IL BALLO DEL QUA QUA SULLA TOMBA DI CARUSO OVVERO COME SAL DA VINCI HA TRASFORMATO L’ ARISTON IN UN MATRIMONIO A PRIMA VISTA

IL BALLO DEL QUA QUA SULLA TOMBA DI CARUSO OVVERO COME SAL DA VINCI
HA TRASFORMATO L’ ARISTON IN UN MATRIMONIO A PRIMA VISTA

C’era una volta la canzone napoletana, quella dei sospiri di Murolo, delle architetture malinconiche di Pino Daniele e delle visioni di Carosone. Poi è arrivato il marzo del 2026 e abbiamo capito che il Bene Comune della musica italiana non è più l’armonia, ma il consenso digitale coatto. A Sanremo ha vinto il paperino che fa “qua qua” e ha perso la canzone napoletana. Perché, intendiamoci: Sal Da Vinci, nato a New York e residente nel cuore del neomelodismo globale, non ha portato Napoli sul palco; ha portato un cartone animato antropomorfo che starnazza promesse nuziali a uso e consumo dei reel di TikTok.

Roberto Murolo, Renato Carosone Pino Daniele e Sal Da Vinci

Il paradigma è chiaro: se un tempo per vincere il Festival dovevi avere una partitura, oggi ti bastano un algoritmo e una fede nuziale mostrata a favore di camera come se fosse un pezzo di formaggio in una trappola per topi. Il trionfo di “Per sempre sì” è la vittoria del qualunquismo melodico sulla tradizione verace. È un’operazione simpatia che ricorda quei gadget di plastica che trovi negli autogrill: fanno un rumore d’inferno, divertono per tre secondi e poi finiscono nel cruscotto a prendere polvere. Ma intanto il contatore degli streaming gira frenetico, perché i nostri 228 partner pubblicitari di fiducia hanno deciso che, se non balli come Sal Da Vinci, sei fuori dal mondo.

PUBBLICITA’

Aneddoticamente parlando, fa sorridere che i critici — quelli con la pipa e il maglione a collo alto — non l’abbiano visto arrivare. Ma come potevano? Erano impegnati a cercare la struttura del brano mentre Sal stava già officiando matrimoni immaginari all’Eurovision. La verità è che Sal Da Vinci è il punto di rottura finale. Se negli anni Novanta Pippo Baudo gli sbatteva le porte in faccia, oggi Carlo Conti gli stende il tappeto rosso perché ha capito che la Generazione Z non cerca la poesia, ma il meme virale. “Rossetto e caffè” non era una canzone, era un virus, e “Per sempre sì” ne è la variante più aggressiva: quella che ti costringe a fare il passo della fede insieme a Mahmood e Del Piero in un tripudio di kitsch che avrebbe fatto impallidire persino Mario Merola.

Abbiamo assistito alla sceneggiata 2.0, dove il dolore ancestrale della Napoli dei vicoli è stato sostituito dal sorriso smagliante di chi sa che la propria scelta conta solo se viene accettata dai cookie di profilazione. La canzone napoletana, quella che faceva piangere il mondo con una chitarra, è finita in un angolo, masticata e sputata da un sistema che preferisce il “qua qua” di un paperino neomelodico alla complessità dell’anima. Sal dice di voler officiare nozze all’Eurovision. È coerente: dopo aver sposato il populismo discografico, può tranquillamente unire in matrimonio l’intero continente sotto il segno della mediocrità più festosa.

Siamo passati da “Torna a Surriento” a “Torna a TikTok”. E mentre il vincitore mostra la fede e incassa ovazioni inarrestabili, noi restiamo qui a chiederci quando abbiamo smesso di ascoltare la musica per iniziare a guardare i numeri. Buona lettura e, soprattutto, buon “ballo del qua qua” a tutti, perché in questo Sanremo 2026 la dignità della grande scuola partenopea è affogata in un mare di rossetto, caffè e pollici alzati. Per sempre sì. O forse per sempre no, ma i partner pubblicitari dicono che dobbiamo accettare le impostazioni e sorridere.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.