IL SECOLO DEI GIGANTI E IL TEATRINO DEI NANI:  CRONACA DI UNA DECADENZA NAZIONALE TRA I MANEZZI DI CORTE E L’OMBRA DEI BONOBO

IL SECOLO DEI GIGANTI E IL TEATRINO DEI NANI: 
CRONACA DI UNA DECADENZA NAZIONALE TRA I MANEZZI DI CORTE E L’OMBRA DEI BONOBO

Dal Nostro Inviato Speciale alla Consulta Permanente delle Scienze Politiche e Morali

*ROMA, Anno del Signore 2026.* — Mentre le grandi cancellerie d’Europa e d’Oltreoceano tremano sotto l’urto di volse epocali, e la geopolitica, novella divinità pagana, s’appresta a stritolare le sovranità nazionali tra le macine di conflitti globali e sanzioni spietate; mentre l’Intelligenza Artificiale, questo Golem di silicio e calcolo, ordisce trame invisibili capaci di sovvertire lo status quo dei troni e delle banche; mentre, infine, una finanza selvaggia e apolide colpevolizza i popoli con la rapidità d’un fulmine a ciel sereno, l’Italia — ahimè, la diletta e derelitta Italia — pare aver smarrito la bussola del destino per rifugiarsi nel ridicolo d’una commedia di quartiere.

Siamo testimoni di un’epoca in cui la crisi delle fedi avanza inarrestabile, nonostante il pur nobile e dotto rigurgito pontificio che pare richiamare i fasti della Rerum Novarum di Leone XIII; un’umanità che, smarrita la scintilla del divino, sembra regredire a uno stadio pre-adamitico. Ci osserviamo allo specchio e non scorgiamo più l’Homo Sapiens, bensì il Pan paniscus, il pacifico *Bonobo* delle foreste congolesi. Come descritto nei dotti trattati del WWF, codesta creatura, pur possedendo un DNA coincidente al nostro per il 98,7%, rifugge il conflitto attraverso la pratica del piacere e una struttura matriarcale di armonica collaborazione. Ma dove il Bonobo trova pace nella biologia, l’uomo moderno — e specialmente il politico di italica stirpe — trova la sua rovina in una parodia di tale istinto: una società di nani che, incapace di affrontare le tempeste del cosmo e la “New Age” che volge lo sguardo a Marte per sfuggire al sovrappopolamento planetario, preferisce azzuffarsi per un bottone mancante sulla giubba.

I MANEZZI DI PALAZZO: IL TEATRO MANZONI COME SCENA GOVIANA

È d’uopo, per comprendere il recente “concerto” milanese al Teatro Manzoni, richiamare alla memoria la sapida penna di Niccolò Bacigalupo e i suoi celebri *”Manezzi pe majâ na figgia”. Oh, che sublime e amara coincidenza! Come il povero *Steva, sensale di droghe e spezie, si agita tra Piazza Senarega e Soziglia cercando di districarsi tra i capricci della moglie Giggia e le pretese dei pretendenti, così il nostro panorama politico mette in scena una farsa ove l’interesse nazionale è sacrificato sull’altare della cupidigia di basso borgo.

Al Teatro Manzoni, nel trentaduesimo anniversario della “discesa in campo” del defunto Cavaliere, abbiamo assistito a un corteggiamento che nulla ha da invidiare a quello tra il signor Riccardo e la donzella Metilde.

•⁠ ⁠*L’Angelo Azzurro e la Melina:* La Meloni, novella Giggia di governo, ostenta una calma olimpica mentre “fa la melina”, sospesa tra le responsabilità di Stato e la gestione d’una coalizione che somiglia sempre più a una cena di parenti serpenti.
•⁠ ⁠*Il Divo e la Vittima:* Il signor *Calenda*, che della commedia è al contempo il protagonista fatuo e la vittima designata, si concede ai corteggiamenti di Forza Italia con la grazia d’un Riccardo che non sa se maritarsi per amore o per calcolo, lanciando strali contro il “cocainomane” Robinson e rifiutando i “parenti poveri” del campo largo.
•⁠ ⁠*Il Carnefice Ignaro:* L’illustre *Tajani*, in un ruolo che parrebbe scritto per un dignitario del decimonono secolo, tenta di allargare i confini del suo feudo, ignaro forse che il mondo fuori dalle mura del teatro sta bruciando sotto l’effetto di algoritmi e speculazioni.
•⁠ ⁠*I Sacerdoti Speranzosi:* I figli del defunto Fondatore, Marina e Pier Silvio, agiscono come guardiani del tempio, officiando il rito della “svolta liberale” con la speranza che l’eredità non svanisca come la dote fantomatica di cinquecentomila lire della povera Metilde.

LA GALLERIA DEI CARATTERI: TRA BONOBO E STRIPES POLITICHE

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In questo quadro di “manezzi”, le altre figure del proscenio appaiono come maschere fisse d’una commedia dell’arte degradata.

Vediamo il *Salvini, simile a colui che ha incassato un pugno nello stomaco e si sforza di sorridere per non palesare la sconfitta, stretto tra le sue passate alleanze e il nuovo rigore dei moderati. La **Schlein, descritta dai maligni come una “stregetta invidiosa”, osserva dal balcone della sinistra un centro che tenta di ricomporsi. Il **Renzi, fratellastro tradito e mai rassegnato; il **Conte, notabile indignato che solleva il ciglio davanti alle altrui impurità; e infine i marginali, i **Fratoianni* e i *Bonelli, che come la servitù in casa di Steva, brontolano in cucina mentre i padroni decidono le sorti del convivio. Non mancano gli strilloni alla luna, i **Rizzo* e gli *Alemanno*, le cui grida si perdono nell’etere senza giungere alle orecchie di chi realmente muove le fila della finanza globale.

⁠”Quando arriverà il momento di pensare al matrimonio dei propri figli, bisogna farsi guidare dal cuore e dal cervello, non dall’avidità e dalla cupidigia.”

Così declamava il Govi alla chiusura del sipario. Ma nell’Italia del 2026, il cuore è atrofizzato dal marketing e il cervello è stato appaltato a qualche algoritmo d’Oltreoceano.

 CONCLUSIONE: L’ESTINZIONE DEI MODERATI O IL RISVEGLIO DELLA RAGIONE?

La politica italiana, ridotta a una questione di “bottoni e pesci da cucinare”, rischia di subire la medesima sorte dei Bonobo: l’estinzione. Non per mancanza di foreste, ma per mancanza di visione. Mentre ci balocchiamo con le alleanze tra Calenda e Tajani, il 98,7% del nostro essere sociale sta regredendo a un conflitto primordiale mascherato da buone maniere.

Se non sapremo elevare il discorso oltre la “manovrina” di Palazzo, se non sapremo guardare alle stelle non come fuga dal sovrappopolamento ma come sfida dell’ingegno umano, resteremo intrappolati in una eterna replica della commedia del Bacigalupo. Con la differenza, purtroppo, che fuori dal teatro non ci saranno applausi, ma solo il freddo silenzio d’una sovranità perduta.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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