Il presumin del topo Gigio: come un martirologio da salgariana memoria sta resuscitando Carlo Calenda

Conculcato dal provolino Renzi sulla scena di un’avventura malese, il leader di Azione fa sua la lezione tradizionalista di Guénon e si avvicina a passetti alla rimonta – tra pose cinematografiche e duelli show con Vannacci, pronto a dare la mazzata finale sulla “crapa” del vecchio sodale mago maghella.
 Il presumin del topo Gigio: come un martirologio da salgariana memoria
sta resuscitando Carlo Calenda

Editoriale

C’è una parola, in dialetto ligure, che suona come un anatema: *presumin. Non il prezzemolo costoluto e dolcissimo dei sughi tradizionali, ma la sua eco più amara – la presunzione, la prosopopea, quell’aria di sufficienza che i genovesi riconoscono da un miglio e che non mancano mai di squadrare con sospetto. E c’è un pupazzo, nella memoria collettiva italiana, che quella presunzione l’ha incarnata più di ogni altro: **Topo Gigio, l’omino tondo e roseo che alla televisione degli anni Sessanta soleva dire “ma cosa mi dici mai” con un candore che tutti prendevano per tenerezza, ma che qualcuno – oggi – legge come l’anticamera di un narcisismo smodato. Dall’altra parte del ring, c’è un altro pupazzo, **Provolino*: pestifero, irriverente, sempre in contrasto col suo padrone Lele, capace di infilarsi dappertutto e di uscirsene con un “boccaccia mia statti zitta” che è insieme un ordine e una dichiarazione di guerra.

Topo Gigio e Provolino

E poi c’è uno scrittore di avventure, *Emilio Salgari, che di Topi Gigi e Provolini non si sarebbe mai occupato – lui era troppo occupato a far volare Sandokan sulla giunca e a far brandire la sciabola al Corsaro Nero – ma che con i suoi romanzi d’oltremare ha insegnato all’Italia che l’avventura si veste di coraggio, di tradimenti e di improvvise rimonte. Infine, un filosofo francese, **René Guénon*, l’iniziatore del tradizionalismo integrale, colui che ha ribaltato la prospettiva individuo-centrica della modernità per tornare a porre a fondamento dottrinale i principi metafisici, sviluppandoli in una chiave che per molti resta ermetica e per pochi geniale.

Ora, mescolate tutto questo – la presunzione ligure del topo Gigio, la pestifera insofferenza del provolino, le avventure malesi di Salgari e la dialettica tradizionalista di Guénon – e otterrete la lente più bislacca, più inaspettata, ma forse anche più efficace per comprendere l’attuale fase politica italiana e la misteriosa rimonta di Carlo Calenda. Perché Calenda, dopo anni di debacle, di sondaggi miseramente sotto il 3%, di apparizioni in cui sembrava ormai il cadavere politico che tutti davano per spacciato, ha trovato la forza di alzarsi dal letto – come Filumena Marturano, ma qui il paragone va oltre – e di camminare a passetti verso una risalita che nessuno aveva previsto.

La lente: perché il topo Gigio, perché Salgari, perché Guénon?

Emilio Salgari e Rnè Guénon

Spieghiamo i termini, perché la lente è ardita e merita una giustificazione. *”Presumin”* – termine ligure documentato da fonti dialettali – indica la presunzione, la prosopopea, quell’atteggiamento di chi si crede più furbo degli altri e non riesce a nasconderlo. I genovesi, che di presunzione se ne intendono, sanno che il presumin è il peggiore dei difetti: ti fa apparire superiore quando in realtà sei solo ridicolo, ti fa perdere simpatia quando potresti guadagnarne. Ebbene, Carlo Calenda ha a lungo recitato la parte del presumin: il politico che sa tutto, che capisce tutto, che si erge a giudice imparziale della scena pubblica, con quella parlantina da maestro di yoga che mescola competenza tecnica e supponenza morale. Le sue apparizioni televisive, scandite da pause misurate e da un tono quasi didascalico, hanno spesso evocato l’immagine del topo Gigio in versione snob: un pupazzo che parla come un professore e che si stupisce che gli altri non capiscano l’ovvio.

Topo Gigio, appunto. Il pupazzo creato da Maria Perego e Federico Caldura nel 1959, noto per la sua voce flebile e per la sua battuta-icona “ma cosa mi dici mai”. Nato per la trasmissione “Serata di gala”, diventato celebre in Italia e nel mondo, Topo Gigio è il simbolo di una certa tenerezza televisiva, ma anche di un candore che rasenta l’ingenuità. E, in politica, il candore è spesso la maschera migliore per l’astuzia. Calenda, che di candore ha ben poco, ha tuttavia imparato a indossare i panni del topo Gigio quando conviene: quello che non capisce perché la politica sia così sporca, che si stupisce delle malefatte altrui, che alza la voce solo quando è costretto. Ma, come vedremo, sotto quella maschera c’è un’anima molto più salgariana.

PUBBLICITA’

Provolino è l’opposto: nato come pupazzo televisivo per mano di Paul Campani e Raffaele Pisu, irruppe nelle case degli italiani alla fine degli anni Sessanta con il suo fare indisciplinato, sempre in contrasto col padrone Lele, sempre pronto a ribattere e a sfidare l’autorità. La sua frase-icona – “boccaccia mia statti zitta” – è un ordine che suona come una sfida: Provolino non accetta di essere zittito, anzi, parla sempre più forte. E chi è oggi, sulla scena politica, se non *Matteo Renzi*? Il fiorentino, l’ex sindaco di Rignano, il mago del ribaltone, il leader che non sta mai zitto, che si infila in ogni dibattito, che non accetta di essere messo da parte. Renzi è il provolino per eccellenza: pestifero, irriverente, onnipresente. E Calenda, come vedremo, è stato per anni il suo topo Gigio – presuntuoso, ma calpestato, conculcato, umiliato.

Conculcato è il termine che completa il quadro: calpestato, oppresso, vilipeso. Ed è proprio ciò che Renzi ha fatto a Calenda per anni: dopo la rottura del Terzo Polo, l’ex alleato è diventato il nemico, e i due si sono scambiati accuse senza sosta, con Renzi che spesso usciva vincitore dal confronto mediatico, e Calenda che incassava e taceva. Ma il conculcato, nella tradizione salgariana, non resta a lungo conculcato.

*Emilio Salgari* è il maestro di questo genere di rinascite. Nelle sue avventure, il protagonista – Sandokan, il Corsaro Nero, Tremal-Naik – viene sempre sconfitto, umiliato, ridotto all’osso, eppure da quella debacle riesce a rialzarsi, a radunare i suoi fedeli, a preparare la vendetta. La scena su cui Calenda ha interpretato la sua parte è un vero e proprio romanzo salgariano: la Malesia dei talk show, l’oceano dei sondaggi, le tigri della comunicazione. E, come nei migliori romanzi d’avventura, il protagonista dopo la tempesta trova una nuova rotta.

René Guénon, infine, è il filosofo che fornisce la cornice teorica a questa metamorfosi. Guénon, il fondatore del tradizionalismo integrale, ha insegnato che la modernità è decadenza, che l’unica via d’uscita è il ritorno ai principi metafisici originari, a una Tradizione che trascende le mode e le ideologie. Calenda, senza mai citarlo apertamente, sembra aver fatto propria questa lezione: mentre tutti si rincorrono nel campo largo o nel centrodestra, lui si erge a guardiano della Tradizione politica – quella dell’atlantismo, della moderazione, della competenza tecnica – e la difende con la protervia di chi sa di avere ragione. Dialettizzando Guénon, Calenda ha trasformato il suo martirologio in una dottrina: non è stato sconfitto, è stato tradito; non ha perso, ha subito un’ingiustizia; e l’ingiustizia, nella filosofia tradizionalista, è il primo passo verso la restaurazione dell’ordine.

 La rimonta del topo Gigio: i numeri e le pose

Vediamo ora come questa lente si applica alla realtà. Negli ultimi mesi, Azione di Carlo Calenda ha cominciato a risalire nei sondaggi. Dopo essere sprofondata stabilmente sotto il 3%, raccogliendo appena il 2,5% delle intenzioni di voto, la formazione centrista ha guadagnato qualche decimale: a fine 2025 si attestava attorno al 3,5%, per poi stabilizzarsi nei primi mesi del 2026 su valori compresi tra il 3,1% e il 3,5%, a seconda delle rilevazioni, superando stabilmente Italia Viva di Matteo Renzi, ferma al 2,5-2,6%. Una rimonta modesta, certo, ma significativa – perché mostra che il moribondo si è rialzato, che il topo Gigio ha smesso di fare la vittima e ha cominciato a muovere i primi passi verso l’agone.

E come ha fatto? Con una strategia che mescola la purezza quasi cinematografica delle pose e della mimica a una parlantina da maestro di yoga: calma, scandita, mai urlata, sempre misurata. Calenda ha imparato che, in politica, la voce bassa e il tono posato sono più efficaci delle urla. Ha imparato che la mimica facciale – lo sguardo che si fa serio, il labbro che trema appena, la mano che si alza per chiedere silenzio – può sostituire un’intera arringa. E ha imparato, soprattutto, che il presumin, se ben calibrato, può trasformarsi in autorevolezza.

 L’apoteosi dello show mediatico: il duello con Vannacci

Il banco di prova più evidente di questa strategia è stato il confronto televisivo con Roberto Vannacci, andato in scena il 10 febbraio 2026 a “L’Aria che tira” su La7. Di fronte al generale leghista, noto per le sue uscite iperboliche e per un linguaggio che rasenta la provocazione, Calenda ha scelto la linea dell’attacco frontale – ma mai sopra le righe. “Vannacci è il patriota di Putin, e come tale un traditore della patria”, ha tuonato, accusandolo di non comprendere il significato della difesa nazionale. Vannacci ha replicato definendolo “Re Mida al contrario” e invitandolo provocatoriamente ad andare a combattere in Ucraina. La discussione è durata più di venti minuti, costellata da interruzioni reciproche, e si è conclusa con Calenda che si alzava e se ne andava, lasciando lo studio in subbuglio.

Politicamente, cosa ha guadagnato da questo scontro? Poco in termini di alleanze, moltissimo in termini di visibilità. Perché in un’epoca in cui la politica si fa sempre più spettacolo, il duello con un avversario così ingombrante e mediaticamente efficace come Vannacci è stato una benedizione: ha proiettato Calenda al centro dell’attenzione, ha rinvigorito la sua immagine di “combattente”, ha mostrato al pubblico un leader capace di tenere testa al gigante. Insomma, un autentico tour de force teatrale, dove il presumin del topo Gigio si è trasformato in spavalderia e la mimica studiata ha sostituito la sostanza programmatica.

Buon sangue non mente, si dice. E Calenda, nipote del regista Luigi Comencini – l’uomo che con “Pane, amore e fantasia” ha lanciato la commedia all’italiana e che, nella sua lunga carriera, ha sempre dimostrato una vita spericolata sotto le spoglie di un apparente bon ton – ha ereditato il senso del palcoscenico. A undici anni, nel 1984, recitò da protagonista nello sceneggiato “Cuore”, diretto proprio dal nonno, interpretando lo scolaro Enrico Bottini. Oggi, a distanza di decenni, quella stessa capacità di entrare nel personaggio e di recitare la parte gli torna utile più che mai. Solo che, ora, il set è il talk show, il copione è la cronaca politica, e il pubblico – gli elettori – è chiamato a giudicare non le idee, ma la performance.

 La mazzata finale sul provolino: Renzi, il mago maghella e l’aio dei nerd

Ma il vero obiettivo di Calenda, il suo nemico giurato, il provolino che lo ha conculcato per anni, è sempre stato lui: *Matteo Renzi*. Il “maga maghella” di Rignano – come qualcuno l’ha ribattezzato con ironia, strizzando l’occhio al personaggio dei fumetti erotico-umoristici degli anni Settanta – è l’ex alleato diventato acerrimo nemico, il sodale che dopo la rottura del Terzo Polo ha preferito seguire la sua strada, lasciando Calenda a dibattersi nella solitudine dei talk show.

Renzi, Calenda

Renzi, del resto, è una figura complessa: per gli uni è un riformista coraggioso, per gli altri un opportunista senza scrupoli. Ma c’è un’immagine che lo descrive meglio di ogni altra: *l’aio dei nerd*. Il precettore, il maestro di cerimonie, colui che insegna ai trentenni che hanno votato Pd per anni come si sta al mondo e come si manovrano i sondaggi. Il problema è che, in un’epoca in cui i nerd sono diventati i nuovi re della comunicazione, l’aio rischia di essere superato dagli allievi. E Renzi, da quando ha imboccato la strada del campo largo a trazione Schlein e Conte, ha perso il tocco: i sondaggi lo danno stabilmente al 2,5-2,6%, non sempre sufficiente a superare la soglia di sbarramento, mentre Calenda lo tallona e talvolta lo supera.

E qui Calenda gioca la sua carta più salgariana: aspetta nell’angolino, in agguato, pronto a dare la mazzata finale sulla “crapa” (la testa, in napoletano) del suo ex sodale. Lo farà, secondo molti osservatori, nel momento meno atteso – forse durante un’intervista a un programma non in prima serata, forse in un passaggio social, forse in un’aula deserta del Senato. E quando colpirà, lo farà con la stessa astuzia del topo Gigio che, dopo essersi finto debole per mesi, si rivela improvvisamente forte.

Quanto vale Matteo Renzi? Meno di una bistecca alla fiorentina, e neppure il prezzo di una santa messa

E qui veniamo al paradosso del renzismo. Per anni, Matteo Renzi ha rappresentato il tentativo più serio di modernizzare il centrosinistra, di spezzarne le logiche corporative, di imporre un’agenda riformista. Oggi, invece, il suo peso politico si è ridotto a un sottotono: vale più di una bistecca alla fiorentina – che almeno ha il pregio di essere sostanziosa e di saziare – ma molto meno di una santa messa, che almeno garantisce a chi la celebra un certo prestigio sociale e una folla di fedeli. Renzi ha perso l’unzione, ha perso il seguito, e persino i suoi alleati lo guardano con sospetto.

Calenda lo sa bene, e per questo non perde occasione per punzecchiarlo, per ricordargli che fu proprio Renzi a volere la rottura e che, da allora, la parabola del toscano non è stata altro che una discesa inarrestabile. Il confronto tra i due è diventato, ormai, una questione personale: non più due visioni politiche a confronto, ma due caratteri, due narcissismi, due presunzioni che si scontrano in uno scontro all’ultimo talk show.

 Conclusione: il tempo della vendetta salgariana

Cosa ci riserva il futuro? Se la lente – il presumin del topo Gigio conculcato dal provolino sulla scena di un libro di Salgari dialettizzato alla Guénon – regge, allora Calenda continuerà a coltivare la sua immagine di martire che si rialza, di astuto giocatore che maschera le proprie ambizioni sotto l’apparenza della moderazione. I sondaggi lo danno ancora basso, ma in risalita; le alleanze possibili sono molte, a destra come a sinistra – purché non siano “populiste” o “sovraniste”. E nel frattempo, il suo partito Azione consolida la propria presenza nei territori, stringe accordi locali con le amministrazioni di centrodestra, si presenta come la vera alternativa al bipolarismo logoro.

La morale di questa storia, se di morale si può parlare, è antica quanto la politica stessa: chi è stato conculcato può ancora rialzarsi, chi è stato umiliato può ancora vendicarsi, e chi ha recitato la parte del topo Gigio per anni può un giorno indossare i panni del Corsaro Nero. Resta da vedere se il pubblico – gli elettori – applaudirà o fischierà. Ma intanto, il sipario si è alzato, e il protagonista è già in scena, pronto a recitare la sua parte migliore. E Renzi, il provolino, il maga maghella, l’aio dei nerd, è avvertito: nell’angolino, c’è qualcuno che aspetta. E non è più disposto a rimanere zitto.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.