IL «RACCONTO» SU GAZA E LA REALTÀ DELLA STORIA di Roberto Sinigaglia

IL «RACCONTO» SU GAZA E LA REALTÀ DELLA STORIA
di Roberto Sinigaglia

Roberto Sinigaglia

Avevo promesso che mi sarei occupato dei “bimbi di Gaza”, sollecitato ultimamente anche da un accademico di livello internazionale, il quale mi ha inviato documentazione delle Nazioni Unite e testimonianze raccolte tra i bambini di Gaza, accompagnate da una domanda che suona come una sfida: “È tutta propaganda?”

È certo che, se si parte dalla narrazione corrente, tutto appare estremamente semplice. So di ripetermi nelle mie analisi, ma sono le domande e le osservazioni di qualche lettore (pochissimi per fortuna) a ripresentarsi imperterrite, malgrado le mie ricostruzioni storiche (che, ovviamente, possono essere contestate anche radicalmente, ma soltanto sul piano della ricostruzione storica). Questo dimostra quanto il “RACCONTO” sul Vicino Oriente sia ormai assodato, al punto che le mie parole si scontrano con muri di roccia.

Il RACCONTO, appunto. C’è stato un eccidio il 7 ottobre. Un fatto di sangue terribile, d’accordo, ma d’altronde –secondo questa logica – l’oppresso ha sempre ragione. Una volta “incartato” a dovere il fattaccio (anche se c’è già chi dice che la cronaca sia stata esagerata, chi fantastica su un attacco previsto e volutamente non bloccato, e chi addirittura “butta lì” che l’evento quasi non sia avvenuto), si passa subito alla narrazione di una tremenda vendetta israeliana. SPROPORZIONATA.

Per sostenere questa tesi, è sufficiente modificare lo scenario – come ci trovassimo su un palcoscenico teatrale – e sostituire sistematicamente il termine “guerra” con la parola “vendetta”. Una vendetta contro una popolazione che, secondo il Racconto, avrebbe poco a che fare con i terroristi di Hamas (ma sono testimoniati applausi a scena aperta quando i miliziani sono tornati a Gaza esibendo le teste tagliate di alcuni israeliani) e che colpirebbe chi rivendica i propri diritti. Ma quali diritti? Tutte le successive proposte di modifica territoriale rispetto a quanto stabilito
a Sanremo nel 1920 – dal rapporto della commissione Peel del 1937 al piano di spartizione dell’ONU del 1947, fino alle ipotesi di compromesso del 1967 – sono state sistematicamente respinte, scontrandosi con l’opposizione ideologica dell’islamismo radicale, da sempre contrario a qualsiasi legittimazione della presenza sovrana ebraica nella regione.”

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Sia chiaro, ci si guarda bene dal dire che gli ebrei siano assassini (qualcuno si è spinto a tanto, ma la maggioranza è più furba); si preferisce dire che è lo Stato di Israele a essere assassino. Perché, perbacco, non siamo mica antisemiti, siamo soltanto antisionisti. E poi ci si scaglia contro il perfido Netanyahu, incrementando così la quota del consenso, visto che il personaggio è antipatico di suo e permette all’ipocrisia imperante di posizionarsi su una falsissima equidistanza.

Se infatti si individua fin dall’inizio il “cattivo” del RACCONTO, il gioco è fatto. Le prove poi si trovano con calma, arrivano da sole, ANCHE QUELLE VERE. Il cattivo è colui che riveste il ruolo di colonialista, che ha usurpato una terra non sua, che possedeva una striscia di territorio risicata e l’ha allargata. Con compiacimento si esibiscono cartine geografiche che, in ordine cronologico, mostrano una macchia verde (il colore più usato) che
si espande da una mappa all’altra. Sarebbe la prova dell’espansionismo ebraico, sempre più arrogante in terra palestinese.

Eppure, la storia ci dice altro. L’Unione Sovietica giocò un ruolo fondamentale nel 1948, inviando un carico d’armi vitale per una forza militare improvvisata che doveva respingere l’offensiva di ben cinque eserciti arabi. (Mosca non lo fece certo per generosità: si trattava, in quel frangente, di dar fastidio agli inglesi). Londra, dal canto suo, in più occasioni aveva parteggiato per la parte araba nei vari scontri etnici, come dimostra la protezione offerta al Gran Muftì al-Husseini, responsabile di gravi crimini contro gli ebrei. L’appoggio sovietico venne meno non appena fu
evidente che Israele non avrebbe allineato la propria politica agli interessi del Cremlino. Nella contrapposizione globale con gli Stati Uniti, Stalin individuò allora nelle popolazioni arabe gli alleati naturali in funzione antioccidentale.
Si saldò così un blocco arabo-sovietico, in particolare dopo la crisi di Suez del 1956. Nacque da lì la narrazione, tuttora vigente, che criminalizza il sionismo come prosecuzione del colonialismo europeo e descrive Israele come Paese razzista che pratica l’apartheid nei confronti della popolazione araba.

La ricostruzione storica – che ho già tracciato e che qui richiamo brevemente – dimostra che fu deciso di creare un Focolare ebraico in una terra, la Palestina, dove gli ebrei vivevano da secoli e che era stata parte dello sconfitto Impero Ottomano. All’epoca gli Stati arabi non esistevano e l’area era semidisabitata. Giova rimarcare che fu proprio l’attivismo economico e sociale ebraico, anche prima della nascita dello Stato di Israele, a fare da volano e a favorire la stessa immigrazione araba nella regione.

Ma torniamo al punto cruciale: una volta individuato aprioristicamente il “cattivo”, ogni suo comportamento viene criminalizzato, mentre le risposte arabe sono considerate sempre e comunque legittima difesa. Al di là dei comportamenti di singoli – poiché anche tra gli israeliani esistono i “cattivi”, elementi purtroppo presenti in TUTTI i popoli del mondo e in TUTTI gli eserciti in guerra – bisogna guardare alla realtà dei fatti. L’esercito israeliano (IDF) è l’unico che, quando deve bombardare un quartiere per distruggere una base terroristica, preavvisa la popolazione civile, giocandosi
spesso l’effetto sorpresa. È evidente che quando si attacca un covo di guerriglieri, la popolazione limitrofa è a rischio.

Allo stesso modo, sono più che probabili azioni violente da parte di alcuni cittadini israeliani (impropriamente definiti coloni) in Giudea e Samaria. Ma occorre contestualizzarle: si sviluppano all’interno di un ambiente in cui gli israeliani subiscono violenze e attacchi d’ogni tipo da decenni, nell’ambito di scontri ormai generazionali.

Veniamo infine al dunque: la sofferenza dei bambini di Gaza, troppo spesso strumentalizzata come una bandiera da sventolare per dimostrare una presunta perfidia israeliana. Desidero subito muovere una osservazione di metodo sulle fonti. Parliamo degli stessi canali che hanno denunciato attacchi agli ospedali poi rivelatisi inesistenti; degli stessi che hanno dipinto medici e giornalisti come vittime innocenti del fuoco ebraico, per poi – senza timore di essere smentiti o di cadere in palese contraddizione – celebrare quegli stessi individui come combattenti, eroi e martiri della causa palestinese. L’incoerenza è flagrante, ma sembra non importare: la Narrazione prevale su qualsiasi logica.

E che dire della fame a cui sarebbero condannati i gazawi? Al di là che ci sono denunce nei confronti dei miliziani accusati di accaparramento del cibo per esercitare mercato nero ai danni della popolazione, in ogni conflitto si assiste a drammatiche carenze alimentari. Sembra però che le guerre in cui sono coinvolti gli ebrei debbano essere considerate aprioristicamente più crudeli di tutte le altre che insanguinano il pianeta.

Tornerò a parlare di coloro che puntano il dito contro Israele (ONU, UNRWA, Medici Senza Frontiere, ecc.). Mi fa però piacere notare che nessuno di coloro che mi inviano messaggi accorati sulle sofferenze della popolazione civile o che vanno gridando “Palestina libera” ha mai avuto il coraggio di contestare nel merito le prove storiche e documentali da me riportate in più occasioni.

Roberto Sinigaglia già presidente del Centro Internazionale di Studi Italiani (CISI) e direttore del dipartimento di Antichità, Filosofia, Storia
(DAFIST) dell’Università di Genova

Gaza e dintorni: Dipanare le matasse arruffate dalla propaganda
di Roberto Sinigaglia (Autore)
In un’epoca di narrazioni distorte, l’autore interviene con il rigore dello storico per recidere i nodi di una propaganda sempre più pervasiva. Partendo dalla “mattanza” del 7 ottobre e dalla sconcertante reazione delle università occidentali, il saggio smonta i miti del “buonismo equidistante” e della “proporzionalità”. Attraverso una ricostruzione documentata che risale alle radici del 1919, dimostra come il diritto all’esistenza di Israele preceda la Shoah e come l’attuale conflitto sia alimentato da un antisemitismo islamico la cui portata distruttiva è ignorata in Occidente. Dalle aule di Harvard ai tunnel di Gaza, l’autore segue il filo rosso di un’alleanza perversa tra radicalismo islamico e cultura woke, offrendo al lettore gli strumenti per non soccombere all’oblio e alla manipolazione ideologica.ACQUISTALO QUI

LUCIANO DONDERO

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