Il sacro cambia forma. E cerca nuovi luoghi
Il sacro cambia forma. E cerca nuovi luoghi
di Ivano Malcotti
In un ospedale di Torino c’è una stanza dove un musulmano può pregare, un buddhista meditare, un ateo restare in silenzio e una famiglia raccogliersi dopo una perdita. Non è una cappella, non è un tempio, non appartiene a una sola fede. È uno dei luoghi nei quali sta prendendo forma una nuova geografia del sacro. Perché il bisogno di rito non sta scomparendo. Sta cambiando il modo di viverlo.
Nelle città contemporanee, accanto a chiese, moschee, sinagoghe e templi, compaiono stanze del silenzio, spazi multifaith, luoghi laici di raccoglimento, giardini della memoria. Sono il segno di una società nella quale convivono religioni differenti, spiritualità personali e persone che non si riconoscono in alcuna fede.
La trasformazione diventa particolarmente evidente nei passaggi più delicati dell’esistenza: la malattia, il commiato, il lutto, il ricordo. È proprio allora che gesti, parole, simboli e silenzi acquistano un peso diverso e che le appartenenze, invece di dissolversi, spesso emergono con maggiore forza.
Negli ultimi decenni i cosiddetti multifaith spaces si sono diffusi soprattutto negli ospedali, negli aeroporti e nelle università. Spazi comuni, destinati alla preghiera, alla meditazione e al raccoglimento. Ma dietro la loro apparente semplicità si nasconde una domanda decisiva: per accogliere tutti, un luogo deve essere neutro oppure deve essere capace di trasformarsi, lasciando spazio alle diverse identità?

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A Torino, nel 2010, l’Ospedale Molinette ha inaugurato una “Stanza del Silenzio” aperta a credenti e non credenti. Qui si può pregare, meditare, sostare o attraversare il lutto, senza che lo spazio abbia un’identità confessionale permanente. Un’esperienza nata dentro un ospedale, ma capace di indicare una direzione più ampia, poi ripresa in altre strutture sanitarie italiane.
Oggi quella riflessione può spingersi oltre. Il progetto di un Tempio Interreligioso e Laico immagina un edificio autonomo concepito fin dall’origine per il rito, il raccoglimento e il commiato. Uno spazio unico, ma non immobile: pannelli mobili, elementi modulari, simboli e oggetti temporanei potrebbero modificarlo secondo le esigenze di chi, di volta in volta, lo abita.
Il principio è semplice, ma tutt’altro che scontato: unitario non significa indistinto. Condividere un luogo non vuol dire rinunciare alla propria identità. Vuol dire permettere alle differenze di esprimersi senza trasformarle necessariamente in separazione.
Anche i luoghi della memoria stanno cambiando. I Giardini della Continuità propongono di superare l’idea del luogo funerario come spazio separato dalla vita quotidiana. Non soltanto aree nelle quali custodire le ceneri o commemorare i defunti, ma luoghi da attraversare: con sentieri, natura, arte, musica, letture, incontri.
Qui la parola decisiva è “continuità”. La morte interrompe una presenza fisica, ma non necessariamente il legame. Affetti, parole, gesti e storie condivise continuano ad abitare la vita di chi resta. La memoria non è soltanto conservazione del passato: può diventare relazione, appartenenza, cura.
Cambiano gli spazi e cambiano anche le figure che accompagnano questi passaggi. Il Cerimoniere Interreligioso nasce proprio dall’esigenza di costruire riti rispettosi della biografia, delle convinzioni e delle volontà delle persone, soprattutto quando nella stessa famiglia convivono appartenenze diverse o quando si desidera un commiato non confessionale.
È qui che il cambiamento diventa più interessante. Non siamo davanti alla scomparsa del rito, ma alla sua metamorfosi.
La società plurale non sembra avere meno bisogno di simboli, silenzio e memoria. Semmai ne cerca forme nuove: meno rigide, più personali, capaci di attraversare confini religiosi e culturali senza cancellarli.
La vera sfida, allora, non è costruire luoghi uguali per tutti. È costruire luoghi nei quali ciascuno possa entrare senza dover lasciare fuori una parte di sé. Forse il futuro del sacro passa proprio da qui: dalla possibilità di stare nello stesso spazio parlando linguaggi diversi.
E il modo in cui una città saprà dare forma al silenzio, al rito, alla memoria e al commiato dirà molto del modo in cui avrà imparato a convivere.

Ivano Malcotti è psicopedagogista d’impresa, esperto di comunicazione strategica, autore e regista teatrale. È presidente della Società Genovese di Cremazione – SO.CREM Genova ETS. La sua attività si concentra soprattutto sui temi della fragilità, del fine vita, dell’elaborazione del lutto, della memoria civile e della violenza di genere. È l’ideatore di Teatro DiLetto, progetto nato a Genova per portare il teatro accanto a persone affette da gravi malattie o prossime alla fine della vita.
Condivido quanto espresso e ringrazio Ivano Malcotti per la sua sensibilità. Le istituzioni devono sostenere questo e tutti i progetti finalizzati al rispetto della vita e della morte dei cittadini a prescindere dalla fede religiosa.