IL GIGANTE IN CONTROLUCE
Donald Trump non ha fatto che accelerare, nel giro di soli 6 mesi, la perdita di credibilità di una nazione a cui tutto il mondo aveva fatto fino a poco tempo prima riferimento come ad una roccia, salda e indistruttibile, anche se spesso proterva.
Oggi, è rimasta solo la protervia; e il mondo si sta, a velocità differenti, allontanando dagli USA. Del resto, sembra essere questo l’obiettivo di Trump: isolazionismo, senso di autosufficienza, sospetto e malevolenza verso il resto del mondo.

Questa la situazione finanziaria che Trump s’è trovato al suo insediamento: oltre $ 36 trilioni di debito pubblico, oltre $ 1 trilione di interessi annui. Il 26% delle spese viene pagato a debito mediante la vendita di nuovi treasuries. Nell’immagine in basso ne sono elencati i 5 principali detentori, tutti -e in particolare Cina e Giappone- in continua ritirata, preferendo vendere quelli che hanno in favore di oro e valute più forti e affidabili del dollaro, come euro e yuan
Vediamo i principali segnali della deriva verso quello che sembra configurarsi come il naufragio finale.

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Stiamo assistendo ad un calo verticale della fiducia nella solidità finanziaria americana, peraltro dovuta alla pratica del signoraggio internazionale, che ha permesso allo zio Sam di vivere alle spalle del resto del mondo, dapprima con il pareggio forzoso dollaro = oro (accordi di Bretton Woods, 1944); e poi col pareggio dollaro = petrolio, ossia con la creazione dei petrodollari, dopo lo sganciamento del dollaro dall’oro, annunciato da Nixon nel 1971.
I petrodollari furono una forma di ricatto al resto del mondo, con la coazione a pagare il petrolio soltanto in dollari, costringendo tutte le nazioni a detenerne in abbondanza per poterlo pagare. Questa equivalenza dava un’aura di affidabilità, sia pure coatta, al dollaro, tanto da farlo detenere da tutte le banche centrali come l’unica moneta di riserva. Se, prima dei petrodollari, Charles De Gaulle, non condividendo la fiducia generale nel dollaro, non faceva che chiederne la conversione in oro; dopo la forzata equivalenza al petrolio, chi osò rifiutarla, facendosi pagare il petrolio in valute diverse, Saddam Hussein prima, e Gheddafi, poi, pagò la lesa maestà con la vita e la caduta del proprio regime.
Oggi, che sempre più numerose nazioni stanno pagando il petrolio nelle proprie valute, non è rimasta a Trump altra scelta che minacciare alti dazi a quanti oseranno sgarrare alle minacce del boss, che si scopre sempre più nudo.
Trump si pavoneggia pregustando $ 450 miliardi dai dazi. Ma quanti ne costeranno ai suoi cittadini e imprese?

Foto ufficiale di Donald Trump. Il cipiglio di chi non ha bisogno di nessuno, in linea con la sua politica estera. Sbandiera $ 450 miliardi di introiti dai dazi per poter tagliare le tasse. Ma i dazi sono introiti per lo Stato, ma tasse per le imprese chiamate a pagarli e, alla fine, per i consumatori
La vacillante fiducia negli USA ha causato oltre il 10% di svalutazione del dollaro in 6 mesi, con corrispondente rialzo dei costi delle importazioni -già gravate da dazi di stampo autarchico- e dei prezzi al consumo, ossia inflazione. Il dollaro debole ha indotto molte banche centrali e investitori istituzionali e privati a disfarsi di quantità notevoli e crescenti di treasuries (buoni del Tesoro), offerti ad interessi sempre più alti per attrarre acquirenti recalcitranti. Ciò ha ulteriormente deprezzato il valore dei treasuries esistenti, con grande disappunto di quanti ne sono grandi detentori, come Cina e Giappone, che vedono sgretolarsi ciò che ritenevano un investimento senza rischi. E molte nazioni, a cominciare dalla Germania, ma persino dall’Italia, chiedono con insistenza di riportare a casa una fetta consistente del proprio oro dai caveau americani.
Trump ha chiesto -o meglio preteso- che il Giappone ponesse fine, dopo oltre 20 anni, agli interessi prossimi a zero sui bond in yen, onde essere meno competitivo con le merci USA, specie nel settore auto. Le pretese non si fermano qui, allargandosi a cosa il Giappone potesse esportare e cosa no, in particolare verso la Cina. In sostanza, il boss chiedeva che il Giappone ledesse i propri interessi a vantaggio di quelli americani. Ma persino il fido Giappone ha detto basta a questa cieca sudditanza e brandisce l’arma di una massiccia vendita di treasuries, di cui sono i primi detentori al mondo, trascinando gli USA nel baratro.

La Toyota ha inaugurato nel 2024 questa fabbrica di batterie per veicoli elettrici in North Carolina. Un investimento di $ 14 miliardi, compreso anche l’ampliamento dello stabilimento in Kentucky. I suoi dirigenti non immaginavano certo che l’arrivo di Trump avrebbe messo ad alto rischio queste scelte
Nel contempo, le giapponesi Honda, Toyota e Nissan stanno spostando in patria la fabbricazione di nuovi modelli anziché negli stabilimenti americani nonchè riducendo la produzione in questi ultimi per il calo delle vendite, profilando una perdita, compreso l’indotto, di oltre 800.000 posti di lavoro. [VEDI e VEDI] Così, con un capovolgimento dei fini, le politiche di Trump stanno producendo un controesodo di imprese straniere in patria, mentre di aziende americane in reshoring* -e men che meno di aziende straniere verso gli USA- non ce n’è traccia, vista l’incertezza generale e soprattutto la lievitazione dei costi, proprio a causa dei dazi che le importazioni fanno gravare su materie prime e prodotti finiti. Last but not least, il costo del lavoro in una nazione a forte sindacalizzazione come gli USA, è di gran lunga superiore che altrove; e si aggiunge alla minaccia di dazi di ritorsione delle nazioni sin qui acquirenti di merci americane, facendo temere di produrre merci invendute. Quindi, tutti ormai si tengono alla larga dall’America di Trump.
Ma l’elenco delle grane per l’Amministrazione in carica non finisce certo qui. La componente turistica dell’economia americana era tutt’altro che irrilevante: per tutto il mondo l’America esercitava un fascino e quindi un’attrazione come forse nessun’altra. Se guardiamo la situazione oggi, è desolante: gli aeroporti, un tempo affollati, sono semideserti
col taglio drastico dei voli dall’estero. Molte compagnie si stanno sganciando in sordina dai voli da e verso gli USA, cancellandone via via il numero, per poi, in alcuni casi, tagliarli tutti. Alcune compagnie sono addirittura “di bandiera”, come Air France, British Airways, Air Canada e tante altre, di nazioni non certo ostili. [VEDI]

Immagini simboliche di voli per gli USA col drastico calo di passeggeri e aeroporti semi-deserti. Trump ha giustificato i dazi per riassestare la bilancia commerciale in profondo rosso. Ha finito con l’incrementare il passivo anche della bilancia turistica, con uno sbilancio di $ 50 miliardi [VEDI]. Ciò significa che sono molti di più gli americani che fanno le vacanze all’estero che gli stranieri che vanno a farle negli USA
I turisti preferiscono altre mete rispetto agli USA, con cali tra il 25 e il 40%. E a farne le spese non sono solo le compagnie aeree, ma anche i luoghi di destinazione, un tempo presi di mira da fiumi di villeggianti, che non fanno che echeggiare la crisi degli aeroporti. I viaggiatori si lamentano soprattutto della burocrazia e invadenza delle guardie aeroportuali, che considerano chi arriva un potenziale terrorista, con controlli estenuanti. Inoltre, chi visita gli USA oggi riporta che gli americani si dimostrano sempre meno amichevoli con gli stranieri, col clima esterofobo creato da Trump, che arriva a lamentare che la sua nazione è vittima di sfruttamento da parte dell’Europa ed altre nazioni amiche (e, per coerenza, decide di dare miliardi in armi all’Ucraina presentando ai lacchè europei il conto).
In mio precedente articolo avevo riportato come i dazi di Trump abbiano messo in ginocchio tutta la produzione agricola dipendente dalle esportazioni, in particolare la corn belt, basata su grandi appezzamenti per la produzione di mais e soia: prodotti ammassati ad ammuffire per la scomparsa di acquirenti esteri, con dazi di ritorsione contro quelli posti dal governo USA. Nel mentre, chi ha preso il posto degli USA nell’esportazione mondiale di mais e soia è il Canada (v. oltre), anche per la migliore qualità e l’assenza di OGM.
La realtà dà un quadro impietoso del cittadino medio, che deve rivolgersi ai prestiti, fino all’anno scorso dedicati a beni non basilari, come elettronica e vestiario, ed oggi usati anche per gli acquisti di prima necessità, [VEDI] nonostante le roboanti dichiarazioni contrarie di Trump e del suo ministro del Tesoro. Ci sono Stati abbandonati dal centro, tra cui Mississippi e West Virginia, dove non solo il cibo è troppo caro per l’americano medio, ma addirittura è difficile da trovare, con gli scaffali dei negozi semivuoti e le fila davanti ai food banks, le distribuzioni caritatevoli; mentre in Stati affluenti, come California e New York, convivono straricchi e persone povere o alla soglia della povertà. [VEDI]
Al regresso commerciale e industriale degli Stati Uniti fanno da contraltare altre nazioni che ne hanno tratto profitto, come il Canada, [VEDI] che sta beneficiando della fuga di marchi tipici USA, come Heinz e Ford, mentre sta negando l’esportazione negli USA di vari generi essenziali, energetici, minerali e metallici (acciaio, alluminio, rame), per ritorsione contro i dazi eccessivi; e ponendo a sua volta dazi sulle importazioni dagli USA. **
Trump sta dimostrando di essere una iattura per il suo stesso popolo comportandosi come se gli Stati Uniti fossero la nazione di un tempo; mentre stanno soffocando nei debiti, che gli altri non sono più disposti a pagare in vece loro. (Analogo discorso vale a livello privato, come appena accennato). Non possono più far conto sull’emissione massiva di nuovi treasuries, se non ad interessi che non farebbero che accrescerlo a dismisura; non possono più stampare dollari ad libitum, se non innescando un’inflazione selvaggia e un rovinoso deprezzamento del biglietto verde. Ci sarebbe una terza via: aumentare le tasse a cittadini già stremati dall’inflazione. Ma Trump vuole addirittura diminuirle, come se vivesse in remoti tempi felici. Un vicolo cieco, quindi.
Se gli strateghi dell’UE stanno nuovamente architettando altre sanzioni contro la Russia, in un impavido procedere all’insegna dell’autolesionismo, Trump ricorre a dazi stellari aggiuntivi dal 100% al 500% (!) sia direttamente sulle importazioni dalla Russia sia a quei Paesi che comprano da quest’ultima materie prime energetiche (petrolio, gas, uranio). Un comportamento da padrone del mondo, che pretende di incanalare gli scambi commerciali mondiali secondo la convenienza americana. Ma tutte le azioni messe in campo per tenere al guinzaglio il resto del pianeta si stanno avviando al loro epilogo.
Sono decenni che il mio giudizio sugli USA è andato deteriorandosi; ma gli USA di Trump sono riusciti a fare bingo, apparentandoli a quella loro propaggine mediorientale che è Israele. E non devo aggiungere altro.
*Processo inverso all’offshoring di delocalizzazione di imprese all’estero per tagliare i costi
**Confesso che è quanto mai difficile restare aggiornati al continuo afflusso di notizie relative ai dazi, che, per la volubilità dell’amministrazione Trump, richiederebbero aggiustamenti in tempo reale
Marco Giacinto Pellifroni 20 luglio 2025