GAS RUSSO: ULTIMO ATTO

Voglio aprire questo mio articolo con una schermata del puntuale intervento di Marco Travaglio su una scorsa puntata di Otto e mezzo, con Lilli Gruber e gli altri ospiti ammutoliti. Ne condivido ogni parola. [Vedi]

Tanto tuonò che piovve. È dal 2022, con l’inizio della guerra Russia-Ucraina, che l’UE s’è ingegnata per portare a termine l’auto-evirazione industriale e commerciale col taglio dei gasdotti russi, proclamando, con ciò stesso, l’obiettivo di raggiungere lo stato di “indipendenza energetica”: un eufemismo, vista l’inesistenza di fonti fossili di rilievo sul territorio europeo e la strada in salita per passare alle energie rinnovabili, anche esse dipendenti comunque da materie prime di importazione, a cominciare dall’argento, nonché alla competizione tra impianti fotovoltaici e terreni agricoli; temi già diffusamente trattati da chi scrive su queste pagine.  

Un’Ursula von der Layen raggiante proclama la decisione finale dell’UE di cessare del tutto l’importazione di gas dalla Russia. Lei e i suoi compari della Commissione si compiacciono dei danni che arrecano agli europei, ai quali peraltro non devono render conto, non essendo loro diretti elettori

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Ebbene, cieca e sorda al profluvio di negatività che tale scelta avrebbe comportato ai cittadini e alle imprese europee, subito trovatisi alle prese con prezzi multipli sulle bollette energetiche, la Commissione Europea, composta di membri eletti a porte chiuse, ha finalmente portato a termine la sua missione suicida, approvando, con la sola contrarietà di Orbàn (Ungheria), e Fico (Slovacchia), il provvedimento che sancisce il definitivo divorzio energetico dalla Russia, per affidarsi soprattutto a fonti estere varie, tra le quali gli USA, a prezzi moltiplicati.  
Visto sotto una lenta diversa, l’UE, senza minimamente consultare i popoli che subiscono -e dovranno subire- l’impatto di questa decisione, ha scelto di crearsi come nemico una nazione confinante, che non ci ha mai minacciato con sanzioni, dazi e confische, per confermare eterna fiducia al suo lontano “protettore”, il quale, pur continuando a trattarci come approfittatori, dimentica che il suo potere consiste proprio nella benevolenza europea -e non solo europea- nel finanziare il suo astronomico debito, ergo la sua valuta, la sua macchina militare ipertrofica, in sostanza il suo potere su un mondo che sta in moto accelerato svincolandosi dai suoi tentacoli.
Oltre Atlantico tuona un presunto padrone che ogni giorno ci lancia una nuova minaccia, quasi fosse un’isterica reazione al constatare il suo stato reale di fragilità, poggiando su un castello di debiti, che regge solo grazie a coloro che egli insulta per difetti che sono in realtà i suoi propri.

Donald Trump parla da un pulpito che si regge su un mostruoso debito pubblico di ormai $ 38,4 Trilioni, in crescita irrefrenabile, con un esborso giornaliero per interessi di $ 2,6 Miliardi: superiore alle spese, già faraoniche, della difesa. Senza l’acquisto da parte del resto del mondo, tra cui l’Europa, dei suoi bond, gli USA sarebbero già da tempo tecnicamente falliti

Eppure, Mr Trump ha fatto della sua precarietà un punto di momentanea forza, consapevole che, detenendo cospicui beni dei suoi creditori sulle opposte sponde dell’Atlantico e del Pacifico, come oro o titoli di debito (treasuries), può ricorrere all’arma del ricatto. Se questo si configura come un leale rapporto tra antichi alleati, lo lascio decidere a chi mi legge.
In parole povere, l’Europa dei burocrati si ritrova con l’aver divorziato da un generoso amico vicino per buttarsi tra le braccia di un presunto amico remoto, che non fa che minacciare il divorzio, senza che prima ci sia mai stato un matrimonio, se non di interesse, da una delle due parti. L’Europa dovrà insomma arrangiarsi a restare da sola, nel classico stile “sedotta e abbandonata”.
Lo stolto ripudio della Russia ci ha lasciati con materie prime ed energetiche assai più care, una difesa militare sulla carta, ma non sul campo, circondati da nemici, scelti o imposti, che non dimenticano le nostre mene per confiscare alla Russia $ 300 miliardi, come non hanno dimenticato le ricorrenti minacce di Trump di dazi e sanzioni, culminate con quelle contro i suoi stessi (ex?) alleati che ardissero: a) smettere di comprare treasuries o addirittura venderli; b) mandar truppe in Groenlandia, dimenticando che sono un territorio autonomo del Regno di Danimarca.

La bulimia di Donald Trump è sconfinata e minaccia ogni territorio limitrofo, dal Canada, al Messico, alla Groenlandia, col pretesto della “sicurezza nazionale”

Si soleva dire che l’Europa era terreno di inondazione culturale degli Stati Uniti, sia come oggetti di uso comune che come stile di vita, scadendo così gli europei, e in primis gli italiani, agli occhi degli americani, come loro acritici ammiratori. Ora, con la seconda ascesa di Trump, l’incantesimo si è incrinato, ma l’America continua a trattarci come sprovveduti, che non sanno badare a se stessi; mentre noi italiani continuiamo a professare per tutto ciò che è americano un istintivo sentimento di ammirazione, sulla eco di quando li accogliemmo come liberatori, anziché invasori, negli ultimi anni di guerra. Quanto agli sprovveduti, bisogna riconoscere che, grazie a chi ci governa, da Bruxelles e da Roma, l’appellativo non è così stonato, vista l’ininterrotta serie di decisioni autolesionistiche.  
Se Trump si sta dimostrando sempre più avverso all’Europa (e al mondo intero, devo aggiungere, pur dipendendo da questo per tenere in piedi uno Stato fallimentare), siamo stati così abili da trasformare in nemico per forza lo stesso Putin, visti i continui schiaffi che l’Europa gli ha riservato in questi ultimi anni, spingendolo definitivamente verso Est. Attingo al suo pensiero attraverso un personaggio a lui molto vicino ed ascoltato: il filosofo Alexander Dugin, considerato l’ideologo del Cremlino.
 La Russia non ha bisogno della guerra, non la vogliamo, non abbiamo motivo di combattere l’Europa. È l’Europa stessa che vuole combatterci; ci sta già combattendo in Ucraina. L’Occidente si sta preparando a uno scontro militare diretto con noi.

Il filosofo Alexander Dugin, considerato “l’ideologo di Putin”.

Vladimir Putin ha sottolineato che in Ucraina stiamo semplicemente liberando i nostri territori. La nostra gente è lì. Sì, è sprofondata nella follia, ma intendiamo curarla. Ma curare gli europei non è più in nostro potere. Questa civiltà indipendente, ma chiaramente in declino, è in agonia. E tutto si sta muovendo verso il punto in cui la tratteremo con molta più durezza che con l’Ucraina: distruggeremo semplicemente tutte le principali installazioni militari e l’industria. E, se necessario, cancelleremo semplicemente l’Europa dalla faccia della terra.
Sì, non lo vogliamo davvero, ma non ci sarà una guerra selettiva, morbida e prolungata come quella che stiamo combattendo in Ucraina. Questo proprio perché qui stiamo pacificando i nostri connazionali, mentre là distruggeremo i nostri nemici.
E l’esperienza che abbiamo acquisito in questa guerra in Ucraina ci rende indubbiamente molto più preparati a muovere guerra all’Europa di quanto lo siano gli europei stessi. Questo è particolarmente vero se si considera il deplorevole stato morale degli europei, le loro società in decadenza, i loro costumi perversi, la proliferazione dei migranti e la completa degenerazione della nuova generazione. [E la droga è l’alleato perfetto dei nostri veri nemici. NdA]
Queste sono parole antitetiche al politically correct, è un’analisi impietosa dello stadio comatoso di un Occidente alla vigilia dello schianto finale, come ho descritto nei miei sette capitoli sull’ascesa, la crescita e la caduta di tutti gli imperi che ci hanno preceduti. Noi stessi non saremo un’eccezione e stiamo avvertendo ormai da decenni che siamo su un piano inclinato, il cui angolo è proporzionale a tutti quei difetti che Dugin condanna. E, purtroppo, l’equazione amara è: democrazia = debolezza; libertà = disordine e arbitrio. Dobbiamo tristemente constatare come la democrazia si trovi ormai in uno stadio avanzato verso il caos finale rispetto a quanto non lo siano le dittature? Quindi, libertà = autolesionismo?

La bandiera europea. Doveva essere simbolo di comunione tra i popoli nella libertà. Nella pratica s’è risolta in un centralismo di leggi a tavolino, lontane dalle reali esigenze dei popoli

Se proprio vogliamo scongiurare questa equazione, dobbiamo considerare che l’UE sta già scivolando verso una soffocante tirannide, sotto la maschera democratica. Per la libertà dei cittadini lo spazio si restringe, occupato com’è da uno Stato invasivo, di ispirazione comunista, con lo status quo garantito da elezioni in cui pochi ormai credono. E gli Stati stessi sono soggetti ai diktat e alle sanzioni della Commissione Europea, in proporzione alla loro distanza dagli Stati egemoni.

Marco Giacinto Pellifroni  1°  febbraio 2026

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