IL GENERALE INVERNO
Premessa. In queste pagine ho lasciato ampio spazio a come vedono le scelte dell’UE in campo energetico gli osservatori russi, per uscire dal frastuono quotidiano delle nostre news, in preda alla sindrome russofoba.
L’espressione del titolo vuole ricordare che spesso l’esito delle guerre può deciderlo un inverno più rigido della norma. E così è stato per quanti hanno voluto giocare “fuori casa” nell’immenso territorio russo, i cui inverni sono generalmente inclementi, soprattutto per chi non vi è avvezzo, come nei due celeberrimi casi degli sprovveduti invasori: Napoleone, Hitler, Mussolini, che nelle steppe russe si giocarono le sorti della guerra.

Sketch da un sito d’informazione russo, che ridicolizza l’insipienza dell’UE nel taglio unilaterale dei gasdotti dalla Russia, con gli industriali tedeschi che adesso ne chiedono il ripristino, per non fallire. Ma a nuove, e peggiorative, condizioni. Dal canto suo, l’UE sta marciando verso il progressivo, totale divieto di approvvigionarsi di gas russo [VEDI]
Nessuno è stato più così pazzo da ripetere quegli errori strategici, ma l’Europa o, meglio l’UE, è riuscita a fare hara kiripur restando nei propri confini.
Si fa un bel dire di tenere l’Europa unita e seguire le strategie di Bruxelles; ma, quando ai suoi vertici siedono persone incompetenti o ideologizzate, seguite da un accrocco di premier europei loro pari, che ne seguono le direttive, pena sanzioni milionarie, ci resta soltanto da piangere.
Il 3 dicembre 2025 i nostri governanti europei si riunirono con tono soddisfatto e compiaciuto: tutti, tranne Ungheria e Slovacchia, approvarono il definitivo affrancamento dal gas e petrolio russi in nome della “indipendenza energetica“ dell’UE. E, a tambur battente, l’11 dicembre ratificarono questo glorioso obiettivo. Tra parentesi: cosa significa “indipendenza energetica”, se poi, al posto della Russia, dobbiamo cercare in giro per il mondo fornitori esterni?
Non si trattò di una semplice dichiarazione d’intenti di natura politica, bensì di un contratto vincolante, con esplicitato il calendario della ritirata: già dall’inizio del 2026, lo spot market (l’acquisto di volta in volta sui mercati) dell’LNG (gas liquefatto) viene vietato. I relativi contratti a lungo termine tuttora in essere devono venir rescissi entro la fine del 2026. Il divieto è ancora più ravvicinato per i contratti a breve termine che prevedono la distribuzione lungo gasdotti (tipo il troncato NordStream): la cessazione dovrà avvenire entro la metà del 2026; e, per i contratti a lungo termine (quelli di cui tutti i membri dell’UE si sono avvalsi per anni), la deadline viene fissata al settembre 2027.

Volumi di gas importati nell’UE da vari Paesi tra il 2021 e il 2024
Con ciò i burocrati di Bruxelles hanno orgogliosamente accesa una miccia sul nostro futuro, mettendo in gioco la stabilità economica goduta sino al 2022, per inseguire un’infantile ideologia moralistica che non ha riscontri nella storia politica dell’umanità.

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Un’ideologia, peraltro, adottata nei confronti della Russia, ma soffocata nei numerosi casi di invasioni di campo del loro passato idolo: gli Stati Uniti. [Oggi, 5 gennaio 2016, devo aggiungere la cattura di Maduro e le reiterate minacce verso Cuba e la Groenlandia, candidata da Trump a divenire il 51° degli Stati Uniti, incocciando così nel paradosso di voler invadere, attraverso la nazione di cui fa parte, la Danimarca, un membro della Nato, di cui gli USA fanno (ancora) parte].
Ma la miccia si è accesa ancor prima che l’inchiostro della ratifica si asciugasse. Il premier unghere Victor Orban non ha usato mezzi termini: questa ratifica va contro gli interessi stessi dell’UE, e l’avrebbe portata senza indugi alla Corte di Giustizia Europea. L’Ungheria ha un “cordone ombelicale” energetico con la Russia da decenni e, priva di accesso al mare, non potrebbe dipendere dalle navi cisterna, tanto che, assieme alla Slovacchia e all’Austria, aveva ottenuta una deroga alla chiusura dell’unico gasdotto ancora funzionante dalla Russia. È una mera questione di sopravvivenza, a livello sia civile che industriale, anche in ragione del raddoppio, e oltre, dei costi delle fonti alternative auspicate da Bruxelles, USA in primis.
Di fronte a questa, peraltro ovvia, critica, i burocrati si affannarono a rassicurare che il piano era stato supervisionato in ogni dettaglio; salvo controllare il livello del gas nei serbatoi.

A fronte di un inverno che si prospetta assai più rigido degli ultimi anni, ci si accorge che i serbatoi sono pieni di gas in misura inferiore ai minimi previsti e bisogna andare a caccia di gas supplementare, mentre il gas russo a buon mercato è finito nei serbatoi cinesi e indiani
La regola UE vuole che, per il 1° novembre, i serbatoi siano pieni almeno per il 90%, onde passare anche un inverno più rigido della media senza problemi (leggi: razionamenti). Visto che quest’inverno si profila assai più freddo dei tiepidi inverni a cui ci eravamo abituati, l’UE ha ammorbidito la regola, abbassando la percentuale minima al 75%. Tuttavia, i serbatoi sono già al di sotto del minimo permesso, essendo già a dicembre al 68%, ossia addirittura al di sotto della media dell’ultimo quinquennio.
Questo significa che l’UE s’è cacciata in un gigantesco cul-de-sac, le cui implicazioni emergono incalzanti. In prima linea, c’è il fattore alimentare. L’Europa importa enormi quantità di fertilizzanti azotati la cui produzione dipende dall’impiego di gas naturale, che proviene perlopiù dalla Russia. Non si tratta quindi soltanto del riscaldamento domestico o dell’energia per le imprese, ma di un campo così fondamentale come l’agricoltura, e quindi lo stesso settore alimentare.

Il sabotaggio del NordStream ad opera di ucraini, forse con la complicità di intelligence occidentali, è stato definito come il più grande disastro energetico degli ultimi cinquant’anni
Ma ugualmente basilare per il funzionamento di una nazione avanzata è la salute delle sue imprese, che non possono marciare sulle speranze -o scommesse- dei suoi governanti, ma sulle forniture puntuali, a buon mercato e a lungo termine dell’energia indispensabile al loro proficuo funzionamento.
E tali forniture mancano il bersaglio se i loro costi duplicano o triplicano. Non a caso c’è un crescente numero di imprese, a cominciare dalla Germania (proprio la Nazione più fervente nell’attuare la folle politica di indipendenza energetica), con altre a seguire, che hanno chiuso i battenti e stanno studiando piani a medio-lungo termine per spostarsi dove l’energia costa meno: come negli USA o in Asia; [VEDI] ovvero progettano cambi della produzione, da civile a militare, spingendo quindi per protrarre sine diela guerra in Ucraina e soffiare sulla russofobia da loro stessi propugnata. Si sono creati un nemico ad hoc, e adesso fremono per uno scontro diretto, in una rinnovata smania bellicistica.
In ogni caso, la scelta politica di chiudere i rubinetti del gas russo, cozza contro gli interessi degli industriali, colpiti al cuore qualunque sia la merce prodotta. Tant’è che la loro pressione sui politici, Merz in testa, è intensa e crescente (alla buon’ora, dopo quattro anni!), invocando il ripristino del NordStream e l’apertura delle trattative con Mosca. La quale ostenta una calcolata calma, di fronte alla fretta di Berlino: l’inverno è appena cominciato! [VEDI]

Alla baldanza dei politici sta subentrando il pragmatismo degli industriali tedeschi, i quali vedono nel ripristino del gasdotto NordStream l’unica possibilità di risollevare dalla depressione economica quella che è stata per decenni la cosiddetta “locomotiva” d’Europa [VEDI]
Immagino cosa penserà in cuor suo l’esecrato Putin, quando arriveranno al Cremlino col cappello in mano quegli stessi che hanno troncato, anche se per via indiretta, il proprio cordone ombelicale sotto le gelide acque del mar Baltico; gli spocchiosi che l’hanno colmato di sanzioni per quattro anni; i pasticcioni che progettavano goffamente di soffiare € 230 miliardi di fondi russi, perdendo ogni residua credibilità sull’intero globo terracqueo e rischiando la statalizzazione delle industrie europee tuttora operanti in Russia. Ma la caparbietà dei governanti UE ha solo cambiato tattica, optando per un prestito comunitario; mentre la Russia sta già cominciando a fagocitare imprese occidentali sul proprio suolo.
Putin potrà forse accogliere la supplica, ma solo alle sue condizioni: è chi vince che può dettarle, non lo sconfitto. Ucraina docet. E la prima condizione è di riconoscere che l’esplosivo sotto il NordStream è opera degli occidentali. La procura tedesca ne conosce anche i nomi. E Putin vuole che gli autori siano ufficialmente denunciati e i costi della riparazione siano a carico di chi ha compiuto l’insano gesto, in proprio o dietro mandato.
Ciò fatto, i prezzi del gas, naturalmente, non saranno più di favore, come a indiani e cinesi, subentrati alla grande dopo l’auto-evirazione dell’UE, ma a discrezione del Cremlino. Mentre resta da vedere se quest’ultimo non pretenderà che le forniture siano in rubli, come già ottenuto anni prima dall’OMV austriaca, ma poi sospeso per una sentenza contraria della Camera Arbitrale Internazionale di Stoccolma, con relativa sanzione di € 230 milioni (tanto per non perdere il vizio), che OMV voleva scalare in cambio di gas gratuito. Al che Gazprom rispose con l’immediata chiusura dei rubinetti: la Russia non accetta più euro, ma rubli o yuan per le sue forniture, adeguandosi alle nuove regole che i BRICS si sono dati.

Un altro sketch russo illustra la spaccatura economica che si sta creando tra Europa ed Est del mondo a causa della guerra energetica in corso
Insomma, c’è una guerra su parecchi fronti per l’accaparramento di gas o elettricità a prezzi compatibili, per la sopravvivenza economica. Un esempio tra tanti: gli Stati USA più settentrionali vivono sotto il continuo timore di vedersi negata l’energia elettrica dal Canada, con cui gli USA sono ormai in guerra dei dazi senza esclusione di colpi. [VEDI]
Mentre il mondo sta procurandosi contratti a lungo termine per garantirsi forniture affidabili e prolungate, l’UE naviga a vista con acquisti su base mensile sul volatile spot market con fornitori di LNG che ora hanno il coltello per il manico, ben conoscendo la situazione disperata in cui versa l’UE, per sua stessa scelta. E dettano le condizioni.

Finché misureremo il valore dell’euro solo nei confronti del dollaro non ci accorgeremo della sua discesa, vista la caduta libera di quest’ultimo a causa delle politiche trumpiane
Termino con l’evidenziare l’inflazione reale, quella insomma che incide sulle nostre tasche ogni volta che facciamo la spesa, più che non quella delle tabelle ufficiali. L’euro non può mantenere il suo potere d’acquisto se ha come sottostante un’economia quale è stata messa in ginocchio dalle sventate posizioni geopolitiche dell’UE. E suona come vanagloria quella della Meloni che vanta la riduzione dello spread tra titoli di Stato italiani e tedeschi come virtuosità dell’Italia, mentre è dovuta al calo di attrattività dei bund tedeschi per le difficoltà economiche della Germania, come più sopra evidenziato: non è l’Italia che cresce, bensì la Germania che cala.
Non mi resta che concludere come l’UE non abbia capito che il salto per diventare una potenza del livello di USA e Cina sarebbe stato realizzabile solo da un gemellaggio con la Russia, non dal suo respingimento verso Est.
Marco Giacinto Pellifroni 28 dicembre 2025