Frisceu de Boraxi, politica e forzature: la ricetta amara della Patrimoniale
Frisceu de Boraxi, politica e forzature: la ricetta amara della Patrimoniale
Il dibattito sulla proposta CGIL di un prelievo sui grandi patrimoni infiamma la cronaca. La destra dice “Mai”, la sinistra “Giustizia”. Ma anche la politica, come le frittelle, ha bisogno di ingredienti semplici e di non essere troppo “unta”.
La Semplice Arte del Frisceu e la Pastella Amara della Politica
La cucina ligure, si sa, è un’arte di sottrazione e necessità. Pochi ingredienti, spesso spontanei, per piatti che esplodono di sapore. Prendete i frisceu de boraxi: borragine raccolta nei prati, farina, lievito, acqua gassata. Un gesto antico, che celebra la primavera, l’erba fresca e la rugiada mattutina. Una ricetta semplice, fluida ma non liquida, tipo polentina, e senza grumi.
Ecco. La politica dovrebbe imparare dall’arte del frisceu.
Invece, in questi giorni, l’Italia si ritrova ancora una volta a discutere di un piatto assai meno digeribile, sebbene sia proposto come un “contributo di solidarietà”: la patrimoniale.

PUBBLICITA’
Il Segretario della CGIL, Maurizio Landini, ha tirato fuori dal cestino l’erba amara, proponendo di “friggere” i patrimoni netti superiori ai 2 milioni di euro con un prelievo dell’1,3%, per finanziare sanità e sociale. Subito la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha risposto con un secco e perentorio: “Mai”. La sinistra lo vede come un atto di giustizia sociale — chiedere un sacrificio ai più ricchi per i momenti di crisi. Il centrodestra, e con esso economisti come Cottarelli, lo bollano come un prelievo ingiusto, che tassa risparmi già falcidiati dal reddito e rischia di spingere la “borragine” (il capitale) all’estero.
E qui casca l’asino (o meglio, il frisceu nel piatto).
La patrimoniale, come emerge dalla storia (dal prelievo forzoso di Amato del 1992 fino all’Invim post-bellico), è uno strumento straordinario, un tasto rosso fiscale da usare in emergenze estreme. Una volta all’anno, la ricetta del frisceu de boraxi è un piacere. Tutti gli anni, diventa un peso, una monotonia indigesta.
Il problema non è tanto l’intento di trovare fondi (26 miliardi stimati dalla CGIL sono una cifra che fa gola a qualunque bilancio in crisi), ma la consistenza della proposta. La pastella della nostra ricetta deve essere liscia, fluida, ma non liquida, senza grumi. La proposta della CGIL, invece, si aggiunge a circa 15 imposte patrimoniali già esistenti in Italia (IMU, bollo auto, imposta di bollo sui conti, ecc.), che ci piazzano già tra i Paesi con la pressione fiscale patrimoniale più alta d’Europa (3% del PIL contro una media UE del 2,1%).
Dunque, siamo di fronte a una nuova forzatura, a un tentativo di aggiungere un altro mestolo di farina e borragine in una pastella già densa e che rischia di restare cruda al centro. La politica si divide tra la retorica dell’equità (“si chiede un sacrificio ai più ricchi”) e la pragmatica paura della fuga di capitali e del disincentivo a investire.
I frisceu vanno serviti caldi e subito. La politica, invece, continua a servire un piatto riscaldato, pieno di polemiche e scarso di vere riforme strutturali. La tentazione di un prelievo facile, di “friggere” la ricchezza una tantum, è forte, ma l’esperienza storica e il confronto europeo suggeriscono che è una ricetta troppo amara per essere una soluzione di lungo termine.
Meglio tornare ai fornelli, e concentrarsi su una ricetta fiscale che sia davvero semplice ed equa, senza doversi nascondere dietro “contributi di solidarietà” o la scusa dell’emergenza. Perché la vera giustizia sociale non è un prelievo straordinario, ma un sistema che garantisca a tutti la possibilità di raccogliere la propria borragine e friggerla serenamente, senza il timore di mani troppo avide che la sottraggano con la forza.
