Il pollo arrosto del destino: Trump, l’Iran e il barocco della geopolitica

Il pollo arrosto del destino: Trump, l’Iran e il barocco della geopolitica

Tra minacce, alleanze ballerine e crisi incrociate, il presidente americano si proclama “padrone di sé” mentre il mondo osserva un cigno nero trasformarsi in pollo bruciato. Una tragicommedia che segna il passaggio dall’ordine rinascimentale al caos barocco della storia.

EDITORIALE

C’è un momento, nella vita dei popoli, in cui la politica smette di ricordare un affresco del Rinascimento e comincia ad assomigliare a un soffitto barocco: stucchi che si piegano, angeli che precipitano, colonne che si torcono come se avessero passato la notte in una stufa. È il momento in cui l’ordine si scioglie nel grottesco, e il grottesco pretende di essere scambiato per ordine. È il momento in cui un leader si dichiara compos sui, padrone di sé, mentre tutto intorno a lui brucia come un pollo arrosto dimenticato nel forno.

Negli ultimi giorni, Donald Trump ha offerto al mondo uno spettacolo che oscilla tra tragedia e farsa. La crisi con l’Iran, intrecciata alle tensioni in Ucraina e alle manovre di Russia e Cina, sembra uscita da un teatro dell’assurdo più che da una sala di comando della prima potenza mondiale. Eppure, nella narrazione che il presidente americano propone di sé, tutto appare perfettamente sotto controllo. Compos sui, appunto. Anche quando il forno fuma.

La guerra in Iran, con il suo carico di droni, minacce e controminacce, è diventata il simbolo di un mondo che scivola verso il barocco politico: eccessi, contraddizioni, colpi di scena, e soprattutto una crescente incapacità di distinguere la strategia dalla sceneggiata.

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Trump alterna dichiarazioni roboanti a improvvisi appelli alla moderazione, come un cuoco che prima spalma benzina sul pollo e poi si stupisce che prenda fuoco. L’Iran risponde con la stessa logica: un giorno apre lo Stretto di Hormuz, il giorno dopo lo chiude, il terzo lo apre solo a chi gli sta simpatico. Il risultato è un pollaio geopolitico in cui nessuno capisce più chi comanda.

L’Europa, dal canto suo, osserva la scena con l’espressione di una nonna che guarda il nipote tentare di accendere il barbecue con la tanica del motorino. I governi europei temono che l’ossessione iraniana finisca per far dimenticare l’Ucraina, e che il sostegno occidentale si sciolga come burro al sole. Le rassicurazioni americane arrivano a singhiozzo, spesso accompagnate da giudizi sprezzanti sulla NATO, definita ora inefficace, ora superflua, ora semplicemente fastidiosa. È difficile costruire una strategia comune quando il partner principale cambia umore più spesso di quanto cambi cravatta.

La Cina, invece, assiste con la calma di chi sa che il caos altrui è sempre un’occasione. Pechino non alza la voce, non si espone, non si sbilancia. Osserva. E mentre osserva, misura. Ogni mossa americana, ogni esitazione europea, ogni richiesta russa. Il drago non soffia: aspetta che il pollo arrosto del destino si carbonizzi da solo.

La Russia, infine, si muove come un orso che ha trovato un picnic incustodito. Offre aiuti all’Iran, poi li nega, poi li offre di nuovo. Propone scambi geopolitici che sembrano usciti da un mercatino dell’usato: noi smettiamo di aiutare Teheran se voi smettete di aiutare Kiev. È un gioco cinico, ma perfettamente coerente con la logica barocca del momento: tutto è negoziabile, tutto è reversibile, tutto è teatro.

E in questo teatro, Trump continua a presentarsi come l’unico compos sui della scena. L’unico che sa cosa fa, l’unico che vede oltre, l’unico che può spegnere l’incendio che lui stesso ha contribuito ad accendere. È qui che la metafora del cigno nero si trasforma, per il nostro popolo, in qualcosa di più comprensibile: un pollo arrosto andato in fumo. Il cigno nero è elegante, misterioso, filosofico. Il pollo bruciato è concreto, puzzolente, inevitabile. E soprattutto, quando lo tiri fuori dal forno, capisci subito che qualcosa è andato storto.

La transizione dal Rinascimento al Barocco non fu solo un cambiamento estetico: fu il segno di un mondo che perdeva certezze e cercava rifugio nell’esagerazione. Oggi viviamo una transizione simile. Le forme politiche si gonfiano, le parole si deformano, le decisioni si contorcono. E mentre i leader proclamano di essere compos sui, la realtà mostra che nessuno controlla più davvero il forno.

Il pollo arrosto del destino continua a bruciare. E noi, popolo, assistiamo alla scena con un misto di riso e inquietudine. Perché ridere è necessario, ma capire che il fumo arriva fino a casa nostra lo è ancora di più.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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