I valori autentici di una civiltà autentica
I valori autentici di una civiltà autentica
Le contraddizioni della connotazione “occidentale”e delle presunte radici giudaico-cristiane della civiltà

Ciò che intendiamo per civiltà occidentale ha in realtà la sua origine nel mediterraneo centro-orientale, fra lo Ionio, l’Egeo e il Tirreno. Il suo composito sostrato etnico e culturale si è progressivamente arricchito e omogeneizzato attraverso un processo di inclusione e contrapposizione di fronte a nuove ondate migratorie, del quale dà conto l’evoluzione semantica del termine bárbaros. Barbaro, straniero, uno che parla con accento diverso o una lingua diversa; dal “non-greco” delle origini al “rozzo” “incivile” come lo intendiamo noi delle tribù germaniche e delle popolazioni al di là dell’Eufrate. Questo è il punto di arrivo e di assestamento della civiltà ellenistico romana celebrata attraverso i secoli, da Orazio a Rutilio Namaziano, che corrisponde politicamente all’impero romano. Accentramento politico, organizzativo, giuridico, linguistico, monetario in un mosaico di tradizioni, parlate locali, abitudini alimentari, credenze religiose distinte ma compenetrate fra di loro. Unità nella diversità e il paradosso di una città, Roma, che coincide con un intero mondo, quello della civitas romana. Le peculiarità dei popoli iberici o della Gallia, l’eredità etrusca e italica, il perdurante ricordo dell’Egitto faraonico, le piccole patrie della Grecia convivono tranquillamente come Mitra convive con Ares e con Marte, Demetra con Cerere e Astarte con Afrodite-Venere. Ma nessun dio ne esclude altri, tutti sono accolti nel Panteon e per le menti più illuminate la moltitudine degli dei è solo un modo per riferirsi con nomi diversi al divino che è nella natura.
Fra i popoli che nel corso del tempo confluirono nel crogiolo della civiltà mediterranea gli ebrei si distinsero per la difesa della propria legge che culminò in rivolte – le tre guerre giudaiche – finite col loro sradicamento e la diaspora. E fu proprio all’interno della diaspora che si insinuò quella setta di origine ebraica, i seguaci di Cristo, caratterizzata da un fanatico bisogno di testimoniare la propria fede, da proselitismo, anarchismo e apertura verso i barbari: nemici del genere umano, così li considerava Tacito, perché portatori di una visione del mondo e dell’esistenza incompatibili con la civiltà. Come un’infezione resistente ad ogni tentativo di debellarla le comunità cristiane dopo avere nel corso dei secoli costruito un’organizzazione gerarchica all’interno dello Stato finirono per distruggere dalle fondamenta l’impianto della civiltà antica: scuole, musei, pinacoteche, templi. La distruzione delle biblioteche, non solo quella di Alessandria, la mutilazione delle statue, l’assassinio di Ipazia, simbolo di un sapere terreno ritenuto blasfemo, la fuga di filosofi e scienziati verso la Persia e infine l’eccezionale significato simbolico della distruzione dei libri sibillini segnarono il tramonto della storia millenaria di Roma e l’inizio di un progressivo imbarbarimento caratterizzato dal monopolio culturale della Chiesa, dal generalizzato analfabetismo, dal diaframma fra oriente e occidente e dallo spostamento dell’asse dell’Europa verso nord. La civiltà mediterranea cessa di esistere anche sotto il profilo geografico.

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Certo il cristianesimo non aveva un’unica anima: se il 356 muore l’anacoreta Antonio il 354 nasce il professore Agostino. Santi l’uno e l’altro ma due visioni opposte della fede e due atteggiamenti inconciliabili di fronte al sapere, strumento del demonio per il primo ma strada maestra per la salvezza per il secondo. Un dualismo che segna la storia non solo religiosa ma anche politica dell’Europa barbarica, nel cui seno continua a germogliare il seme dell’antica civiltà, preservato e rinvigorito dal ricordo dell’Impero che per quanto deformato sopravvive e continua ad affascinare e intimorire.
La “civiltà occidentale” quindi sboccia dal seno della Chiesa che aveva voluto distruggerla e rimane segnata da questa contraddizione. L’arte, la letteratura, la scienza, la filosofia si riallacciano direttamente al mondo antico rinnegando canoni e pregiudizi della cultura barbarico-cristiana: il restauro del latino classico modella la struttura morfosintattica delle lingue romanze, i filosofi ripuliscono Aristotele e Platone dalle scorie medioevali, gli scienziati, da Copernico a Galilei, riannodano il filo spezzato della speculazione teorica e della ricerca sperimentale e i medici riprendono a esplorare le viscere del corpo umano. Ma niente è più come prima e se la barbarie cristiano-germanica intenzionalmente o no aveva custodito le reliquie del passato la Rinascita continuava ad alimentarsi di quella barbarie.
Non c’è traccia di intolleranza, di pensiero unico, di imperialismo, di razzismo nella cultura classica, come non c’è traccia di manicheismo; mancano del tutto il concetto di peccato, l’ossessione del male e la demonizzazione dell’avversario. In latino, che siano adversarius, inimicus, hostis, quello che si ha di fronte viene combattuto perché percepito come un ostacolo o come una minaccia ma non perché è “cattivo” o moralmente riprovevole. Al contrario, la grandezza del nemico – dico per esempio Annibale – rende più grande chi l’ha sconfitto.
E non c’è traccia nel mondo antico della presunta superiorità dell’uomo bianco, che è la vera cifra della versione moderna della civiltà occidentale.
Insomma andiamoci piano col rivendicare i valori di cui saremmo portatori e non scadiamo nel ridicolo millantando le radici giudaico-cristiane della civiltà: la civiltà ha poco a che fare con la religione e nulla col monoteismo. La civiltà bizantina, quella araba, la nostra non sono figlie del Libro ma di quel che hanno saputo far rivivere del mondo “pagano”; e non si dimentichi che una civiltà chiusa in se stessa e oppositiva non è una civiltà autentica. La civiltà è universale o non è.
Nel momento in cui si caccia un professore dall’università, si rinnegano gemellaggi, si impedisce di tenere un corso su un grande scrittore, si rescinde il contratto con un direttore d’orchestra, si fanno sparire libri dagli scaffali si riaffaccia la barbarie e calano le tenebre. Ma già l’aver imbastito il processo di Norimberga come il trattamento riservato a Saddam Hussein, a Gheddafi, a Milosevic o, prima di loro a Mussolini, che quando vennero assassinati non rappresentavano alcun pericolo reale, non erano giustificati come vendetta del vincitore: erano un auto da fe, la pubblica condanna del male sul quale il bene aveva trionfato, l’esorcismo per cacciare il demonio dal mondo; i reprobi dovevano essere eliminati in nome della giustizia divina. Il concetto stesso di criminale di guerra appiccicato all’avversario è segno di una ricorrente barbarie: la guerra è di per sé un crimine e lo sapevano bene gli antichi con i loro riti di espiazione dopo una vittoria. Questo è il senso dell’humanitas: il rifiuto del disordine e dell’anomia, il riconoscimento della anomalia dell’odio e della necessità di un ritorno al nòmos, al rispetto per la vita e per l’altro, alla riappacificazione col sacro, comunque esso venga concepito.
Questi sì che sono valori che non si risolvono nella retorica e nella chiacchiera ma orientano le coscienze e il commune sentire. Valori che l’Occidente ha smarrito o non ha mai posseduto.
A proposito di barbarie
Le manifestazioni pro Pal sono state il miglior regalo che si potesse fare a Tel Aviv. Se, infatti, i palestinesi e la loro causa vengono identificati con l’ottusa violenza dei centri sociali e dei collettivi studenteschi si finisce per guardare con benevolenza ai carri armati israeliani. Ma non è questo il popolo che va in piazza perché con tutto l’orrore che si può provare per quello che accade nella striscia di Gaza l’autentica e giustificata rabbia collettiva si scatena quando la collettività si sente in pericolo. Altrimenti è solo un’insulsa processione o un pretesto per dare libero sfogo ai propri istinti primordiali non sublimati.
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