I RACCONTI NOIR DI SERLINGIO

I RACCONTI NOIR DI SERLINGIO

PREFAZIONE
Queste vicende appartengono a un lontano Medioevo. Oggi nulla di simile accade più: nessun potente si aggrappa al potere per paura di essere scoperto, nessun regnante si circonda di cortigiani e nessuno minaccia chi osa criticare. Sono storie d’altri tempi, che per fortuna non ci riguardano più.

“Il Drago dei Venti” – Cronache oscure dal Regno di Vadaria

Nel cuore del Regno di Vadaria, affacciato sul Mare dei Sussurri, il futuro era sospeso come un’ascia sopra il collo di un condannato. Il Consiglio Reale non sapeva che farsene del Drago dei Venti, una colossale nave-alambicco proveniente dalle lontane Amerighe, capace di trasformare il Fuoco Liquido in energia per le città. Doveva giungere a Vadar, l’antico porto del regno, ma qualcosa — o qualcuno — la teneva alla larga.

Tutto era cominciato tre inverni prima, quando il Reame delle Toscarie, stanco del Drago ancorato nei suoi fiordi, aveva inviato un messaggio inciso su pergamena rossa:
“Tre anni e non un giorno di più. Il Drago dovrà andarsene.”

I Custodi del Mare, che governavano la Vadaria in assenza del vecchio sovrano, accolsero la notizia con silenzi strategici e occhi sfuggenti. Il Gran Cancelliere Buccius, successore del discusso Duca Totis, si espresse solo dopo lunghi concili e proteste di piazza:
“Non sarà Vadar la nuova dimora del Drago.”

Ma la verità è che, un tempo, il Drago dei Venti era stato accolto con entusiasmo. I pergameni del Consiglio dell’Est rivelano che i notabili, compresi alcuni scribi del Partito della Concordia (ora ferventi oppositori), non esclusero affatto l’idea. Si parlava di “adattamenti da valutare”, “dialoghi col popolo”, “possibili modifiche”. Addirittura, in certe locande si mormorava che il Drago, se ben ammaestrato, avrebbe potuto portare ricchezza e gloria.

Poi venne la Rivolta Verde, condotta dai Monaci del Silenzio e dalle Gilde dell’Aria Pulita. A Quilionis, città vicina al porto, si tenne un conclave pubblico dove il nuovo capo della Concordia, con voce finalmente ferma, pronunciò un rifiuto solenne.
Ma era troppo tardi.

Oggi, il Drago è fermo nella baia di Piombium, ma il tempo scorre. Le stanze del Castello di Pietrargento sono mute, le udienze sospese, le carte ferme sui tavoli. Nessun rifiuto ufficiale è stato inciso nei registri imperiali. Il Drago non è desiderato, ma nemmeno bandito.

Nel frattempo, dal porto di Meridiana giungono notizie preoccupanti: ogni settimana, un veliero delle Amerighe attracca con nuove ampolle di Fuoco Liquido. L’Impero ne brama sempre di più. Eppure, nessuno sa dove custodire quel potere.

Così, nel silenzio, il Drago dei Venti continua a fluttuare come uno spettro tra i regni, figlio di trattative interrotte, promesse ambigue e sovrani indecisi. I cortigiani parlano sottovoce, i messi si scambiano lettere cifrate, e i cittadini attendono il verdetto come si attende un’invasione: con il fiato corto e la lanterna accesa.

Perché in Vadaria, quando nessuno comanda davvero, il pericolo più grande non è il Drago.
È il vuoto nel quale può posarsi.

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LA VARIANTE

Si racconta che in un tempo remoto — quando i feudi si spartivano le terre e le cronache venivano vergate su pergamene, anziché su comunicati stampa — gli uomini di potere tramassero in segreto, promettendo meraviglie e costruendo inganni.
Naturalmente, si tratta di favole.
Oggi, in un’epoca di trasparenza assoluta e cuori puri, simili intrighi non avrebbero più dimora.
Oggi ogni editto è chiaro come il cristallo, ogni mappa è sincera, ogni promessa mantiene ciò che giura.

Ma se volete udire una di queste antiche leggende — di quando la calce ricopriva i fossati e le chiavi dell’oro cambiavano troppe mani — accomodatevi.
E ricordate: è solo un racconto del passato.

La città non trovava riposo da molte lune.
Dalle feritoie del Palazzo Maggiore filtrava un lume incerto, simile all’ultimo barlume di un sogno che nessuno osava più confessare.

Il Borgomastro sedeva al tavolo di quercia, circondato da pergamene lise, mappe dei moli, rotoli di editti anneriti dal tempo. Ma la vera mappa che cercava non era fatta di confini e simboli. Era un sentiero invisibile, disseminato di trabocchetti, giuramenti infranti e silenzi comprati a peso d’oro.

Si mormorava che tutto fosse cominciato con un grande disegno di rinascita. Un piano sorto fra le pieghe di un proclama solenne: ridare dignità a un borgo che si era consumato nella ruggine e nella fame.
Quattro erano i pilastri, così li chiamavano: il Mare, il Sapere, le Corporazioni e i Nuovi Quartieri. Quattro chiavi per aprire altrettante porte. Ma una di quelle porte era rimasta socchiusa, e nessuno aveva il coraggio di sbirciare oltre.

Lo chiamavano Il Tessitore.
Un uomo senza volto che muoveva i fili dei contratti e dei lasciti come tele pregiate da filare e recidere.
Si diceva che fosse stato veduto fra le impalcature dell’antica Zecca, con un codice rilegato in cuoio scuro stretto al petto.
Altri sostenevano che fosse soltanto un’ombra inventata per giustificare le lentezze, o le casse vuote.

— Non basta un editto per mutare il destino di un’intera comunità — mormorò il Borgomastro, passandosi una mano sulla barba cresciuta.

Fu allora che il corno del messaggero ruppe il silenzio della notte.
Un araldo avvolto in un mantello chiazzato di pioggia depose un astuccio di pergamena sul tavolo.
Sul sigillo, un emblema che nessuno riconobbe.

Con dita esitanti, il Borgomastro sciolse il laccio.
All’interno, una sola frase vergata con mano ferma:

“Gli effetti delle trasformazioni divorano la terra più d’ogni invasore.”

Per un istante, la stanza parve stringersi intorno a lui.
Era un monito.
O forse una condanna.

Sulla carta, il disegno appariva grandioso: giardini d’inverno, mercati coperti, strade lastricate di pietra nuova.
Ma sotto le pergamene si agitava un fiume torbido, fatto di patti giurati sottovoce e doni passati di mano in mano, lontano da ogni cronaca.

La chiamavano la Variante.
Un nome che sapeva di alchimia e di prove crudeli.
Un lessico da consiglio segreto, dove ogni voto aveva un prezzo.

Nelle gallerie del Palazzo Maggiore si narrava di uno scritto perduto, un codice nel quale era tracciato quanto terreno sarebbe stato sottratto al popolo, quante dimore abbattute, quanti fossati coperti di pietra e calce.
Ma nessuno osava chiederlo.
O, più spesso, nessuno aveva cuore di sapere.

C’erano contrade intere — orti, piazze, botteghe — in attesa di un destino deciso da pochi notai e mercanti.
E poi c’era l’Uomo dal Mantello Chiaro, che ogni notte attraversava i selciati umidi con il medesimo codice di cuoio, le cui pagine narravano la verità che nessuno voleva udire.

Quando il Borgomastro rincasò, trovò una tavoletta di legno appoggiata all’uscio.
Sotto la cera, incisa a fuoco, un’unica frase:

“Non fidarti di ciò che mostrano gli arazzi.”

Chiuse gli occhi, sforzandosi di ricordare com’era quel borgo, prima che diventasse un dedalo di promesse e di minacce.

— Fra le lodi di rinascita e l’odore della calce — mormorò, — la verità non fu mai bianca né nera.

Era grigia.
Grigia come la polvere che, piano piano, ricopriva ogni cosa.

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La saga della Gilda dei Trasportatori e delle Stalle d’Argento

Il Consiglio della Rocca e il dono avvelenato

Nel regno di Savonaria, governato dal Sire Coram, si è riunito il Consiglio della Rocca per deliberare su una questione spinosa come la barba del Mago Cozzus: l’affidamento delle stalle d’argento — ovvero i parcheggi per i destrieri di ferro — alla potente Gilda dei Trasportatori «Trattasi di atto nobile e lungimirante», ha proclamato il Gran Ciambellano della Mobilità, sventolando un rotolo di pergamena. «Così integreremo le carrozze pubbliche con le stalle, rendendo il cammino del popolo più sostenibile!»

Ma dalle panche dell’opposizione si è levato un mugghio di disappunto. Un consigliere, armato di calamaio e sarcasmo, ha colpito al cuore della proposta:
«Vogliamo dunque regalare le stalle della nostra città a una Gilda che opera anche nei feudi di Andorà, Caireggia e Albincastro? Così i nostri dazi finiranno nei forzieri altrui! O tutta la contea partecipa, o si fa solo il bene dei vicini!»

A rincarare la dose la dama consigliera, con tono filosofico e mantello svolazzante:
«È un matrimonio contro natura! Come può la stalla convivere con la carrozza pubblica, se il nostro stesso regno dichiara guerra ai destrieri privati?»

 L’oro che non c’è, e i piani disegnati sull’aria

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Il  consigliere contabile  ha poi tuonato:
«Si parte dalla fine! Non c’è Piano Urbano della Mobilità, né disegno chiaro per le future piazze pedonali, né decreto firmato da un notaio del Regno! Stiamo spendendo ventitré milioni di fiorini per un piano ancora non benedetto da nessuna autorità superiore! È come costruire il ponte prima di sapere dove passa il fiume!»

Non meno tagliente l’intervento di un altro  consigliere che ha preso le tavole comparative del Gran Ciambellano e le ha ridotte a coriandoli:
«State confrontando taverne che vendono solo idromele con quelle che gestiscono pure cavalli, stalle e trasporti. Così falsate tutto: e i nostri ricavi evaporano come nebbia all’alba.»

Filosofia, caos e carovane improvvisate

Il popolo della Rocca, intanto, guarda con occhi sempre più stanchi. Già si sussurra nei mercati: “Dopo il caos dei rifiuti e delle gerle porta-a-porta, ora ci toccheranno anche le stalle maledette?”. Una rivoluzione che si annuncia epocale ma che, come spesso accade in Savonaria, rischia di essere figlia dell’improvvisazione più che della strategia.

Nel frattempo, il Sire e i suoi fidati alfieri sembrano intenzionati a proseguire la marcia. Ma nella Rocca resta sospesa la domanda del giorno, scandita a voce alta da un giovane scudiero dell’opposizione:

“Come può un regno che vuole eliminare i destrieri… voler investire su dove farli riposare?”

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L’irascibile senza protettore

Storia di un regnante che, orfano del suo consigliere nell’ombra, si consumò nell’ira e nel sospetto mentre il popolo riscopriva il coraggio di alzare la voce.

In un paese disteso tra le pieghe dei monti e il respiro del mare, il popolo, rassegnato e pavido, aveva eletto l’ennesimo regnante con un plebiscito tanto scontato quanto inutile. Tutti sapevano che, dietro la parvenza di un potere legittimo, la vera mano che stringeva le redini era un’altra. Da più di mezzo secolo, infatti, un uomo – che non portava corona né vessilli – decideva i destini di quelle contrade. Il nuovo regnante era solo il suo vassallo più fedele, un fantoccio vestito d’ermellino.

E così, anno dopo anno, nulla cambiava. Che si proclamassero nuove leggi, si celebrassero nuovi trionfi o si spargessero monete nelle piazze, il potere restava sempre chiuso nella stessa mano invisibile.

Un giorno, però, accadde ciò che nessuno aveva previsto: chi aveva in mano le redini del paese morì, dicono per mano del destino. La notizia corse veloce come un corvo impazzito, e tutto il paese trattenne il respiro.

Il regnante, senza più la voce che gli sussurrava consigli nell’ombra, si scoprì piccolo e nudo. Cominciò a vacillare. L’ira si fece sua compagna e il sospetto il suo unico consigliere. Divenne nervoso, irascibile, incapace di governare persino se stesso.

In quegli anni oscuri, un solo uomo ebbe il coraggio di sfidare l’ordine costituito. Si trattava di un vecchio saggio che viveva in un convento di pietra sulle colline, circondato dai suoi discepoli. Da decenni predicava la dignità e la giustizia, ma le sue parole, come frecce spuntate, si erano sempre infrante contro le mura del potere.

Eppure, ora che la Signoria dell’Ombra era crollata, i semi gettati dal saggio attecchirono nel cuore della gente. Il numero dei suoi discepoli crebbe, e le sue prediche, riportate da cronache e fogli volanti, iniziarono a incrinare la maschera del regnante.

Ferito nell’orgoglio e accecato dall’ansia, costui reagì con violenza. Minacciava denunce e condanne, spediva messaggeri nella notte a recapitare oscure lettere di intimidazione. I più deboli si spaventarono e piegarono la testa. Ma i più coraggiosi continuarono a scrivere, denunciare, parlare.

Così, per lunghi anni, si combatté una battaglia senza spade né catapulte, fatta di accuse, satire e proclami. Il potere, svelato nella sua nudità, si fece ancora più feroce. Ma in quel paese stretto tra i monti e il mare, molti cominciarono a credere che nessun regnante potesse durare in eterno, se il popolo imparava a non avere più paura.

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L’odore dei mastelli

Si racconta che questa sia solo una vecchia fiaba, buona per far ridere i bambini o spaventare i forestieri.
Un racconto d’altri tempi, quando le città si seppellivano sotto sacchi gonfi di mistero e i Signori del Consiglio brandivano decreti come bacchette magiche.

Naturalmente, oggi non accadono più certe cose.
Oggi tutto funziona alla perfezione: le chiavi aprono sempre le serrature, i mastelli compaiono e scompaiono secondo logica, e le discariche si trasformano in giardini fioriti con un semplice schiocco di dita.
O almeno, così giurano i banditori che percorrono le vie al mattino.

Ma se volete ascoltare un racconto di quando la puzza era più potente di ogni stregoneria e le regole cambiavano a ogni luna, avvicinatevi.
E ricordate: è solo una fiaba d’estate.

C’era una volta una città che non conosceva più il profumo dell’aria pulita.
Si raccontava che un sortilegio fosse sceso su quelle strade, trasformando ogni vicolo in un regno di cartacce e sacchi gonfi.

Nessuno sapeva più dire quando fosse cominciato.
Forse un giorno lontano, quando gli uomini chiusero la vecchia discarica, un’enorme ferita di terra dove gettavano i resti delle loro colpe.
Oppure quando la Compagnia degli Spazzini, un tempo orgogliosa, fu lasciata seccare al sole come una pianta dimenticata, fino a sbriciolarsi nella polvere del fallimento.

Non tutti coloro che l’avevano ridotta così pagarono pegno: alcuni svanirono come topi all’alba, con le tasche gonfie di promesse e i nomi intatti, belli lucidi sulle pergamene ufficiali.
Altri si nascosero in stanze nuove, dove bastava cambiare stemma sul mantello per ricominciare da capo.

Poi vennero quelli che promettevano salvezza.
Parlavano di rinascita e di ordine, con i loro decreti scolpiti su tavole splendenti e i sorrisi smaltati come le stoviglie delle grandi occasioni.
Per un po’, la città volle crederci.
Ma la magia, si sa, attecchisce solo dove c’è onestà di cuore.

E così, quando tutto parve pronto, cominciò la danza dei mastelli.
Ogni settimana un incantesimo diverso:
“Prendete i mastelli!”
“Restituite i mastelli!”
“Ecco i bidoni con la serratura!”

Pareva che i Signori passassero le notti a inventare nuove regole, con la stessa fantasia di un menestrello ubriaco.

E intanto, nei cortili e sotto le finestre, si radunavano le orde di sacchi puzzolenti, le mosche nere come sentinelle e i gatti in cerca di preda.
C’era chi diceva che fosse solo confusione.
Altri, che dietro quel labirinto di ordini e contrordini si celasse un disegno più profondo: un patto oscuro per confondere i cuori e piegare la città al silenzio.

Perché un caos così perfetto non nasce mai per caso.

Quando la puzza diventò più fitta dell’aria stessa, i Signori parlarono di sabotaggio.
Come se i cittadini, stremati e umiliati, si fossero svegliati all’alba decisi a spargere rifiuti per il gusto di tormentare chi già li tormentava.

E così la città si abituò.
Si imparò a respirare con cautela, a camminare guardando in basso, a distinguere l’odore dei mastelli come un oracolo di sventura.

Nelle notti di luglio, quando le luci si spegnevano e il tanfo saliva fino alle stelle, una domanda restava sospesa sopra i tetti:

Che maledizione era mai questa?

E un’altra, più sussurrata, percorreva i vicoli come un vento:

E se fosse tutto calcolato?

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Il Paese dove l’Ombra comanda

Prologo

Si racconta che, in un’epoca remota, vi fosse un piccolo reame rannicchiato tra le colline e il mare, dove i mercati odoravano di spezie e le campane scandivano il tempo con una regolarità rassicurante.
Naturalmente, si tratta di cronache antiche, quando i sovrani regnavano per decenni e i loro sorrisi sopravvivevano ai mutamenti di stagione.
Oggi, in tempi illuminati e trasparenti, nessun uomo di potere oserebbe più tramare nell’ombra.
Oggi nessun reggente si farebbe scudo di editti solenni per tessere patti nascosti, nessun Consiglio accoglierebbe con inchini un volto che riappare a ogni cambio di vessillo.
O almeno, così giurano i banditori di corte.

Ma se desiderate udire una di queste storie — di quando le maschere sorridevano anche dopo la morte e i patti si scrivevano con sangue e vernice — accomodatevi.
E ricordate: è solo una favola del passato.

C’era una volta, tanti secoli fa, un piccolo regno affacciato sul mare e nascosto tra le colline. Un luogo apparentemente come tanti, dove le giornate scorrevano lente, tra le campane della torre e il mercato. Ma sotto la superficie quieta, tra pietre antiche e pergameni consumati, si agitava qualcosa di oscuro: un’Ombra.

Nessuno sapeva dire con certezza quando fossero cominciate le disgrazie nel reame.
Alcuni le facevano risalire a epoche lontane, altri puntavano il dito contro certe famose lottizzazioni nate all’improvviso, come funghi dopo la pioggia.
Ma una cosa era chiara a tutti: da almeno quarant’anni, a reggere le sorti di quel borgo adagiato tra le colline e il mare, vi era sempre lo stesso volto.

O meglio: lo stesso sorriso.

Governava per dieci inverni, poi, secondo le antiche leggi del regno, cedeva formalmente lo scettro a un suo fidato cavaliere.
Ma non spariva mai del tutto.
Puntuale, lo si scorgeva in fondo alla Sala del Consiglio, silenzioso, come un’ombra tra le torce.
Non proferiva parola, ma la sola sua presenza bastava a ricordare a tutti chi fosse il vero sovrano.
Trascorso il tempo prescritto, tornava.
Nuove promesse, nuovi vessilli.
Ma la musica restava la stessa: un valzer lento e ipnotico in cui cambiavano i danzatori, mai il maestro d’arme.

Tutto appariva legittimo. Qualche inciampo qua e là.
Ma in superficie, profondamente conforme alla Carta del Regno.
O almeno così pareva.

Nel frattempo, le voci correvano come vento tra le mura.
Sussurri antichi e nuovi, mai confermati, mai del tutto sopiti.
C’era chi diceva che il sovrano non regnasse davvero.
Che fosse solo un volto di cera, una maschera ben pettinata.
Secondo alcuni, aveva stretto un patto oscuro, non con un uomo, ma con una forza antica, sepolta nel cuore stesso del borgo.
Invisibile, ma onnipresente.
Parlava nei mercati, si muoveva tra le impalcature dei costruttori, lasciava segni oscuri sui muri.
Scritture notturne, vergate con vernice nera e sangue di gallo.

Erano rune.
O forse follia.

Col passare delle stagioni, qualcuno iniziò a farsi domande.
Giovani scudieri, sapienti di corte, parlavano di giustizia, rinnovamento, custodia della terra.
Chiedevano conto di appalti, di mappe alterate, di monete scomparse.
Ma nulla mutava.
Il regno restava immobile.
E silente.

Vi era però chi osservava.
Non era cavaliere né scriba.
Solo un uomo dai molti silenzi.
Conosceva le ombre della gente, sapeva che nel borgo nessuno diceva mai tutto.
E chi parlava troppo, spesso lo faceva per confondere.

Durante le sue ricerche, ritrovò pergameni scomparsi, miniature di costruzioni mai annunciate, carte geografiche con sentieri cancellati.
E un messaggio, su un foglio ingiallito, scritto a mano con inchiostro rosso:

“Se questo regno vive, è perché le sue radici marciscono.
Se qualcuno taglia le radici, cade l’albero.
Ma anche chi taglia, cade con esso.”

Non disse nulla a nessuno.
Offrì il tutto agli uomini di legge, i Custodi del Sigillo.

Nel frattempo, il popolo elesse l’ennesimo regnante, con il solito plebiscito.
Sempre sotto l’ala dell’antico sorriso.

Poche lune dopo, un grande lutto colpì il borgo: colui che aveva tenuto le redini del potere per decenni morì, dicono, per mano del destino.
Il nuovo re, con volto afflitto, onorò il suo mentore: lutto di corte, vessilli abbassati, campane a morto.

Si susseguirono altri fatti luttuosi.
Tutti caduti in eventi dichiarati “accidentali”.

Oggi, sul regno è calato un silenzio innaturale.
L’aria è greve, i camini non fumano più come prima.
La gente si affretta, gli usci si chiudono prima che cali il sole.

E nelle notti senza luna, sulle mura scrostate della vecchia accademia, riappare la scritta:

“L’Ombra non muore. Cambia forma.”

Queste sono  opere di fantasia. Ogni riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Chi è Serlingio

Serlingio scrive noir perché ormai non serve più.
Le trame oscure, le alleanze sottobanco, i compromessi che puzzano di potere marcio? Roba da altri tempi. Oggi, come tutti sanno, viviamo nell’era della trasparenza, dell’onestà e delle istituzioni immacolate.

Eppure, tra una cronaca distratta e un comunicato trionfale, Serlingio continua a raccontare storie storte, ambientate in città dove i vicoli puzzano ancora di accordi non detti e le stanze dei bottoni hanno doppie serrature.

Nessun detective eroe, nessuna verità salvifica: solo un mondo dove la giustizia si traveste, spesso male, e la realtà supera il romanzo. Ma è solo fiction, sia chiaro. O almeno così ci raccontano.

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