I PUPARI DEL SORTEGGIO E L’ILLUSIONE DI UNA GIORNATA DI SOLE: ANALISI GIURIDICA SUL REFERENDUM ASPETTANDO CHE CHIOVE

I PUPARI DEL SORTEGGIO E L’ILLUSIONE DI UNA GIORNATA DI SOLE:
ANALISI GIURIDICA SUL REFERENDUM ASPETTANDO CHE CHIOVE

Nel teatro dei pupi della giustizia italiana, il sipario sta per alzarsi su uno spettacolo che promette di sostituire l’elettroencefalogramma del merito con il brivido della tombola. Il referendum del 22 e 23 marzo, con la sua proposta di sorteggiare i componenti del Csm e separare le carriere come si separano i bianchi dai colorati in lavatrice, sembra scritto da sceneggiatori che hanno scambiato la Costituzione con il regolamento del Fantacalcio. I sostenitori del “No” — i nuovi pupari della conservazione — agitano lo spettro dell’indebolimento della magistratura, ignorando che l’attuale sistema delle correnti ha trasformato l’autogoverno in un mercato delle vacche.

Questa ansia di mantenere lo status quo, che pretende di difendere l’indipendenza dei giudici arroccandosi su un modello del 1988 ormai superato, si scontra con la dura realtà di un diritto penale che è diventato ostaggio delle logiche di appartenenza. I critici della riforma vorrebbero convincerci che il sorteggio sia un salto nel buio, ma dimenticano il senso profondo del testo di Pino Daniele in “Aspetta che chiove”. La delusione dei “No-Tutto” risiede nel non capire che l’aria, in questo settore, è diventata irrespirabile e che non basta sperare che il temporale passi da solo senza cambiare le regole del gioco.

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Proprio come nella canzone, si avverte quel senso di attesa immobile, dove si guarda fuori e si vede che “sta per piovere”, ma si teme che il cambiamento sia peggiore della stasi. “Aspetta che chiove, l’acqua ti lava e tutto va via”: i detrattori della riforma temono questa pulizia, descrivendola come una minaccia all’indipendenza, quando invece l’indipendenza è già stata ampiamente compromessa dalle spartizioni correntizie. Confutare le tesi del “No” significa comprendere che il sorteggio non è una “lotteria della giustizia”, ma l’unico modo per spezzare il legame clientelare tra eletto ed elettore all’interno della magistratura.

Mentre i critici paventano uno spostamento del potere verso l’esecutivo, dimenticano che l’attuale politicizzazione delle correnti è già, di fatto, una sponda per i partiti. Separare le carriere non serve a “indebolire” la difesa, ma a garantire che l’arbitro (il giudice) sia finalmente equidistante dalle parti, smettendo di condividere la mensa e la carriera con l’accusa. La tesi secondo cui la riforma favorirebbe i “pacchetti sicurezza” o i poteri della polizia è un puro sofisma: la tutela delle libertà costituzionali non dipende dalla “simpatia” professionale tra PM e Giudice, ma dalla loro netta distinzione funzionale.

La delusione dei pupari della conservazione sarà cocente quando scopriranno che i cittadini hanno capito il trucco: non è la sorte a minacciare la democrazia, ma il rifiuto di evolversi. Come recita Pino Daniele: “Guarda fuori e vedi che sta per piovere”. Ma questa volta la pioggia è necessaria per spazzare via le incrostazioni di un sistema che ha confuso l’autonomia con l’insindacabilità. Sperare che la magistratura si autoriformi senza interventi esterni è come credere che “basti un po’ di vento per mandare via il male”. La verità è che il sorteggio e la separazione delle carriere sono gli unici strumenti per ridare dignità a chi la giustizia la amministra davvero, lontano dalle logiche di potere.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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