Gomma americana [Il Flessibile]

In questi giorni di calura e riflessioni, al mattino presto vado a scuola per rimettere in sesto l’aula di musica.
L’ho ereditata da chi mi precedette e ora cerco non solo di conservarla, anche di implementarne la strumentazione e renderla sempre più funzionale in vista del nuovo anno.
C’è tempo, penso.
Ma settembre arriverà più solerte delle attese.

Cambio le corde alle chitarre, corde consunte e al limite della decenza dopo ore di utilizzo promiscuo.
Rimetto in sesto le tastiere, ne funziona una su due e gli alimentatori spesso hanno il filo consumato.
Poi ribalto le sedie sui banchi affinché i bidelli possano agevolmente occuparsi della pulizia dei pavimenti.
Ci sono sedie tappezzate di chewing-gum: alcuni sono reperti geologici risalenti all’era precedente, ormai sedimentati dal tempo e con la funzione di rinforzare le sedie storiche; altri sono recenti, si muovono alla sollecitazione del cacciavite come piccole colate laviche appena raffreddate.
Che gioia indossare i guanti, munirsi di attrezzi idonei e insieme ai collaboratori provare a scollare le gomme americane degli studenti!

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Di primo acchito penso che sono davvero stronzi.
Più c’è da trafficare per rimuovere la gomma più il livello di stronzaggine cresce e si rafforza dentro me.
Ci vorrebbe l’esame del DNA per conoscere l’artista del piccolo monolite plastico, mi dico in silenzio.
Da studente non l’ho mai fatto – forse – però avevo compagni di classe che erano habitué di questa pratica, venivano sgamati e puniti ma loro, imperterriti, non cedevano e alla prima sedia bella e immacolata riservavano il medesimo trattamento.

La gomma americana, che bella invenzione.
Serve per ridurre lo stress.
Serve per lavare i denti dopo la merenda.
Serve a rinfrescare l’alito.
Serve soprattutto a fare tribolare qualcuno.

Stacco il magma e lo osservo.
Chissà quanto malessere c’è dentro quella bellissima e inutile gomma americana.

Dario B. Caruso da Corriere AL

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