I media di regime denunciano degrado e insicurezza
I media di regime denunciano degrado e insicurezza
come se i responsabili fossero all’opposizione e non al governo
Non passa giorno senza che i nostri telegiornali, telemeloni in testa, lancino servizi sul degrado delle stazioni, dei centri urbani, delle periferie. Servizi ben documentati, con le immagini di barboni che dormono sotto i portici, giardini pubblici trasformati in luoghi di spaccio, interi quartieri interdetti ai cittadini e alle forze dell’ordine e resoconti puntuali di molestie in pieno giorno, aggressioni sessuali negli ascensori o negli androni dei palazzi, vetrine rotte, saracinesche sfondate, accoltellamenti per strada, scippi e rapine. Tutto accompagnato dalla testimonianze di gente spaventata o esasperata, costretta a svendere la propria casa con un mutuo ancora da pagare mentre i più fortunati che risiedono in zone apparentemente sicure all’imbrunire non si azzardano a portare fuori il cane.
Un bombardamento mediatico che inizialmente aveva palesemente due finalità. La prima screditare le amministrazioni “rosse” delle due principali città italiane: la capitale e Milano. Sul degrado di Roma hanno per mesi disturbato le nostre cene con i cassonetti traboccanti di spazzatura, gabbiani che oscurano il cielo e sommergono di sterco le auto in sosta, cinghiali che passeggiano indisturbati in mezzo alla gente; hanno sguinzagliato cronisti e fotografi a caccia di buche nelle strade marciapiedi dissestati, alberi pronti a cadere sulla testa dei passanti, fogne che sversano liquami, traffico da terzo mondo e servizi pubblici al collasso. Tutto vero, per carità, ma visto con un occhio malevolo in cerca di magagne che non risparmierebbe nessuna città italiana, grande o piccola e qualunque fosse il colore di chi l’amministra.
Poi l’attenzione si è concentrata su Sala, con una virulenza che ha dell’incredibile. Chi mi conosce sa che posso essere accusato di tutto ma sicuramente non di vicinanza alla cosiddetta sinistra; però mi chiedo: perché Sala viene attaccato qualunque cosa dica o faccia? Si sa che Sala, molto più dello scolorito Gualtieri, è un sassolino nella scarpa del cerchio magico del Pd, un partito all’interno del quale è in corso da tempo una guerra fra bande. Sarà mica che nell’intreccio fra maggioranza e finta opposizione si intessano trame e si piazzino trappole diciamo così “trasversali” come quelle che hanno per obbiettivo Salvini e in modo spudoratamente scoperto Vannacci?
La seconda era preparare l’opinione pubblica ad accogliere favorevolmente provvedimenti drastici per stroncare la microcriminalità, ripulire le periferie e cominciare a spedire a casa loro i “migranti”. Ma quel bombardamento mediatico è servito solo a creare aspettative puntualmente deluse: di buone intenzioni, si sa, è lastricato l’inferno
L’uso distorto dell’informazione è un’arma a doppio taglio. In primo luogo l’insistenza sulla microcriminalità nelle due metropoli per colpevolizzarne i sindaci è ridicola: se infatti è vero che il sindaco di un capoluogo è membro di diritto del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, che per altro è un organo consultivo, è anche vero che in questo ambito le competenze del sindaco riguardano essenzialmente il decoro urbano, la sicurezza stradale, la chiusura di scuole e parchi pubblici in caso di allerta meteo et similia. Non ha alcuno strumento di prevenzione e repressione della criminalità anche se sarebbe bello vedere vigili urbani che danno la caccia a rapinatori, stupratori o spacciatori sottraendosi alla loro principale attività di somministratori di multe.

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L’ordine pubblico, la prevenzione e la repressione dei reati, sono di fatto compito esclusivo delle forze dell’ordine, polizia, carabinieri e, per tipologie specifiche di reati economico-finanziari e il narcotraffico, guardia di finanza, che fanno capo al prefetto e al questore, emanazioni dirette del ministero dell’interno, vale a dire del governo. Quindi, se l’incolumità personale e la proprietà privata sono a rischio come non accadeva dagli anni terribili dell’immediato dopoguerra, la responsabilità è di chi da più di tre anni guida il governo del Paese e in primo luogo del partito egemone, FdI, che non solo faceva a gara con la Lega nel promettere maggiore tutela per i cittadini, ma si è impuntato nell’impedire che il ministero finisse nelle mani di Salvini per il timore che ne ricavasse un beneficio elettorale. I meloniani vittime del loro opportunismo, delle loro menzogne, del loro doppiogiochismo non se ne sono accorti ma la loro campagna mediatica si è tradotta in una confessione di impotenza, di inerzia, di incapacità. Ed è patetico il tentativo dei cortigiani che si sforzano di scaricare le colpe del governo sui magistrati (che di colpe hanno già le loro).
Uno dei giornali fiancheggiatori della maggioranza, il Tempo finito in mano a Capezzone, solleva il caso di una quarantina di stranieri, tutti pregiudicati per reati gravissimi contro la persona e la proprietà. Deportati nel fallimentare centro di rimpatrio in Albania, sono stati rimandati in Italia, liberi di tornare a delinquere. E il Tempo punta il dito contro la magistratura. Ma se sono delinquenti perché non sono stati arrestati, processati, condannati e messi in galera? La risposta implicita è: erano delinquenti e quindi dovevano essere espulsi e rimpatriati (un provvedimento che compete all’esecutivo, non ai giudici o ai pubblici ministeri). Questa, mi si conceda, è una sciocchezza clamorosa in punta di diritto e un’offesa al buon senso. Se uno delinque deve finire in carcere, non essere espulso (il caso Salis e l’atteggiamento del governo ungherese docent: l’espulsione è di fatto un’assoluzione). Semmai, se gli accordi fra Stati lo prevedono, chi delinque potrebbe scontare nel suo Paese la pena che gli è stata comminata. L’espulsione non è una pena, è un provvedimento che dovrebbe colpire non quaranta o quattrocento o quattromila stranieri che si sono resi responsabili di reati – per i quali vanno puniti, non espulsi – ma tutti coloro che sono entrati illegalmente in Italia, perché in Italia, come in ogni altro Paese al mondo si entra con un passaporto e con un visto di ingresso, a meno che non si tratti di spostamenti all’interno di una comunità come l’Ue.

Maranza
Nelle redazioni dei giornali e dei telegiornali di regime (tutti) si dovrebbe sapere che se il numero di delitti compiuti da stranieri cresce in modo esponenziale il responsabile è uno solo: chi detiene il potere di reprimere il crimine – e sotto il profilo giuridico le leggi ci sono e non c’è bisogno di aggiungerne altre – deve dimostrare la volontà di farlo invece di menare il can per l’aia. Che ci sia carenza di forze dell’ordine è una vecchia barzelletta che non fa ridere: il problema non è il numero ma il modo in cui vengono impiegate e le disposizioni che vengono trasmesse alle prefetture.
Il tema complementare è quello delle bande giovanili composte da nordafricani di seconda generazione, che per alzare un po’ di polverone ci impongono di chiamare “maranza”, un termine ambiguo, polisemico e connotabile a piacere, coerente con l’incoerenza e l’ipocrisia della maggioranza. Telemeloni e carta stampata pare che vogliano aizzare l’opinione pubblica contro gli stranieri e i fautori dell’accoglienza e dell’inclusione; un’operazione stupida perché non ce n’è bisogno e che in ogni caso avrebbe senso se al governo ci fossero Fratoianni o anime belle come Sansonettii. Per fortuna questi ultimi sono confinati all’interno di una parte minoritaria e ormai ininfluente dell’opposizione e non sono un bersaglio plausibile. Che l’inclusione non funzioni è un dato di fatto di fronte al quale ci sono solo due posizioni realistiche: accettare la presenza del diverso che intende mantenere la propria diversità senza contaminazioni o non accettarla e impedire la formazione di comunità estranee al corpo sociale col ricorso massiccio e sistematico ai rimpatri e alla revoca della cittadinanza. In entrambi i casi è delittuoso perseverare con i soccorsi in mare, l’accoglienza, il diritto d’asilo, snaturato rispetto alla sua funzione originaria e diventato un’arma delle Ong (nonché delle lobby che si annidano a destra come a sinistra).
Infine l’ipocrisia e la stoltezza della polemica mediatica contro le moschee, col pretesto che sono luoghi di proselitismo e propaganda islamista. Se l’immigrazione fosse avvenuta per vie legali gli stranieri presenti sul nostro territorio avrebbero tutto il diritto di starci e di svolgere tutte le attività consentite dalla legge. Ma avrebbero anche i sacrosanto diritto di rispettare le loro consuetudini finché non collidono con i nostri codici e a quelli che di loro credono in qualche divinità non si potrebbe impedire di esercitare il loro culto in luoghi deputati per farlo. A Livorno, come testimonianza di tempi in cui era un grande porto del mediterraneo e una città cosmopolita, a pochi metri dal monumentale edificio ottocentesco che ospita il maggiore complesso cittadino di scuola primaria sorge l’ormai abbandonata chiesa degli olandesi; poco più in là, alle spalle di un teatro dismesso e trasformato in palestra, ci sono le mura del cimitero degli inglesi con annessa cappella anglicana e, adiacente, la chiesa di rito scozzese passata successivamente agli ortodossi rumeni; in pieno centro l’antica sinagoga distrutta dai bombardamenti americani è risorta con una nuova versione architettonica nella piazza che porta il nome del rabbino cabalista Elia Benamozegh, sepolto nel cimitero ebraico nei quartieri nord della città, non lontano dal cimitero monumentale greco ortodosso; fra le chiese della Venezia Nuova, nel cuore dei canali voluti dai Medici, spicca la facciata della chiesa armena bombardata e mai ricostruita; a pochi passi di distanza la chiesa dei greci uniti, ora gestita da una confraternita cattolica, e potrei continuare.
Ogni comunità insomma aveva la propria chiesa e il proprio cimitero. Non vedo perché non dovrebbero averli i musulmani. Il problema non sono le moschee ma il modo in cui i musulmani sono entrati in Italia e continuano a entrarci. Che i musulmani organizzati siano un pericolo è un’evidenza solare ma prendersela con le moschee o con i centri “culturali” islamici è un’idiozia: ammesso e non concesso che vi si predichi l’odio contro Israele e l’occidente è sempre meglio quello che avviene alla luce del sole del sotterraneo arruolamento e addestramento di terroristi che poi operano in mezza Europa.
Il pericolo islamista è un’eredità diretta e indiretta della seconda guerra mondiale, quando gli arabi erano alleati dell’Asse e una brigata ebraica combatteva a fianco degli Alleati; i vincitori hanno punito l’islam maghrebino con una politica neocolonialista e la creazione dello Stato ebraico in territorio arabo palestinese: europei e americani sono riusciti a resuscitare il proselitismo aggressivo della legge coranica e a creare una frattura insanabile che ci ha portato indietro di otto secoli.
Sia come sia i musulmani sono ormai una minaccia destinata a crescere col tempo. Prendersela con le moschee o con qualche predicatore non serve ad altro se non nascondere la responsabilità di chi non ha impedito l’invasione o l’ha facilitata per il proprio vantaggio (l’affare lucroso dell’accoglienza, la riserva di manodopera a basso costo, l’illusione di futuro target elettorale).
Tanto per chiarire
I media governativi e i politici della maggioranza danno ad intendere che per migliorare la sicurezza occorre pagare di più poliziotti, carabinieri e guardia di finanza e aumentarne il numero. Un falso grossolano. In Italia il numero dei membri delle forze dell’ordine (esclusa la polizia locale) sfiora le 240.000 mila unità, ventimila più della Francia e sessantamila meno della Germania, che però ha oltre il 40% in più di abitanti, Un confronto impietoso che smentisce la necessità di nuove massicce assunzioni.
Gli stipendi medi delle forze dell’ordine in Italia si discostano poco in valore assoluto da quelli francesi e tedeschi (un range fra 2000 e 2700 euro) ma sono nettamente superiori a quelli medi dei lavoratori dipendenti mentre in Francia e soprattutto in Germania se ne discostano in negativo (2500 euro a fronte di una media di oltre 5000). Il problema non sono il numero o gli stipendi ma la politica.
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