Giabbe, Iran e rigori a babbo morto: come Savona spiega al mondo il destino dell’Italia ai Mondiali

EDITORIALE
Savona è una città curiosa: più il mondo si complica con geopolitica, regolamenti e super-playoff, più qui basta una parola di dialetto per rimettere tutto in ordine. Prendiamo il caso del Giabbe, per esempio. Per chi non è cresciuto tra piazze, cortili e carruggi, sembra solo un nome strano; per un savonese tradizionalista è invece un intero trattato di antropologia applicata, compresso in due sillabe.

Giabbe viene con ogni probabilità dal verbo dialettale “giabbare”: afferrare, strattonare, riportare all’ordine con decisione. Non è un gesto elegante, è un gesto efficace. Il Giabbe, prima di diventare leggenda nera, era un arnese da lavoro, un oggetto robusto, concreto, figlio di una città che non ha mai avuto tempo per le finezze teoriche. Poi, come spesso accade quando i tempi cambiano più in fretta delle persone, quell’oggetto è scivolato dal mondo del lavoro a quello dei giovani, dai magazzini ai cortili, dalla fatica alla sfida.

La sua storia tragica ruota attorno a un ragazzo che tutti chiamavano Giabbe, un soprannome che da solo dice già tutto: in Liguria il nomignolo non è mai casuale, è una diagnosi caratteriale. Era il tipo che sta sempre un passo oltre, che vive sul filo, che diventa simbolo senza volerlo. In un’epoca in cui Savona non era ancora addomesticata da slogan turistici e piste ciclabili, quel ragazzo finì al centro di una vicenda che degenerò, fino a un processo e a una condanna definitiva. Non serve indugiare nei dettagli: basta dire che, da quel momento, il nome Giabbe smise di essere solo un soprannome e diventò un monito. La città capì che quando si perde il senso della misura, quando si gioca troppo con i confini, alla fine qualcuno paga davvero.

Eppure, nel modo tutto savonese di metabolizzare le tragedie, la figura di Giabbe non è solo colpa e cronaca nera: è anche una specie di personaggio tragico-educativo. Il ragazzo che ha oltrepassato il limite diventa il punto di riferimento negativo su cui i più anziani costruiscono sermoni pratici: “non fare il Giabbe”, “non finire come il Giabbe”. È la pedagogia ligure: niente manuali, solo esempi concreti, spesso dolorosi, che però tengono insieme la comunità. Tradizione, in fondo, significa questo: ricordare chi ha sbagliato per non buttare via tutto il resto.

Mentre Savona ripensa a questa storia, dall’altra parte del mondo un’altra vicenda prende forma, questa volta con il pallone al centro. L’Italia, eliminata sul campo e data per spacciata, si ritrova improvvisamente evocata in un discorso che sembrava chiuso: il possibile ripescaggio ai Mondiali grazie a un super-playoff. Qui entra in scena un’altra parola interessante: “ripescaggio”. Viene dal linguaggio della pesca, e non è un caso che suoni così bene in una città di mare. Ripescare significa tirare su qualcosa che era già finito sotto, che tutti davano per perso. È l’arte di non buttare via del tutto ciò che è affondato.

Lo scenario è questo: l’Iran, già qualificato, è in bilico per via delle tensioni con gli Stati Uniti, paese ospitante del torneo. Una civiltà calcistica intera rischia di trovarsi sospesa, quasi “condannata” a non poter partecipare per ragioni che hanno più a che fare con i visti e i missili che con i dribbling e i calci d’angolo. Se l’Iran dovesse rinunciare, si aprirebbe un buco nel tabellone dei Mondiali. E quando c’è un buco, qualcuno deve decidere come riempirlo.

Qui entra in gioco la FIFA, che nel suo regolamento si è tenuta una formula magica: può scegliere “a propria discrezione” come sostituire una nazionale che si ritira. Tradotto in savonese: fanno un po’ come gli pare. Le ipotesi sono due. La più lineare: dare il posto a un’altra squadra asiatica, per esempio una nazionale eliminata all’ultimo turno. La più fantasiosa, e quindi la più discussa nei bar italiani: organizzare un super-playoff intercontinentale, un mini torneo a quattro squadre, con due europee e due asiatiche, semifinali e finale secca per assegnare l’ultimo biglietto. In questo schema l’Italia, grazie al suo alto posizionamento nel ranking, rientra di diritto tra le candidate.

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È qui che il savonese tradizionalista si sistema sulla sedia, incrocia le braccia e commenta con la calma di chi ne ha viste troppe: “Ecco, a babbo morto”. L’espressione “a babbo morto” è un piccolo capolavoro di filosofia popolare: indica qualcosa che arriva tardi, quando ormai non serve più, quando hai già fatto il lutto, quando hai già messo via la sciarpa. È la fortuna che si presenta alla porta quando hai spento la luce. Perfetta per descrivere un’Italia che, dopo aver mancato la qualificazione, si ritrova forse di nuovo in corsa non per meriti, ma per incastri del destino.

Il parallelo con la storia del Giabbe, a questo punto, viene quasi da sé. Da una parte un ragazzo che ha oltrepassato il limite e ha pagato fino in fondo, diventando simbolo di una città che non vuole perdere la propria identità. Dall’altra una nazionale che ha sbagliato, ha fallito l’obiettivo, e ora si trova sospesa tra condanna sportiva e possibile grazia regolamentare. In mezzo, un organismo internazionale che deve decidere se applicare la linea dura o inventarsi un colpo di teatro.

Per un pubblico savonese conservatore, la morale è chiara. Primo: le regole dovrebbero valere per tutti, e chi sbaglia paga, come Giabbe. Secondo: se proprio si deve aprire uno spiraglio, che almeno sia basato su criteri chiari, non su capricci. Terzo: le tradizioni contano più dei format. L’idea di un super-playoff, con partite secche e dentro-fuori, in fondo piace proprio perché ricorda il vecchio calcio: niente calcoli, niente gironi infiniti, solo novanta minuti per dimostrare se meriti di stare al tavolo dei grandi.

E l’Iran? Qui il savonese, pur restando ben ancorato alle proprie certezze, intuisce la tragedia più grande: una civiltà calcistica che rischia di essere messa ai margini non per mancanza di talento, ma per un contesto che la supera. È un’altra forma di condanna, meno visibile ma non meno pesante. Una nazionale che ha conquistato il posto sul campo e ora vive in una specie di limbo, in attesa che qualcuno decida se potrà esistere davvero nel torneo o se resterà solo una riga cancellata in un tabellone.

Alla fine, tra Giabbe e Iran, tra Savona e FIFA, tra condanne e ripescaggi, resta una lezione che qui si conosce da secoli: il mondo cambia, ma i nodi vengono sempre al pettine. Chi perde il senso del limite, prima o poi paga. Chi tiene la schiena dritta, anche quando perde, può sperare che un giorno il destino si ricordi di lui. Magari tardi, magari storto, magari a babbo morto. Ma si ricorda.

Se l’Italia dovesse davvero essere ripescata, nei bar di Savona si aprirebbe un dibattito infinito: è giusto, non è giusto, ce lo meritiamo, non ce lo meritiamo. Ma una cosa è certa: qualcuno, tra un bianco e un’acciuga, dirà che alla fine il mondo funziona ancora come ai tempi del Giabbe. Quando le cose sfuggono di mano, serve qualcuno che le afferri, le strattoni e le rimetta in fila. Il resto sono chiacchiere. E le chiacchiere, si sa, qui non sono mai piaciute troppo.


Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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