Il mondo “al contrario” diventa partito: Vannacci, la politica come ricetta identitaria

Il mondo “al contrario” diventa partito: Vannacci, la politica come ricetta identitaria

C’è un modo tutto italiano di raccontare le cose serie partendo da ciò che è concreto, quotidiano, quasi domestico. Un po’ come accade con le ricette tradizionali: piatti poveri, nati per non buttare nulla, che nel tempo diventano simboli, bandiere culturali, persino identità collettive.
Ed è forse da questa prospettiva – più antropologica che ideologica – che si può provare a leggere l’irruzione di Roberto Vannacci nella politica organizzata, dopo il caso editoriale de Il mondo al contrario e il mezzo milione abbondante di voti raccolti alle Europee.

Come il sanguinaccio, per restare nella metafora, anche il “vannaccismo” nasce da un recupero: linguaggi, valori, parole che molti consideravano superati, scarti della modernità, e che invece vengono rimessi al centro del piatto. Identità, tradizione, ordine, appartenenza. Ingredienti forti, divisivi, che non piacciono a tutti ma che, per chi li riconosce come propri, hanno il sapore della casa.

La cavalcata di Vannacci comincia quasi per caso, nell’estate del 2023, con un libro autopubblicato senza filtri né mediazioni. Un testo che non cerca il consenso largo, ma parla a un pubblico specifico, che si sente ignorato o deriso. Il successo editoriale – oltre un milione di copie – è il primo segnale che sotto la superficie del dibattito pubblico esiste una domanda latente, pronta a coagularsi attorno a un narratore riconoscibile. Da lì alle piazze piene, e infine alla politica, il passo è breve.

L’esperienza con la Lega appare oggi come una fase di transizione: utile per entrare nelle istituzioni, ma inadatta a contenere un progetto fortemente personalistico. Il “tradimento”, come lo definiscono i leghisti, è in realtà una dinamica antica della politica italiana: quando il leader e il contenitore non coincidono più, la scissione diventa quasi inevitabile. Futuro nazionale nasce così, con un manifesto già pronto ma una struttura ancora fragile, come un impasto ben speziato che deve però reggere la cottura lunga delle regole, dei simboli, dei numeri parlamentari.

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I problemi non mancano. Il nome e il logo sono contestati, il consenso reale è difficile da misurare, i parlamentari disponibili al salto sono pochi. Eppure, come spesso accade, la forza del progetto non sta tanto nell’immediata capacità di governo, quanto nel suo valore simbolico. Vannacci propone una destra “Vitale”, acronimo che suona quasi come una ricetta morale: Virtù, Identità, Tradizioni, Amore, Libertà, Eccellenza, Entusiasmo. Parole semplici, cariche di significato, che funzionano più come richiamo emotivo che come programma dettagliato.

Il tema della “remigrazione” diventa l’elemento più riconoscibile – e più esplosivo – di questo discorso. Qui la competizione con la Lega è diretta e scoperta, e l’aggancio con l’estrema destra europea, dall’AfD tedesca ai circuiti più radicali, apre interrogativi pesanti sulla collocazione internazionale del progetto. Non è più solo una questione di gusti politici, ma di compatibilità costituzionale e storica, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove la memoria del Novecento resta una linea di faglia.

Alla fine, come per certi piatti tradizionali, la domanda non è se piaccia a tutti – perché non succederà – ma se riesca a sopravvivere al tempo, alle normative, ai passaggi obbligati della democrazia rappresentativa. Futuro nazionale oggi assomiglia più a una preparazione artigianale che a un prodotto industriale: molto carattere, dosi segrete, ma ancora poca standardizzazione.

E forse è proprio questo il punto. Vannacci intercetta un’Italia che non si riconosce più nei menù ufficiali della politica e preferisce sapori forti, anche scomodi. Resta da vedere se, una volta usciti dalla cucina delle polemiche e messi sul tavolo delle elezioni politiche, questi ingredienti sapranno reggere il giudizio non dei fedelissimi, ma del Paese nel suo insieme. Buon appetito, o almeno: buona osservazione.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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One thought on “Il mondo “al contrario” diventa partito: Vannacci, la politica come ricetta identitaria”

  1. Articolo breve quanto ben calibrato. Vannacci avrebbe tutti i numeri per fare appello ad una parte tutt’altro che trascurabile degli italiani. La sua insofferenza per i partiti troppo accomodanti nei confronti di un potere tentacolare e soffocante, quali tutti finiscono col trasformarsi, persino la Lega che, pur turandosi il naso, rimane forza di governo, è lo specchio di quanti sono rimasti delusi dai trasformismi di tutti i partiti, una volta giunti a palazzo Chigi. Vannacci promette di non ripetere gli stessi errori e ha usato la Lega solo come trampolino di lancio, per non rimanere nella palude dei partitini sotto la soglia di ammissione al Parlamento. Dovrà stare ben attento a non finire per essere il lasciapassare acritico di magistrati e polizia/carabinieri, come sono stucchevolmente diventati Travaglio e Salvini. Nessuno può sottrarsi al giudizio dei fatti.

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