I RACCONTI DI AVVENTURE di Franco Ivaldo

 
I RACCONTI DI AVVENTURE
di Franco Ivaldo
L’odissea di Leon Pancaldo

 

 I misteri della Storia

Franco Ivaldo

 NEL DIARIO SEGRETO DEL; NOCCHIERO  SAVONESE, LEON PANCALDO, TUTTI I RETROSCENA DELLA MORTE DEL GRANDE NAVIGATORE; PORTOGHESE, FERDINANDO MAGELLANO. PERCHE’ IL RESOCONTO DI ANTONIO PIGAFETTA SULLA CIRCUMNAVIGAZIONE DEL GLOBO VENNE CENSURATO ALLA CORTE DI CARLO V ?

  L’odissea  di Leon Pancaldo

  ROMANZO    

SINOPSI 

Ulisse (Odisseus), re di Itaca, dell’ “Odissea” di Omero era un personaggio mitologico, scaturito da ataviche leggende dell’antica Grecia.

Il protagonista di questo romanzo, Leon Pancaldo, invece, è un personaggio storico savonese, un navigatore del XVI secolo, che partecipò, come nocchiero, alla spedizione di Ferdinando Magellano sulla caravella ammiraglia, la “Trinidad”, alla ricerca di un passaggio che portasse, da Ovest, verso le Isole delle Spezie, verso il Catai ed il Cipango, quelle terre già descritte da Marco Polo, nel Livre des merveilles (“Il Milione”). Cristoforo Colombo, aveva creduto di averle raggiunte, senza forse rendersi conto -almeno in un primo tempo – di aver scoperto un Nuovo Mondo. Furono quattro le spedizioni del grande genovese. Ma quando, in Europa, vi fu la consapevolezza che la via marittima per l’Estremo Oriente non era stata scoperta, i potenti della terra si affrettarono a predisporre le spedizioni dei Caboto, di Amerigo Vespucci, di Pinzon, di Alfonso de Hojeda.  Gli spagnoli, giunti a Panama, compresero che effettivamente doveva esservi un paso tra i due oceani  dato che gli oceani erano due ( la scoperta dell’Oceano Pacifico da parte di Nunez de Balboa). Si comprende, quindi, la decisione di Carlo V di finanziare l’impresa di Magellano, volta a scoprire il passaggio tra i due Oceani. Impresa osteggiata dal re del Portogallo, Manuel, il quale non aveva dato ascolto a Ferdinando Magellano,  salvo poi pentirsene, quando il grande navigatore si pose al servizio della Spagna, sottoponendo i suoi progetti a Carlo V che li accettò, fornendogli cinque caravelle. 

Magellano è un personaggio omerico; la sua vita fu una vera e propria odissea. A metà del viaggio, quando lo Stretto, el paso,  era stato finalmente scoperto ed una parte dell’Oceano Pacifico attraversata, venne ucciso nell’isola di Mactan. Si disse dai selvaggi con i quali aveva ingaggiato battaglia. Da quel momento, le rimanenti navi che avevano a bordo i sopravvissuti della spedizione si separarono.  Pancaldo rimase a bordo della “Trinidad”, mentre quelli della “Victoria” tentarono, riuscendovi, la circumnavigazione del globo. Giunsero a Siviglia diciotto superstiti, tra i quali il vicentino Antonio Pigafetta ed il savonese Martino de Judicibus.  Cosa accadde a Pancaldo ? Venne catturato dai portoghesi, assieme ad altri marinai della seconda nave superstite. Solo dopo tre anni, riuscì a tornare a Savona. Poi accettò un nuovo incarico, da parte di armatori spagnoli di Valencia, per rifare il viaggio che aveva già compiuto sulle navi di Magellano. Il suo viaggio  riprese dal porto di Cadice e si concluse in quella che è oggi la città di Buenos Aires. Fu il primo italiano ad arrivarvi. Vedremo in quali circostanze e come  terminò la sua vita avventurosa. Nel suo diario segreto, i misteri legati alla morte di Ferdinando Magellano.

    L’AUTORE                   

Franco Ivaldo è un giornalista professionista. E’ nato a Savona nel 1940. Ha studiato giornalismo presso l’Università di Urbino (rettore magnifico Carlo Bo), E’ stato corrispondente da Bruxelles di diversi quotidiani politici ed economici (Il Messaggero, Il Secolo XIX, Italia Oggi) e sportivi (Gazzetta dello Sport, Tuttosport, Il Corriere dello Sport). Redattore diplomatico ed inviato del quotidiano di via del Tritone ha svolto numerosi servizi nelle capitali estere. S’interessa di letteratura francese ed inglese. E’ l’autore del libro “Inchiesta sul delitto Pertinace” (F.lli Frilli Editori.Genova)

  DEDICA

All’amico e collega VITTORIO EMILIANI, storico direttore de “IL MESSAGGERO”, scrittore di chiara fama e scopritore di veri e propri talenti del giornalismo italiano che egli ha tenuto, per così dire, a battesimo, aiutandoli a trovare il loro luminoso percorso nel mondo dell’informazione. In ricordo dei bei tempi degli anni ruggenti nella redazione del quotidiano di via del Tritone.  

LA MORTE DI UN “IMMORTALE”

 Ferdinando Magellano era caduto a terra di schianto. Una freccia conficcata nell’unica gamba sana, quella destra. Lui, azzoppato e ferito in tante battaglie, era stato trafitto ancora una volta. Ma quella freccia indigena gli sarebbe stata fatale.  

 Era avvelenato il dardo, lanciato da un selvaggio, nell’isola di Mactan, nell’ arcipelago delle Filippine., affacciato sull’Oceano Pacifico. Era stato l’ammiraglio portoghese al servizio della Spagna di Carlo V,  a dargli quel nome, dopo aver scoperto lo Stretto, anch’esso ribattezzato “di Magellano.”  Un’ impresa  che,  almeno per lui, si concludeva inopinatamente in quel modo sulla spiaggia di un’isola sperduta nell’immensità oceanica, con le scialuppe e le rimanenti navi paralizzate da un’invalicabile barriera corallina e, dunque, non in grado d’intervenire in modo efficace per soccorrerlo in tempo.

  La tragedia era scaturita, almeno in apparenza, stando ai resoconti ufficiali, da un ‘ inutile esibizione di forza, contro indigeni avvantaggiati soltanto dal proprio numero e da circostanze fortuite.

Il caso , in genere, non fa bene le cose. La punta di una freccia che, per destino, colpisce qualche centimetro più a destra o a sinistra. Il difetto nella corazza di Magellano, l’orgoglio di non indietreggiare davanti alla  sfida di un selvaggio, sottovalutato per il semplice fatto che egli era munito dell’unica forza temibile a questo mondo, quella della disperazione. Non aveva archibugi, non corazze, solo frecce. Una forza occulta, non palese, la disperazione, che cova come il fuoco sotto le ceneri e non si vede. Inganna i più forti; è l’ultima arma dei deboli, forse la più temibile.

Un Magellano, dopo la  scoperta del Paso tra i due Oceani, forse pervaso da un   irrefrenabile senso di onnipotenza. Un complesso, approfondito solo in tempi moderni ma sempre esistito e non raro nei grandi condottieri; essi erano consapevoli di avere compiuto storiche missioni e, quindi, persuasi che nessuna volontà al mondo  potesse fermare le loro decisioni carismatiche.

L’ indigeno, per giunta, era davvero sull’ultima spiaggia:  difendeva disperatamente le capanne di paglia della sua gente, poi date alle fiamme; le difendeva da quegli invasori armati venuti dal mare a dare man forte al sovrano di Cebu, suo nemico. Si trattava di rivalità tribali, ma quale sia stato il ruolo dei diversi capi indigeni rimane un mistero. Tutta la vicenda che costò la vita all’ammiraglio portoghese è punteggiata da enigmi che sono rimasti tali nel corso dei secoli.

Su quella remota isola di Mactan, punto irrilevante nella distesa azzurra di quell’oceano in perenne bonaccia (salvo in alcuni periodi, quando la furia tropicale rende assai poco pacifiche quelle acque solitamente chete) si compì il destino del navigatore.     

I suoi uomini, impotenti, l’ avevano visto cadere di schianto. Al suo fianco vi era il criado, l’uomo di fiducia, Antonio  Pigafetta, anch’egli raggiunto da una freccia non munita di veleno letale, ma pur sempre in grado di procurargli una vistosa ferita. Ritirata generale sotto un nugolo di frecce e di lance. Rincorsa alle scialuppe e poi dritti sulle restanti navi. Magellano muore attorniato da indigeni urlanti che si accaniscono contro il suo corpo facendone scempio, con il volto affondato nell’acqua, dove si era abbattuto  come una statua di marmo. Irrigidito e con un’espressione di orrore e di incredulità sul viso.

Ferdinando Magellano

 Sull’ammiraglia Trinidad, un uomo cui era stato imposto di rimanere a bordo, per ogni evenienza , scrutava con una certa ansia quel gruppo di isole verso le quali si era avviata la “spedizione punitiva” dell’ammiraglio e dei suoi uomini. Era il nocchiero della caravella, Leon Pancaldo,   sbigottito e sgomento al veder sopraggiungere il resto dell’equipaggio, senza il suo comandante e decimato nei ranghi. Lui ed Antonio Pigafetta avevano  avuto  sin dall’inizio un triste presentimento: quella apparentemente facile sortita di marinai in armi, comunque improvvisata e sotto l’ incalzare di dubbie circostanze, colorata dall’orgoglio e dalla superbia del “condottiero invincibile”, sarebbe potuta finire male.

 Così, infatti, avvenne. Nelle radiose giornate dell’intrepido esploratore al sole del trionfo per gli obiettivi ormai raggiunti si era sostituita, come durante una giornata estiva turbata da un improvviso, violento, temporale, l’ombra nera della sconfitta e della morte.

“Non abbiamo neppure potuto recuperare il suo corpo!” – gli gridò da una scialuppa Pigafetta in lacrime, prima di risalire a bordo.

 “Abbiamo perso un padre, il nostro buon pastore, la nostra guida!”  Pigafetta  appariva inconsolabile. Quasi dimentico della propria ferita. Quasi un orfano.

Pancaldo era , come i compagni,  l’immagine del dolore e del rimpianto. Ma prese la cosa con maggiore fermezza, dando prova di carattere deciso. Tutti, però, sentivano che la missione grandiosa era giunta ad una svolta. Non certo favorevole.

Cassandre inascoltate, fino all’ultimo, Pigafetta e Pancaldo avevano esortato l’ammiraglio portoghese, nelle cui mani tutti avevano riposto il loro destino, a rinunciare a dare una lezione al ribelle Silapulapu. In fondo un indigeno di pochissimo conto, nel quadro generale di un’avventura di tale rilevanza: la circumnavigazione del globo, la scoperta della via d’Occidente per raggiungere le orientali Isole delle spezie.

Un avvenimento storico. Perché perdere tempo e rischiare  una battaglia con un  qualsiasi  indigeno ? Se lo erano chiesto anche gli uomini più vicini all’ammiraglio, come Duarte Barbosa e Joao Serrao.

 Ma perché mai rischiare il tutto per tutto ?

“E’ un impresa incerta, comandante – gli avevano detto – questi selvaggi sono imprevedibili e messi con le spalle al muro possono essere pericolosi.”

Ma con Magellano insistere poteva persino rivelarsi controproducente, testardo com’era, se il tiranno dei mari la pensava diversamente. Il raja di Cebu, Carlo Humaubon, con tutti i suoi guerrieri si era convertito al Cristianesimo. Più per la forma o con sottile perfidia anch’egli aveva consigliato a Magellano di rinunciare allo scontro. In realtà, poteva esservi  una trama occulta dietro gli avvenimenti che solo più tardi prenderà forma, alimentando i sospetti di una vera e propria congiura dall’alto, di un compromesso dei potenti di questo mondo che difendono poteri oligarchici, di casta, di sangue blu , di colossali privilegi.

 Carlo V aveva fatto con Magellano un patto che riteneva troppo oneroso: un quinto delle terre scoperte, titoli di governatori per i discendenti. E che altro ? Ma, in fondo, non era tenuto a rispettarlo perché tutti i rischi li aveva presi l’ammiraglio portoghese. Eppoi, Carlo  non si fidava di lui. Per questo l’aveva attorniato di capitani spagnoli, vere e proprie spie, che  si ribellarono, a San Julian, in Patagonia, e furono giustiziati, senza alcuna pietà. Carlo V seppe dell’esecuzione dei suoi capitani,  nobili appartenenti alle casate  spagnole più in vista, dagli ammutinati di una caravella  che, dopo la scoperta dello Stretto, avevano invertito la rotta ed erano tornati a Siviglia. Avevano potuto così dare la loro versione dei fatti, in assenza del più diretto interessato, Magellano, dipinto in modo naturalmente con i colori più cupi e torvi dinnanzi ad un tribunale d’inchiesta spagnolo.

 Carlo era andato su tutte le furie. Come? Quell’uomo aveva osato far giustiziare, e per giunta, secondo quanto riferito, in modo sommario, i suoi capitani ? L’avrebbe pagata di sicuro quel presuntuoso arrogante. Restava solo da decidere in che modo fargli scontare la sua superbia,  e l’inammissibile e crudele misfatto di essersi sbarazzato, con inconcepibile audacia, dei suoi nobili capitani ed hidalgos. Coloro i quali il re in persona aveva deciso dovessero essere, in qualche sorta, i suoi pari grado.

Anche un’altra persona ce l’aveva a morte con Magellano: il re portoghese  Manuel. Precedentemente,  non aveva accordato al suo suddito e soldato, i fondi richiesti per la spedizione.  Poi se ne era pentito,  dando ordine alle sue navi di aprire la caccia alle cinque caravelle spagnole partite da San Lucar de Barrameda.

Era un’epoca in cui i contorni dell’ Europa si ridisegnavano frequentemente, le alleanze si concludevano e si disfacevano, i rapporti dinastici s’incrociavano a parentele e ad eredità di colossali fortune da difendere con qualsiasi mezzo ed a discapito di chiunque si fosse opposto ai progetti segreti che s’intessevano nelle rispettive corti.

La spedizione di Magellano

 

Manuel  del Portogallo aveva finito per sposare in terze nozze, la figlia di Carlo, Leonora. I rapporti tra i due parenti erano mutati in meglio, cancellati i vecchi banali dissapori; così tra le due maggiori potenze marittime del tempo regnava di nuovo la concordia. Chi ne farà le spese ?

 In questo contesto storico-politico di calamitosi rivolgimenti , Magellano, l’idealista, il  navigatore visionario, fanaticamente cristiano, austero ed intransigente, era una semplice, insignificante pedina sullo scacchiere mondiale. Una partita a scacchi, tra re e regine (più tardi Elisabetta d’Inghilterra) ma più grande di lui. Non consapevole del suo trascurabile ruolo di esploratore di nuovi mondi, di fronte a tante teste coronate.   Si sentì  sul serio in dovere di dare una lezione al suo “nemico” Silapulapu, che non solo continuava ad adorare idoli pagani, ma non riconosceva né la sovranità di Humaubon , né quella dei conquistadores,né – peggio che mai – quella della Chiesa Cattolica?  Sembra un po’ debole, come ipotesi, riferita per giunta ad un uomo stremato da un lunghissimo viaggio non ancora completato, come sfiniti dovevano essere i suoi marinai,  ma   è quanto gli archivi di Stato spagnoli e portoghesi hanno riservato ai posteri. Prendiamo, allora, tutte le ipotesi per quello che sono.

 Da questo brodo di coltura, comunque, secondo la versione ufficiale, nacque lo strano e repentino attacco mal preparato e ancora più mal condotto; da qui il disastro: tutti quei  marinai, che avevano già tollerato sulla loro pelle  mille privazioni, fame, sete, sotto un sole implacabile, senza trovare un’ isola per suprema mala sorte in un Oceano che di isole è ricco come un cielo di stelle.   Così la tragedia era, ma solo parzialmente, compiuta. 

Lui scomparso, eccoli tutti lì, marinai e sotto comandanti, privi di una guida di una luce in piene tenebre, di un capo carismatico.

Passato il triste giorno del dolore, i comandanti, anziché levare le ancore, ebbero la malaugurata idea di fidarsi ancora dell’infido sovrano di Cebu, quel Humaubon che aveva aggiunto alla sua incerta genealogia una quasi parentela con “Carlo”, si era nominato come il suo presunto modello che regnava sulla Spagna ed il cui impero non vedeva mai tramontare il sole.

 Almeno così aveva detto, astutamente, Humaubon a Magellano entusiasta della conversione di questo “sovrano” indigeno.

 Un invito ad una cena fatale. Una trappola tesa a spagnoli ormai non più “graditi ospiti”. Vengono uccisi proditoriamente Duarte Barbosa, cognato di Magellano e Joao Serrao, fedelissimo dell’ammiraglio portoghese, assieme ad una quindicina di compagni. Stranamente, nessun portoghese si salverà. Erano partiti in venti assieme al loro ammiraglio al servizio della Spagna. Tutti considerati traditori e rinnegati da Lisbona.

Perché questo ribaltamento di scena da parte del raja di Cebu? ” Carlo” Humaubon era stato testimone della morte di Magellano, a bordo delle sue piroghe. Non era intervenuto a soccorrere i marinai ed il loro ammiraglio. Dunque, questi stranieri venuti dal mare non erano invincibili. Aveva così riflettuto, con un certo sorpreso compiacimento.  Non facevano più paura. Neppure con le loro corazze argentee e scintillanti. Non erano quegli dei immortali, dunque, non erano creature di un altro mondo. Anch’essi potevano morire!

 Eppoi, un altro motivo, riferito in una relazione dal savonese Martino de Judicibus, testimone oculare: “Feminarum stupra causam perturbationis dedisse arbitrantum”.

 Eppure, Magellano  aveva posto il divieto assoluto di portare donne indigene a bordo (“vestite solo dei loro capelli”, come riferirà pudicamente lo scrupoloso Pigafetta). Aveva cercato, l’ammiraglio, di impedire le violenze sulle donne degli ospiti indigeni, ma invano.

Le molestie si erano ripetute a Cebu? Qualche favorita di Humaubon era stata molestata dai naviganti spagnoli ?

Possibile. Comunque, per una serie di motivi , il re dell’isola di Cebu tradì, compiendo una strage dei convitati. Non si salvò nessuno dei commensali.

In tutto, una ventina.

Ma anche in questo caso, diciamocelo sottovoce, è credibile che  ufficiali e marinai, a pochi giorni dall’uccisione del loro comandante supremo, di cui non erano neppure riusciti a recuperare il corpo, dilaniato dai selvaggi , accettino  – è sempre il racconto ufficiale – l’invito a cena di un raja indigeno, il cui atteggiamento infido poteva essere facilmente intuito a chilometri di distanza; accettino, come se niente fosse accaduto, di recarsi soli soletti su un’isola, attorniati da migliaia di indios sorridenti ed apparentemente ospitali per partecipare ad un banchetto in loro onore, che ovviamente si sarebbe trasformato nella loro ultima cena? No, stentiamo a crederlo. Ma quella ventina di uomini – il più stretto entourage di Magellano venne uccisa. Questo è certo. Per gli altri, una sola prospettiva: la fuga precipitosa.

Ormai, via da Cebu! E’ la parola d’ordine che riecheggia sui ponti delle caravelle superstiti tra i marinai che per fortuna erano rimasti a bordo. Perché così era stato loro ordinato. Non erano scesi a terra, non avevano partecipato all’ultimo banchetto, quello fatale a tutti i commensali invitati. Non sapevano come erano andate realmente le cose. Non potevano saperlo e la fine degli ultimi fedelissimi di Ferdinando Magellano va ad aggiungersi all’enigma della sua stessa uccisione.

Restavano la Trinidad e la  Victoria. La  Santiago  era miseramente naufragata infrangendosi in cento pezzi sulle rocce della costa della Patagonia, la Sant’Antonio, era caduta nelle mani degli ammutinati che avevano invertito la rotta, per tornare in patria  e, sulla via del ritorno avrebbero scoperto le Isole Malvine. La “Concepciòn” , malandata e ormai senza sufficiente equipaggio, era stata data alle fiamme e colata a picco. 

Dopo la morte di  Duarte de Barbosa e di Joao Serrao, prende il comando  Juan de Carvalho.  E’ un disastro come ammiraglio improvvisato. Si comporta male a bordo. Rapisce indigene e fa il violento, si lascia andare ad atti di vera e propria pirateria: cattura giunche malesi e spoglia gli equipaggi dei loro carichi . I marinai, tutti d’accordo con i rispettivi ufficiali, decidono di pazientare per qualche tempo, prima di cambiare comandante.  Bene o male, dopo sei mesi, le caravelle approdano  a Timor. Qui si separano definitivamente. E’ il novembre dell’anno di grazia 1521. Viene deposto – su parere unanime – Carvalho.

Juan Sebastian Elcano, pur esitante e poco esperto, assume il comando della Victoria che tornerà a Siviglia l’8 settembre dell’anno di grazia 1522  con diciotto superstiti , tra i quali Antonio Pigafetta ed il savonese Martino de Judicibus.

Cosa avviene di Leon Pancaldo ? Il suo destino si legherà a quello della nave ammiraglia  Trinidad sino alla fine di quell’avventura. Ma per lui il futuro avrà in serbo altre tremende sorprese; una peggio dell’altra.

Franco Ivaldo   CONTINUA 

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