HARA KIRI DI EUROPA E USA

E così, mentre un’Europa stracciona pensa ad armarsi contro un fantomatico nemico, indebitandosi fino al collo per comprare armi americane, e mentre Donald Trump spara pallottole spuntate contro amici e nemici, veri o presunti, il centro di gravità tecnologico, commerciale e militare si sta spostando a grandi passi verso Sud-Est, relegando in prospettiva in un limbo le due massime potenze ex coloniali, che non si rassegnano al prefisso ex, come vecchie signore che mascherano la perduta lucentezza sotto ciprie e belletti. Di converso, qualcuno in rete si chiede se non sia il caso di appurare se i governanti occidentali non siano minorenni.

C’è chi cerca ostinatamente di ignorare il ticchettio delle lancette della storia: Oggi, la Vecchia Europa s’è allargata oltre Atlantico, ad inglobare l’ex Nuovo Continente. Un duo nostalgico

Trump, da quel grandeur che è, ha pensato che bastasse inondare a tappeto sanzioni contro pressoché l’intero mondo, alleati compresi, per metterli in riga, come avvenuto dopo l’infame patto USA-Arabia Saudita di mezzo secolo fa, che creò i petrodollari, grucce artificiali della valuta americana, praticamente obbligatoria per qualsiasi transazione tra Stati, in quanto eretta a valuta di riserva, come il “perduto” oro.

Quello che invece non teme il passare degli anni è l’oro, che nessuno più osa chiamare “relitto barbarico”. Le incertezze, le incongruenze e le dabbenaggini dei governanti occidentali gli hanno ridato impulso ormai da qualche anno; e si trova adesso ad un nuovo massimo storico di oltre $ 3.500/oncia. Il suo principale vantaggio è di non dipendere dagli uzzi politici, ed essere insensibile a sanzioni, dazi, sequestri. Italia e Germania stanno da anni insistendo per riportare a casa l’oro depositato “per sicurezza” nei caveau americani. Si teme che sia stato asportato, come sottostante di operazioni finanziarie spregiudicate, o venduto tout court [VEDI].  Se così fosse, echeggia il detto “dagli amici mi guardi Dio, che dai nemici mi guardo io”

Questa mossa gli è valso il boomerang da parte persino di nazioni sino allora fidati alleati degli USA, a cominciare dal Giappone. E ultimamente la stessa India, che gli USA hanno sempre considerato un baluardo contro le mire imperiali della Cina, a suo tempo considerata anch’essa un’umile ancella del mondo occidentale. Risultato: l’India è diventata membro fondatore dei BRICS, e contro i dazi di Trump ha risposto spavaldamente con dazi del 500% su armi e 150% su petrolio americani. Da baluardo anti-cinese, Trump è riuscito a dare all’India il pretesto per dichiarare apertamente guerra commerciale agli USA e schierarsi al fianco della Cina stessa, privando gli USA del loro principale baluardo asiatico.

Il capolavoro di Trump: anziché dividere gli avversari, li ha uniti, riabilitando pubblicamente il “reietto” Kim Jong Un nordcoreano. 

Non sto qui a ripetere come, ben prima dei dazi, lo schieramento a oltranza dell’Occidente, e in particolare dell’UE, con l’Ucraina, a colpi di pesanti sanzioni contro la Russia, il sequestro di $ 300 miliardi di suoi fondi in banche occidentali (imprudenza somma, considerato il rapporto conflittuale Est-Ovest già dai tempi della guerra fredda), nonché un flusso di armi all’Ucraina in una guerra dall’esito scontato, ha spinto la Russia tra le braccia del “nemico” giurato degli USA, mentre se ne aspettava un suo distacco e il “ritorno all’ovile”. Peggio ancora, ha screditato gli USA agli occhi del mondo, in una nuova versione di rogue state, dal quale guardarsi, temendo un replay nel caso di comportamenti ad esso sgraditi.

Se fino a pochi anni fa gli USA brandivano la potenza militare, la CIA o le sanzioni come strumenti di dominio, di recente hanno arricchito l’armamentario con dazi e sequestri, aggiungendo all’odio la diffidenza da parte degli alleati, più ancora che dei nemici dichiarati. A proposito di esibizioni muscolari, l’apparato militare sparso in tutto il mondo si sta dimostrando un passo più lungo della gamba, ora che la Fed non può più stampare fiumi di dollari di sempre minor valore e appetibilità, a sostegno delle spese faraoniche

Ma tant’è, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire i palesi avvertimenti che giungono alle sue orecchie. Avvertimenti di natura finora soltanto economica.

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Trump è avvertito che il dollaro, sino a pochi anni fa la sua principale arma contro i riottosi, è da tempo in caduta libera, come evidente dai pochi e riluttanti compratori del debito pubblico americano, giunto al di sopra dei $ 37 trilioni, in irrefrenabile espansione, con interessi dei treasuries a 10 anni verso il 5%. Tanto da far optare il Tesoro per l’acquisto di bond a breve termine, non oltre 1 anno, i T-bills, per pagare interessi più bassi. In altri termini, se gli investitori esitano di fronte a troppo lunghe durate, vista la situazione caotica del dollaro stesso, gli si offrono bond più limitati nel tempo per spuntare un interesse minore. A tanto s’è ridotta l’ex prima potenza mondiale: nessuno le dà credito per più di qualche settimana o mese. [VEDI]
Del resto, se la moneta di riferimento è su un piano inclinato verso il basso, il valore dei suoi bond calano di pari passo; e ciò passi per brevi o brevissime scadenze, ma non per anni, col rischio che, sia in caso di vendita anticipata che alla scadenza, si venga ripagati in moneta svalutata; e tanto più quanto più lunga la durata del bond.    
Un altro risultato deprimente delle politiche dei dazi è stato quello di inimicarsi persino i vicini di casa: Messico e Canada, che hanno ripagato Trump della sua stessa moneta, alzando le proprie barriere daziarie e negando tout court l’esportazione stessa di materie essenziali, come il petrolio e il legname canadese verso gli USA.
A ciò si aggiunga, ma l’elenco potrebbe continuare, la levata di tende di importanti aziende straniere, in particolari giapponesi, dal suolo americano; e, di converso, tariffe rovinose su prodotti americani di largo consumo, impedendone di fatto l’importazione: ciò è quanto ha deciso l’India sugli i-phones della Apple, inferendole un durissimo colpo, vista l’espansione dei suoi prodotti in terra indiana. [VEDI] In sostanza, le mosse congiunte euro-americane di sanzioni e dazi verso Paesi considerati ostili (“il resto del mondo” ormai) si stanno rivelando altrettanti boomerang verso chi li lancia. Eppure, Trump lancia ancora fulmini e saette, quasi fosse ancora il Giove di ieri; e l’UE lancia le ennesime, patetiche sanzioni contro la Russia e promuove salotti di “volonterosi” che sognano guerre verso orsi e draghi che se la mangerebbero in un sol boccone, con l’America a fare da spettatrice.
Concludo sottolineando che non è solo l’America a fare le spese degli atteggiamenti militarmente e commercialmente bellicosi: le industrie scappano anche dall’Italia, non invertendo il vizio sinora coltivato delle delocalizzazioni; vediamo qui gli ultimi esempi nientemeno che da parte dell’industria un tempo sinonimo di orgoglio italiano:

Se ci eravamo illusi che la globalizzazione fosse in ritirata, abbiamo bruschi risvegli, come questi

Post scriptum. Dedico questo spazio residuo ad un paio di video in cui Vincenzo De Luca, Presidente Regione Campania, illustra, molto più lucidamente di tanti politici più qualificati a trattare questo tema: a) i reali motivi che hanno scatenato la guerra della Russia contro l’Ucraina; b) il perché della psicosi bellicista dietro al grande riarmo tedesco. Video diventati virali, anche perché provengono da una bocca fuori del coro, anche come competenza istituzionale. Se vorrete dedicargli un quarto d’ora, saprete qualcosa su questo conflitto che i media italo-europei negano a spada tratta.

Nel video Vincenzo De Luca illustra il suo punto di vista, da me condiviso, sulle vere ragioni alla base del conflitto russo-ucraino

In questo video De Luca illustra, con la consueta stringatezza e chiarezza, come mai la Germania voglia spendere l’astronomica cifra di € 900 miliardi per riconvertire le sue fabbriche automobilistiche in fabbriche di armi 

Marco Giacinto Pellifroni   7 settembre  2025

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