Fondi pensione: ma davvero il problema era l’INPS… o qualcuno aveva bisogno dei nostri risparmi?
Quando un’azienda è in difficoltà cosa fanno gli amministratori?
La ristrutturano.
Tagliano gli sprechi.
Riorganizzano la gestione.
La ricapitalizzano.
Nessuno, normalmente, apre un’azienda concorrente invitando i clienti a cambiare negozio.
Eppure è esattamente quello che è accaduto con il sistema pensionistico italiano.
Per anni ci hanno ripetuto che l’INPS era destinato al collasso.
Che le pensioni pubbliche non erano più sostenibili.
Che bisognava “integrare” la pensione.
La domanda, però, è semplice.
Se davvero il sistema pubblico aveva bisogno di essere salvato, perché invece di rafforzarlo si è scelta la strada opposta?
Perché si è incentivato il trasferimento del TFR e del risparmio previdenziale verso i fondi pensione?
La risposta ufficiale è nota.
Diversificare.
Integrare.
Affidarsi ai mercati finanziari.
Quella meno ufficiale la lasciano intuire i numeri.
Ogni anno miliardi di euro di TFR finiscono nel circuito della finanza.
Soldi che vengono gestiti da banche, assicurazioni e società di investimento.
Naturalmente tutto è perfettamente legittimo.
Ma una domanda resta.

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Chi ci guadagna davvero?
Il lavoratore?
Oppure chi incassa commissioni di gestione anno dopo anno?
Perché c’è un particolare di cui si parla molto meno.
Il gestore percepisce le proprie commissioni indipendentemente dal fatto che il mercato salga oppure scenda.
Il lavoratore, invece, sopporta il rischio dell’investimento.
È il classico gioco nel quale uno gioca la partita e l’altro vende i biglietti.
E i sindacati?
Anche qui nasce un’altra curiosità.
Per decenni hanno difeso il sistema pubblico.
Poi hanno sostenuto, insieme alla politica e al sistema bancario, lo sviluppo della previdenza complementare.
Una convergenza così ampia da far pensare che, almeno su questo tema, destra, sinistra, banche, imprese e sindacati abbiano trovato un accordo che raramente si vede su altri argomenti.
Persino il meccanismo del “silenzio-assenso” ha fatto discutere: chi non esprimeva una scelta rischiava di ritrovarsi con il TFR destinato ai fondi pensione. Un’impostazione che all’epoca suscitò forti critiche da parte di alcune organizzazioni sindacali autonome…LEGGI
Naturalmente nessuno può sapere come si comporteranno i mercati nei prossimi trent’anni.
Possono regalare soddisfazioni.
Possono attraversare crisi profonde.
È il loro mestiere.
Ma proprio questa incertezza dovrebbe suggerire prudenza quando si parla dei risparmi di una vita.
Il vero interrogativo resta un altro.
Se miliardi di euro vengono ogni anno indirizzati verso la previdenza complementare, quei soldi non avrebbero potuto contribuire anche a rafforzare il sistema pubblico, invece di alimentare il mercato finanziario?
Domanda scomoda.
Forse troppo.
E allora ecco la narrazione rassicurante.
“Tutti devono avere un fondo pensione.”
Lo ripetono banche.
Lo ripetono assicurazioni.
Lo ripete gran parte della politica.
Lo ripetono molti sindacati.
Quando un messaggio viene sostenuto con tanto entusiasmo da soggetti che normalmente litigano su tutto, qualche domanda è quasi un dovere.
Perché alla fine una certezza esiste.
I mercati possono salire.
Possono scendere.
Le Borse possono vivere anni d’oro oppure attraversare crisi improvvise.
Le commissioni di gestione, invece, arrivano con una puntualità svizzera.
E quelle, curiosamente, sembrano non conoscere mai la parola “crisi”.