Il passato comune di Italia e Persia e il diverso modo in cui viene vissuto e attualizzato
Il passato comune di Italia e Persia
e il diverso modo in cui viene vissuto e attualizzato

La nascita della Repubblica di Roma. immagine da Prometheus studio
Intorno alla metà del terzo secolo dell’era volgare si celebrarono i mille anni di Roma: la repubblica è ormai un lontano ricordo e l’assetto istituzionale inaugurato da Augusto è messo in crisi dalle lotte di potere interne alla nobiltà senatoria, dalle forze centripete che spingono per spostare da una parte all’altra il centro del potere e soprattutto dall’indebolimento della società romana e dell’apparato amministrativo, privato della sua partecipazione e del suo controllo. Sono lontani i tempi in cui popolo e exercitus coincidevano e il civis romanus era innanzitutto un soldato. Il sentimento patriottico è ancora vivo, come il culto della tradizione, il mos maiorum, ma all’interno di una minoranza della popolazione romana, nella quale dopo le massicce ondate immigratorie prevalgono ormai gli stranieri romanizzati e i provinciali e sempre più forte è la presenza ostile ai “gentili” e alla sacralità dell’Impero dei cristiani, non più confinati fra gli schiavi e gli immigrati ma insinuati nelle borghesie urbane e fra gli honestiores nonché all’interno dei vertici militari. In questo contesto diventa difficile mantenere l’integrità territoriale, minacciata in occidente dalla continue scorrerie delle popolazioni germaniche, a loro volta pressate dalle correnti migratorie nell’Asia centrale, e nel medio oriente dall’impero persiano ricostituito e rinvigorito dopo l’avvento della dinastia sasanide. I persiani premono sulla Siria e cercano di allargare la loro influenza sull’Asia minore anche se a loro volta si trovano a fare i conti con i popoli nomadi degli altipiani.

Roma nel medioevo L’anno mille immagine Rome guides
Roma celebra i suoi mille anni di storia e di civiltà proprio quando sigla una pace ignominiosa col vicino, che aveva tentato di invadere, un vicino che, pur nella discontinuità segnata dallo spostamento del suo centro da Persepoli a Ctesifonte, poteva vantare radici altrettanto antiche e una civiltà che, come dimostra la vicenda di Alessandro, già cinque secoli prima non era inferiore a quella ellenica.
I manuali scolastici liquidano frettolosamente come “crisi del terzo secolo” questo periodo della storia romana che precede la riorganizzazione dell’Impero operata da Diocleziano, e sorvolano sul principato di Filippo, l’Augusto in ginocchio davanti al Re dei Re. Passato remoto, da noi dimenticato o ignorato e comunque avvertito come estraneo, con lo stesso atteggiamento col quale si guarda alle vicende dell’impero Maya.

Esmail Baghaei
Non è così per il nostro antico rivale. Esmail Baghaei, portavoce del ministro degli esteri iraniano, a proposito delle condizioni capestro che Trump vorrebbe imporre al suo Paese per porre fine all’aggressione, ha ricordato quell’episodio vecchio di diciotto secoli che i suoi connazionali conoscono bene e di cui vanno fieri, scolpito nella roccia perché se ne conservi eterna memoria. Una pace estremamente onerosa, com’è confermato da fonti romane: la cessione dell’Armenia e cinquecentomila denari d’oro, una cifra enorme per l’epoca.

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Quello che mi interessa sottolineare in questa vicenda non è l’uso propagandistico della storia – l’impero americano come ieri quello romano vedono la loro arroganza e la loro potenza infrangersi contro la resistenza persiana – ma la conoscenza della storia da parte persiana e con essa il senso di appartenenza sopravvissuto all’islamizzazione e la rivendicazione della propria continuità culturale, politica e nazionale. Non a caso il diplomatico iraniano non ha ricordato la ben più grave umiliazione patita da Roma una quindicina d’anni dopo, quando Valeriano fu catturato a Edessa dal persiani in circostanze che la storiografia per mancanza di fonti non è in grado di chiarire. Quel che è certo è che l’imperatore non fu mai restituito e terminò la sua esistenza in servitù. Era l’inizio dell’estate del 260: la più clamorosa affermazione del regno sasanide sul rivale occidentale fu però seguita dalla risposta romana partita da Palmira e conclusasi col controllo del golfo persico e l’assedio di Ctesifonte. Per rimarcare l’analogia col passato meglio riferirsi al successo riportato con Filippo l’arabo, meno spettacolare ma più solido e soprattutto ottenuto respingendo un’aggressione. E questa è un’ulteriore prova di familiarità con la propria storia.
Non voglio essere frainteso: non ne faccio una questione di suscettibilità patria e questa non è la sede per una riflessione approfondita sulle relazioni complesse fra le due potenze militari politiche ed economiche del mondo antico, su entrambe le quali incombeva la dilagante marea del cristianesimo fiaccandone le istituzioni, e attaccando i culti tradizionali – zoroastrismo e politeismo naturalistico – potenti collanti per realtà politiche multietniche e caratterizzate da profonde disparità sociali.
Entrambe hanno dovuto fare i conti con quella che Foscolo chiamava “l’alterna onnipotenza delle umane sorti” ma l’una e l’altra hanno hanno continuato ad essere alimentate attraverso i secoli dalla linfa del loro passato. La Persia,che il cristianesimo non riuscì ad intaccare ha dovuto soccombere all’altra variante del Libro, l’Islam ma non è stata arabizzata – semmai è il mondo arabo che ne ha subito il fascino e l’influenza – e ha mantenuto la sua identità linguistica e nazionale rafforzandola con una propria variante della religione coranica.
La coscienza della continuità, il permanere del legame col passato, il fatto che il passato illumini e dia senso al presente sono impliciti nell’idea di nazione. E la Persia è una nazione anche se nella lingua farsi non compare un termine con la stessa accezione. Compare, eccome, in italiano e la Meloni ne fa un uso compulsivo e per lo più inappropriato. Ma la nazione Italia è stata metodicamente distrutta a partire dal dopoguerra, con un accanimento particolare negli ultimi decenni, quelli dell’imposizione di una appartenenza europea e delle porte aperte all’invasione, portando a termine un obbiettivo che l’universalismo cattolico e l’internazionalismo socialcomunista avevano mancato. La nazione italiana, la Patria italiana, era sopravvissuta nei secoli nonostante le piccole patrie dei campanili, nonostante la polverizzazione politica, la discontinuità fa il nord e il sud del Paese. La troviamo nei versi di Massimiano, nella rivalità monastica italo germanica, la troviamo nelle invettive di Dante, nelle invocazioni di Francesco Petrarca, nella coscienza storica di Machiavelli e su su fino al solitario patriottismo del contino di Recanati e, come fenomeno sociale più consolidato, nel Risorgimento. Ma ne restavano fuori le classi subalterne, gli illetterati, le comunità rurali: abbiamo fatto l’Italia, bisogna fare gli Italiani, ammoniva Massimo D’Azeglio e il fascismo si propose attraverso la scuola di realizzare questo obbiettivo proseguendo con maggiore determinazione sulla strada inaugurata negli ultimi due decenni del diciannovesimo secolo: conoscenza della storia patria e rivendicazione del proprio passato.

Per concludere
Politici e opinionisti sono sorpresi dalla tenuta della società iraniana. Lo sono ancora di più israeliani e americani – che a ben vedere sono la stessa cosa – che erano convinti che assassinando il capo spirituale e decapitando il governo il sistema politico istituzionale iraniano sarebbe imploso, grazie anche alla capillare presenza di quinte colonne organizzate dal Mossad e ad una massiccia campagna di stampa tesa addirittura a resuscitare il potere della cricca Pahlavi.
Ora da quelle parti, fallito il blitz criminale, si cerca di correggere il tiro: si è sottostimato il potenziale militare iraniano, la rete organizzativa del regime, la sua capacità di reprimere e spengere ogni focolaio di opposizione. Tutto per non riconoscere l’unica cosa sensata: il regime tiene perché la nazione tiene; una nazione che è passata indenne dalla forzata conversione, che ha fatto proprio l’Islam ma lo ha fatto in una versione originale e nazionale non si fa spaventare dalle portaerei americane o dai missili con la stella di David; piange i suoi morti e nel loro nome si compatta.
Nell’Italia post unitaria era fortemente avvertita la necessità di una coesione nazionale, ostacolata al nord come al sud dal clero e da gruppi sociali ostili al cambiamento, austriacanti da una parte, filoborbonici dall’altra. L’epopea garibaldina ha giocato in questo ambito un ruolo decisivo, sicuramente superiore a quello di intellettuali come Manzoni, la cui influenza rimaneva limitata a ristretti circoli letterari. Politici e governanti avevano piena consapevolezza che la nazione non poteva rimanere patrimonio di un’élite né ridursi a categoria letteraria, bisognava che entrasse nella mente e nel cuore della piccola borghesia e delle masse operaie e contadine. Un’operazione complessa, che presupponeva una rivoluzione culturale e il passaggio da una cultura aristocratica e alto borghese ad una cultura nazional-popolare. Un passaggio da realizzare attraverso l’alfabetizzazione e una scuola sottratta al controllo del clero e finalizzata a recuperare le radici della romanità trasmettendo insieme il valore della coesione sociale, dell’identità e del sentimento di appartenenza. E non a caso l’intellighenzia radical-chic che negli ultimi ottanta anni si è adoperata alacremente per distruggere la Nazione non si è limitata a ridimensionare il valore letterario degli scrittori patriottici, da Carducci a D’Annunzio, ma si è accanita contro il testo che aveva contribuito in modo determinante a formare il nuovo italiano e a creare un commune sentire fondato su valori come la responsabilità, l’onestà, il rispetto, la solidarietà: Cuore di De Amicis, un magistrale strumento educativo stupidamente bollato come stucchevole retorica. Detto da quelli che nella melassa della retorica buonista hanno finito per affogarci è veramente ridicolo. Il fascismo non fece altro che seguire una strada già segnata, aggiungendovi di suo un po’ di innocente pacchianeria. La Grande Guerra, che in sé di patriottico non aveva nulla, talmente immotivata che a corte e nei vertici politici e militari si smaniava per entrare in guerra o col vecchio alleato o con l’Intesa pur di non restare a guardare, aveva fatto segnare una battuta d’arresto di questo programma educativo. È un indubbio merito del regime averlo saputo riprendere con successo. Ed è un marchio d’infamia per la sinistra averlo vanificato con la complicità di una destra senza anima, senza cultura, senza idee e soprattutto senza ideali.

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