Finisce la guerra comincia la storia
Il 15 aprile 1945 i battaglioni della Brigata Ebraica si radunarono a Brisighella per trascorrere un periodo di riposo. La guerra in Italia stava ormai volgendo al termine e per i reparti alleati era arrivato il momento di pensare al rientro a casa. Ma non per gli uomini della Brigata.
Dall’Europa centro-orientale avevano cominciato a riversarsi nella penisola decine di migliaia di ebrei scampati ai campi di sterminio. Si muovevano come potevano: prettamente a piedi, i più fortunati in treno. Erano in condizioni disperate, senza una destinazione, spesso senza più una famiglia. In quel contesto, la Brigata Ebraica rimase l’unica struttura militare organizzata presente sul posto, con i mezzi e la volontà di aiutarli.

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Il 22 maggio 1945 i tre battaglioni della Brigata arrivarono a Tarvisio, al confine tra Italia, Austria e Iugoslavia e allestirono subito dei campi di transito. Tra la metà di giugno e la metà di agosto 1945 da quella zona passarono circa 15.000 persone.
I camion Dodge con la Stella di David sulle portiere partivano poi dalla val Canale in direzione sud, verso Milano dove in via dell’Unione 5, nell’edificio che era stato sede del gruppo fascista «Amatore Sciesa», la comunità ebraica milanese aveva aperto un centro di accoglienza. Da qui, Marcello Cantoni coordinò tutta l’assistenza; un’attività così intensa che, come egli stesso annotò nei propri appunti, la quantità di camion che arrivavano era tale da bloccare la strada.
Dopo la grande prova data in battaglia, la Brigata Ebraica aveva raccolto una nuova sfida: il salvataggio dei sopravvissuti. Lo face con l’aiuto di quel che rimaneva delle comunità ebraiche italiane colpite dalla persecuzione. Tra le altre coser, si prodigò nell’assistenza ai bambini orfani e organizzò i trasferimenti verso le navi dirette nella Palestina mandataria.
Anche questo fa parte di un dopoguerra ebraico che, come abbiamo avuto modo di dimostrare nel nostro primo progetto, #riprendiamocilamemoria continua a essere una parte della Storia troppo poco conosciuta.
Ed è per questo che insistiamo a volerla raccontare.
#LaBrigataEbraica è un progetto di #free4future
LUCIANO DONDERO
C’è un passaggio che colpisce più della fine stessa della guerra: quando smettono di sparare, comincia il vero lavoro.
La storia della Brigata Ebraica ci ricorda proprio questo: che la Liberazione non è stata solo una vittoria militare, ma l’inizio di una gigantesca operazione umana. Migliaia di sopravvissuti senza più nulla – né casa, né famiglia, né identità stabile – e pochi punti di riferimento. Tra questi, quei soldati che, invece di tornare subito a casa, hanno scelto di restare. Non è un dettaglio: è una scelta politica e morale. Trasformarsi da combattenti in soccorritori, da esercito in rete di salvezza.
E forse è proprio qui che sta il senso della frase “finisce la guerra, comincia la storia”: perché la storia vera non è fatta solo di battaglie vinte, ma di ciò che si costruisce dopo. In questo caso, dignità restituita, vite rimesse in cammino, memoria che prova a non perdersi. Ed è anche un pezzo di storia che per troppo tempo è rimasto ai margini. Raccontarlo oggi non è solo un atto di memoria: è un modo per capire cosa significa davvero “liberare”.