik”;

Eccola sintetizzata:
“A partire dal 1967, l’Unione Sovietica condusse una massiccia campagna di propaganda sponsorizzata dallo Stato per trasformare l’anti-sionismo in un’arma contro i suoi nemici della Guerra Fredda.
Il loro copione: equiparare il Sionismo al Nazismo, al razzismo, al colonialismo e all’apartheid.
I loro obiettivi: destabilizzare Israele, minare l’influenza americana in Medio Oriente e minacciare altri gruppi minoritari russi con lo stesso trattamento se avessero osato parlare.
Funzionò! I punti di discussione anti-sionisti sovietici misero radici nelle università occidentali, nei sindacati studenteschi e nei partiti politici di sinistra.
Lo stesso giornale dell’URSS, la Pravda, ammise nel 1990 che la campagna aveva resuscitato i vecchi tropi antisemiti dell’era fascista sotto una copertura marxista.
L’URSS non esiste più, ma la propaganda antisemita che ha prodotto continua a vivere.”

Il punto di partenza era in fondo molto semplice. Con tutta la propria propaganda incentrata sull’ostilità al nazifascismo e sulla vittoria nella seconda guerra mondiale, i sovietici avevano bisogno di uno strumento che si presentasse in modo alternativo al tipo di propaganda usato da Hitler. In pratica, però, questo “antisionismo” sovietico usava a piene mani l’iconografia e le varie argomentazioni impiegate dal Terzo Reich, che venivano riciclate in modo molto semplice.

Dove i nazisti mettevano “ebrei”, i comunisti mettevano “Israele”, dove il fascismo accusava “il giudaismo”, l’URSS attaccava “il sionismo”. Certo per far finta di credere a questa distinzione occorre essere un po’ sciocchi, ma purtroppo essi abbondano fra gli esseri umani.

Senza dubbio gli unici che hanno compreso perfettamente il legame e il trucco, anche se un po’ in ritardo, sono stati gli arabi ed altri islamici. Infatti nel 1967, quando l’URSS era già “antisionista”, l’Egitto di Nasser e la Siria “socialista” diffondevano ancora queste immagini di piramidi di teschi di ebrei come obiettivo nella loro guerra di distruzione di Israele.

In seguito perfino un arci-terrorista come Arafat firmava un accordo di quasi-pace con Israele (Oslo 1993), salvo poi rifiutarsi di arrivare alla nascita di uno stato palestinese indipendente, perché avrebbe dovuto riconoscere per davvero la necessità di instaurare la pace con lo stato ebraico (vedi come Clinton racconta le vicende delle trattative del 2000).
[una foto da una pubblicazione dell’esercito siriano, Al-Jundi Al-Arabi, 6 giugno 1967 “barricate a Tel Aviv” – https://www.jewsandothers.com/cartoons/ ]

Ma perché l’URSS aveva tutto questo bisogno di schierarsi contro Israele?

Due elementi: “un amore finito male” (per assurdo che possa sembrare), e una forte presenza ebraica in URSS; il tutto condito dalla bruciante sconfitta dei paesi arabi (e dell’URSS) nella guerra del 1967.

A Mosca non hanno mai digerito “il tradimento” di Tel Aviv. Se il supporto sovietico alla nascita di Israele, in particolare all’ONU fra il 1947 e il 1948 era stato cruciale per convincere anche gli Stati Uniti, Stalin e i suoi erano convinti che i laburisti israeliani avrebbero fatto di Israele una pedina filo-sovietica in Medio Oriente. E le armi che la Cecoslovacchia (satellite sovietico nel 1948) fece pervenire a Israele furono decisive per la vittoria. Eppure, nel 1950, al momento dello scoppio della guerra di Corea, Israele si schierò dalla parte degli USA.

Stalin era sempre stato un antisemita, ma del resto era contro chiunque mettesse in dubbio la sua leadership (russi, georgiani, ucraini o armeni che fossero). E si sarebbe visto nel 1952-53 con il cosiddetto “complotto dei medici ebrei”. Ma nel 1949 Golda Meir (futuro primo ministro israeliano) fu inviata a Mosca in missione d’amicizia. Tuttavia in quell’occasione una folla di 50.000 persone, per lo più ebrei, si raccolsero attorno a lei per solidarizzare con Israele, e questo spaventò Stalin.

Infine nel 1967, l’URSS si preparò a intervenire in modo diretto contro Israele con propri reparti speciali. La storia è ben documentata in The Soviet-Israeli War, 1967–1973: The USSR’s Military Intervention in the Egyptian-Israeli Conflict, ampio studio di due storici israeliani: Isabella Ginor e Gideon Remez.

E così, nel contesto della “guerra fredda” fra USA e URSS, per Mosca era fondamentale mantenere rapporti molto stretti con alcuni stati-clienti arabi, Egitto e Siria in primo luogo, e alimentare lo sviluppo di un movimento terroristico “palestinese”, inventandosi l’esistenza di un popolo arabo-palestinese di cui non esiste alcuna traccia nella storia antica o recente del Medio Oriente.
-+-
Il successo della propaganda antisionista di origine sovietica è davanti a noi in tutto il suo splendore. Nel 1975 l’ONU adottò ufficialmente una formula che definiva il sionismo “razzista”. È vero che nel 1991 questa posizione fu formalmente ripudiata in occasione della grande coalizione contro Saddam Hussein, poiché vari stati arabi avevano bisogno del supporto degli Stati Uniti contro il despota iracheno. Ma in realtà l’ONU, in tutte le sue manifestazioni pubbliche, continua in modo vergognoso a praticare quello stesso antisionismo .
-+-
In conclusione, possiamo dire che se ci si attiene ai fatti, c’è davvero un punto di distinzione fra antisionismo e antisemitismo, e consiste nella differenza numerica fra 8 (o 10) e 16.

Nel mondo ci sono circa sedici milioni di ebrei: gli antisemiti “puri e duri” vogliono sterminarli tutti – “Hitler non ha fatto bene il suo lavoro”, “bisogna completare l’opera di Hitler” sono gli ideali ricorrenti dall’Iran ad Hamas/Hezbollah, ecc.
In Israele ci sono dieci milioni di abitanti, di cui due milioni sono arabi (musulmani, cristiani, druzi, ecc.) Di conseguenza gli antisionisti vogliono “soltanto” l’eliminazione di circa metà di tutti gli ebrei esistenti al mondo. (Non è del tutto chiaro se pensano di sterminare anche gli arabi in quanto “servi del sionismo”…)

Questa differenza aritmetica giustifica l’elevata opinione morale che hanno di se stessi gli antisionisti? A me non sembra, ma ognuno è libero di pensarla come gli pare. E forse, essere un mezzo Hitler è meglio di essere un Hitler completo. Vi auguro “buona fortuna!” quando vi guardate nello specchio la mattina.

Uno dei lavori migliori sul tema dell’antisemitismo di sinistra è questo saggio del 2008 di Ami Isserroff,  “Il futuro dell’antisionismo ebraico –  un’analisi sionista”… Mancava Isserroff, “Il futuro dell’antisionismo ebraico – un’analisi sionista”

LUCIANO DONDERO

 

Condividi

One thought on “Il sionismo è l’idea della rinascita nazionale ebraica nelle terre ancestrali degli Israeliti. L’antisionismo ne è la negazione.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.