I puntini sulle i. Sionismo, trumpismo, melonismo
L’esproprio della Palestina
Cerco di fare chiarezza e di non cadere nella trappola delle costruzioni teoriche. Per farlo ricorro ad una prospettiva personale: un mio coetaneo e compagno di scuola è nato in una famiglia ebraica e alcuni dei suoi parenti sono personaggi di spicco della nutrita comunità ebraica della mia città. Lui stesso non ha alcuna difficoltà a definirsi ebreo e come tale viene percepito. La domanda è: cosa significava per lui, come per i suoi genitori, essere ebreo? La risposta è semplice: essere circonciso, rispettare il sabato, seguire alcune regole alimentari, non dormire nello stesso letto della moglie mestruata e poco altro. Qualcuno dei suoi familiari conosce e applica il Talmud, recita le preghiere, frequenta la sinagoga e indossa la kippah ma lui se ne mostra estraneo o addirittura infastidito. E non lo sfiora neppure il sospetto di essere meno italiano o meno livornese dei suoi coetanei.
Chi ha anche solo un’infarinatura di conoscenze storiche sa che il sionismo è letteralmente l’aspirazione al ritorno a Sion, la collina di Gerusalemme, interdetta agli ebrei dai romani dopo la soffocazione definitiva delle rivolte che si erano succedute per decenni e la conseguente diaspora, che, detto per inciso, si portò dietro anche i cristiani. Un’aspirazione presente nelle preghiere quotidiane con un significato più religioso che politico, così come religioso e non nazionale rimane per secoli il sentimento identitario delle comunità ebraiche stabilitesi nelle coste del Mediterraneo e nell’Europa continentale. La “patria bella e perduta”, per dirla con l’opera verdiana, aveva una connotazione ideale, era un riferimento spirituale che non aveva niente a che vedere con un programma politico o un obbiettivo realistico. Che però comincia a prendere forma nella mente di intellettuali come Birnbaum nel clima romantico della esaltazione del principio di nazionalità.
A tentare di trasformare l’ebraismo da credo religioso, fra l’altro molto frammentato, a nazione è in origine un movimento radicale con una presa debolissima sulle comunità ebraiche saldamente integrate nella società europea nonostante il persistere del millenario antisemitismo cristiano, favorito dalla povertà materiale e culturale delle masse popolari – gli ebrei sarebbero i deicidi – e dall’invidia sociale. Nel 1896, sull’onda dell’affaire Dreyfus, esce “Der Judenstaat” del giornalista viennese Th. Herzl e il piano di un Stato ebraico comincia a prendere concretezza senza la pretesa di legittimarlo con un libro sacro e vicende vecchie di venti secoli, tant’è che per la soluzione della “questione ebraica” – id est l’antisemitismo – si ventilano ipotesi come l’acquisto di terre in Argentina o in Uganda oltre che in Palestina dove esistevano già insediamenti ebraici: “bisogna trovare un posto in cui gli ebrei possano vivere in pace”. Un impulso decisivo per la costruzione di uno Stato nella terra degli antichi ebrei ora provincia turca venne dall’esodo di due milioni di ebrei spinti fuori dalla Russia dallo zar Alessandro e diretti in gran parte negli Stati Uniti salvo qualche migliaia che prese la via della Palestina spinti dall’entusiasmo di giovani idealisti provenienti dalle università di Mosca e di altre città europee e dallo spirito imprenditoriale incoraggiato dai finanziamenti di ebrei benestanti come il barone Rothschild. Col tacito consenso della Porta e nonostante il malumore della popolazione araba, dalla fine del secolo data un continuo flusso migratorio incoraggiato dalla nascita della Legione ebraica durante la Grande Guerra, un flusso che nei decenni successivi gli inglesi tentarono inutilmente di controllare.
E chi si prende la briga di informarsi su quanto accaduto in Palestina dalla metà degli anni Trenta al secondo dopoguerra, con la nascita ufficiale dello Stato di Israele, sa qual è l’origine del terrorismo, che colpiva anche i mandatari inglesi, sa chi erano gli autori dei massacri e, per dirla con gli attuali ukrainomani di destra sinistra e centro, sa chi erano gli aggressori e gli aggrediti. Poi si può dire tutto quel che si vuole: l’antisemitismo, i pogroom, i campi di sterminio, il sistematico genocidio al quale più che i tedeschi parteciparono convintamente i cittadini dell’est, fra i quali con particolare zelo gli ucraini (più di un milione di ebrei trucidati approfittando dell’occupazione nazista).
Una cosa è certa: ciò che giustifica la nascita di uno Stato ebraico è nelle parole di Herzl, non nella Bibbia, ci mancherebbe altro, tanto meno nella storia; è nella loro emarginazione, nelle persecuzioni, e last but no least nel desiderio americano di mettere piede nel medio oriente e nel suo sottosuolo. Insomma il crimine europeo della schoah è stato fatto pagare ai palestinesi.

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Il giocatore d’azzardo
Trump non è certo una persona equilibrata ma non è uno stupido a differenza di chi l’ha preceduto e dei leader europei orfani dei dem. Si sa che una caratteristica dell’intelligenza è il il pensiero divergente, vale a dire la capacità di tener conto contemporaneamente di più variabili e di immaginare scenari diversi. In dosi estreme questo può apparire incoerenza, imprevedibilità, cinismo, doti che in coro vengono attribuite al presidente americano. Ma non sono questi i limiti dello spregiudicato tycoon: al contrario il suo limite è quello di non essere del tutto coerente col suo personaggio e di ciò che rappresenta. La sudditanza nei confronti di Netanyahu e soprattutto il suo indulgere nell’esibizione della fede religiosa inclinata verso evangelici e pentecostali – che hanno finito per metterlo in contrasto col papa – , sono esiziali l’uno quanto l’altra, per lui e, ahinoi, per il mondo intero. Da un lato pesa il potere delle lobby e della finanza ebraiche, dall’altro l’inquinamento della politica da parte della religione, alla quale gli americani sono da sempre esposti. Per questo aspetto dovrebbero prendere esempio dal pragmatismo laico dei governanti della repubblica islamica. Sentir dire dal rappresentante della “civiltà occidentale” che Dio è dalla sua parte fa tornare alla mente il “Deus lo vult” dei Crociati e i tempi cupi del fanatismo cristiano.
Detto questo le sparate di Trump e i suoi bruschi ripensamenti finiscono per essere una garanzia. Chi sperava che con lui l’imperialismo yankee sarebbe stato accantonato si illudeva: la democrazia e il rispetto della sovranità altrui non sono nelle corde della politica americana, che l’attuale presidente interpreta con brutale franchezza ma anche con un pragmatismo sconosciuto ai suoi predecessori. Lui potrebbe minacciare il ricorso all’arma nucleare (non l’ha fatto) ma si può essere certi che sarebbe solo una spacconata: uno come Truman, tanto per fare un esempio storico, nonostante il ricordo freschissimo di Hiroshima e Nagasaki pensava davvero – senza dirlo – di mettere fine con la “bomba” alla guerra di Corea.
Di Metternich o di Cavour nelle nostre lande non se ne vedono. E se quello che passa il convento sono i Macron, i Merz o gli Starmer ben venga Donald lo Spaccone. Sicuramente non merita il Nobel per la pace ma se ha tenuto bordone a Netanyahu nell’aggressione criminale all’Iran una volta preso atto di essere stato male informato sugli umori, e, mi si permetta di dire, gli attributi del popolo iraniano si è fermato lasciando scornato il suo alleato, che si è scatenato contro il Libano. E anche sul Libano, al di là dei proclami, è riuscito nell’intento di fermare il terrorismo ebraico imponendo la cessazione degli attacchi mirati sulla popolazione civile. L’Ue e la Nato cosa hanno fatto? Penosa la reazione di Meloni e Tajani agli attacchi diretti contro i nostri militari, che, detto per inciso, se le regole d’ingaggio impediscono loro di rispondere al fuoco dovrebbero prendere armi e bagagli e tornarsene a casa.
Arlecchino servo di due padroni
Ambiguità, servilismo, doppiogiochismo alla lunga non pagano e non c’è da stupirsi del metaforico ceffone mollato alla Meloni dal suo signore e padrone. La Meloni, se fosse stata fedele al mandato ricevuto, una volta arrivata a Palazzo Chigi avrebbe dovuto imprimere una sterzata di 180 gradi alla politica estera tracciata da Draghi, dettata dall’Ue e benedetta da Mattarella. L’ex banchiere indifferente o ignaro delle vicende seguite all’implosione dell’Urss, in particolare quelle della “terra di confine” fatta diventare da Lenin una repubblica sovietica. Gli accordi di Minsk le avevano assegnato il ruolo di Stato cuscinetto ma con un brutale voltafaccia inglesi e americani hanno inteso assorbirla dentro la Nato per completare il cordone sanitario intorno alla Russia. Ma lui, ignaro del tentativo di snazionalizzazione delle regioni russofone messo in atto da Kiev, ignaro della totale estraneità della Crimea rispetto all’Ucraina, alla quale fu “donata” da Krusciov nel 1956 – quando come tutto il mondo sovietico sarebbe comunque rimasta sotto il controllo moscovita – e soprattutto ignaro del conflitto armato che si era aperto nel 2014 contro le repubbliche separatiste del Donbass voleva difendere con le unghie e con i denti l’integrità territoriale dell’Ucraina. Secondo Draghi i russi avrebbero dovuto assistere senza muovere foglia allo sterminio dei loro connazionali; da un giorno all’altro il principio della autodeterminazione dei popoli non valeva più nulla, i confini, per quanto artificiali antistorici e disegnati a tavolino diventavano improvvisamente sacri e inviolabili in barba alla circostanza che nella storia recente e remota dell’Europa sono stati continuamente ritoccati o stravolti, e noi italiani ne sappiamo qualcosa. E “la terra di confine” dell’impero zarista magicamente si sposta e diventa il cuore dell’Europa, il baluardo della libertà e della civiltà occidentali. Detto dell’Ucraina, il Paese più corrotto del pianeta c’è da ridere per non indignarsi e farsi prendere da una rabbia impotente. Ma per Draghi c’era un aggredito e un aggressore e di conseguenza l’Italia, come l’Ue e il Regno Unito erano tenuti a sostenere militarmente l’aggredito, che da solo non era in grado di difendersi.
Un modo di ragionare surreale che stampa, telegiornali e salotti televisivi hanno fatto passare per ovvio: come se trovandosi davanti a due persone che fanno a botte per strada ci si toglie la giacca e e si partecipa alla scazzottata; non si cerca di separare i contendenti o, meglio ancora, non si chiamano le forze dell’ordine. Fuor di metafora: se veramente si era convinti che la Russia avesse immotivatamente attaccato l’Ucraina e l’Europa, a torto o ragione, si fosse sentita coinvolta avrebbe dovuto giocare tutte le carte della diplomazia per fermare il conflitto e come extrema ratio chiedere l’intervento diretto delle Nazioni Unite.
Ora è chiaro che Biden e i dem americani da un lato e inglesi, polacchi, tedeschi, Paesi baltici dall’altro avevano tutti il loro interesse nella destabilizzazione dell’Europa dell’est e qualcuno addirittura sognava la disgregazione della Russia. Ed è altresì chiaro che Draghi non interpreta gli interessi dell’Italia ma quelli delle lobby europee e della Bce, che in questo frangente lo spingevano contro la Russia.
Ma la Meloni? La Meloni deve tutto a Biden e ai dem americani, con i quali già Fini aveva un rapporto privilegiato e questo può spiegare il suo allinearsi alla posizione di Draghi. Poi però sale alla Casa Bianca Trump e Giorgia tradita dal suo opportunismo commette un errore colossale. Si prostra davanti al nuovo padrone ma non capisce che Trump non ha alcun interesse in Ucraina e non vuole inimicarsi Putin e invece di assumere un atteggiamento più cauto si getta anima e corpo nelle braccia di Zelensky. E anche quando the Donald strapazza l’ex comico non si ravvede e insiste nel fare dell’Italia lo zerbino dell’Ucraina, fino ad arrivare allo spettacolo osceno dei giorni scorsi che ha visto Zelensky appiccicato a lei, coccolato come un orsacchiotto da Crosetto e accolto con affetto paterno da un Mattarella che esibiva per l’occasione un insolito e inquietante sorriso. Il problema è che non si può piacere a tutti e promuovere la propria immagine a costo di compromettere la dignità e la credibilità del Paese. L’ha fatto con Israele saltabeccando di qua e di là fra solidarietà e presa di distanza, ha avuto paura a condannare l’aggressione all’Iran, non ha fiatato sulla strage delle bambine, silenzio sulla deportazione dei libanesi e ordine ai media di chiamare guerra quella che è una proditoria aggressione, di insistere sulla bufala di decine – per i più zelanti centinaia – di migliaia di oppositori massacrati dal regime e di evocare un inesistente terrorismo sciita per giustificare la guerra di conquista israeliana. Ora, preoccupata per la crisi energetica, si accoda ai suoi partner europei per liberare lo stretto senza accorgersi che se mai dovesse essere riaperto al traffico sarà merito di Trump e coglie l’occasione per dichiarare che costi quel che costi mai e poi mai compreremo gas e petrolio russo, come i suoi compari europei continuano tranquillamente a fare.
In politica estera il melonismo ha ridotto l’Italia allo zimbello di un’Europa che è lo zimbello del mondo ma nella politica interna è riuscita nell’impresa titanica di fare anche peggio. Ha scoperto l’importanza della comunicazione, grazie alla quale ha fatto carriera, e ha creduto di poter sostituire la realtà con le parole e la mistificazione. Finora gli è andata bene, grazie alla mancanza di una autentica opposizione e a una società che definire disincantata è un eufemismo ma viene il momento in cui tutti i nodi vengono al pettine e il no al referendum è solo l’inizio.
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Un plauso per la lucidità dell’analisi che getta una luce fuori del coro sulla situazione attuale, nella quale siamo costretti a vedere tutto ciò che non vorremmo vedere, quasi fosse un brutto sogno, mentre purtroppo è la triste realtà, a cominciare dai salamelecchi indomiti a quel furfante acchiappasoldi di Zelensky da parte delle due massime autorità di Stato e governo: Mattarella e Meloni, ossequiosi dei voleri delle due amebe al timone dell’UE, von der Leyen e Kallas. Parli giustamente di rabbia impotente -la provo anch’io- quanto vedo la pervicacia da parte di tutto l’establishment, dal governo alla pseudo-opposizione, nel bollare il gas russo come satanico, mentre aspergono con l’acqua santa quello americano, ignorando volutamente che questa cocciutaggine demenziale è alla base del malessere non solo italiano, ma europeo. E tutto ciò nonostante gli appelli degli stessi “poteri forti” industriali, come l’Eni, a smetterla con questi capricci ideologici e rinsavire. Non è bastata neppure la scoperta, da parte della magistratura tedesca, che sono stati proprio gli ucraini a far saltare in acqua i gasdotti dalla Russia, non è bastato scoprire che l’Ucraina è in preda a ladroni che si pappano tutti i soldi che diamo loro sottraendoli a nostri beni essenziali. Niente, avanti impavidi verso il collasso. Demenza pura. E a Mattarella, solo lodi sperticate, per essere la personificazione del nulla. Come Tajani.
Auguriamoci caro Marco Giacinto per il bene della nostra Italia di non rimanere ancora a lungo voci fuori dal coro. K