Far West elettorale e slopaganda patriottica
Far West elettorale e slopaganda patriottica
Ovvero: come l’Italia è diventata un sistema autopoietico che produce se stesso a colpi di like, decreti e volti sintetici
A poco più di un anno dalla scadenza naturale della diciannovesima legislatura, fissata per l’autunno 2027, l’Italia si trova in quella condizione che i costituzionalisti seri chiamano “vuoto normativo” e i cittadini normali chiamano “il solito mercato”. Le regole del gioco non vengono stabilite secondo un disegno condiviso, ma secondo la convenienza contingente degli attori, i quali – come in ogni sistema che si rispetti – non rispondono al mondo esterno: rispondono ai propri stati interni, li rigenerano e li chiamano “coalizione”.
Il governo Meloni ha da poco superato, con una cerimonia celebrativa a Bari, il record di longevità del secondo governo Berlusconi: 1412 giorni. Un traguardo che in un paese normale si festeggerebbe con una torta; in Italia lo si festeggia aprendo la partita più delicata, quella del calendario elettorale. La premier valuta un voto anticipato in primavera, attorno all’11 aprile 2027, data simbolica scelta con la cura con cui si sceglie una password. Matteo Salvini insiste pubblicamente per arrivare fino a ottobre, nella speranza che nel frattempo il fenomeno Vannacci si sgonfi, come un materassino lasciato in saldo fuori stagione. Antonio Tajani si allinea sostanzialmente alla posizione del leader leghista, cioè annuisce in due direzioni contemporaneamente, esercizio diplomatico che nel centrodestra è ormai disciplina olimpionica. Circola anche l’ipotesi di un election day di giugno, che eviterebbe di far coincidere le politiche con le amministrative di primavera: incrocio che la premier considera pericoloso perché trasformerebbe il voto locale in un plebiscito nazionale contro l’esecutivo. Perché mai la democrazia locale dovrebbe dire qualcosa sul governo? Errore tecnico. Il sistema non prevede perturbazioni esterne.
Su questo terreno già instabile si innesta la riforma della legge elettorale, il cui impianto originario porta la prima firma del deputato di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami e che nel gergo giornalistico ha ricevuto i soprannomi di Stabilicum o Melonellum, in continuità semantica con la tradizione italiana di ribattezzare le leggi elettorali con neologismi latineggianti, dal Porcellum in poi. Il testo, approvato dalla Camera il 16 luglio 2026 con 217 voti favorevoli e 152 contrari, introduce un sistema misto, proporzionale con premio di maggioranza attribuito a chi supera la soglia del 42 per cento, liste bloccate e una controversa norma cosiddetta anti-cespugli, che esclude dal computo dei voti utili al premio le liste sotto il 3 per cento non collegate a una coalizione capace di assorbirle. In sintesi: se non hai un padre politico che ti adotta, non conti. La politica come condominio, con tanto di regolamento e amministratore giudiziario.
Il Senato ha avviato l’esame del provvedimento il 9 settembre, respingendo con 100 voti contrari e 66 favorevoli le quattro pregiudiziali di costituzionalità sollevate dalle opposizioni. Il capogruppo del Partito Democratico alla Camera, Chiara Braga, ha parlato di compressione del confronto parlamentare; la senatrice del Movimento 5 Stelle Alessandra Maiorino ha lamentato un iter da decreto legge più che da riforma costituzionale. Il 10 settembre la maggioranza ha confermato la soglia del premio al 42 per cento, scartando l’ipotesi del ballottaggio nazionale, ma restano aperti nodi come l’alternanza di genere nelle liste, su cui le opposizioni chiedono che parta già dal capolista e non dal terzo nome, come emerge dai 697 emendamenti depositati in commissione Affari costituzionali al Senato. Seicentonovantasette emendamenti non sono una proposta politica: sono materiale organico del sistema, che si nutre di sé stesso e produce altro materiale organico.
Diversi costituzionalisti, tra cui Massimo Villone, hanno parlato apertamente di un piano inclinato verso l’autocrazia. Il Centro Italiano Studi Elettorali della Luiss, in un’analisi firmata da Lorenzo De Sio, ha osservato che l’ingresso in scena di Futuro Nazionale, il partito del generale Roberto Vannacci, nato dopo la genesi della riforma, ha già alterato i rapporti di forza su cui la legge era stata calibrata, trasformando quello che dai proponenti era pensato come uno scontro bipolare in un assetto potenzialmente multipolare il cui esito dipenderà dalle alleanze reali che si formeranno prima del voto. In altre parole: il sistema aveva prodotto una legge per un mondo che non esisteva più, e ora produce un mondo che non corrisponde alla legge. Chiusura operazionale, ma con premio di maggioranza.
Vannacci, o della perturbazione che non puoi espellere perché ti tiene in vita

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Ed è proprio la variabile Vannacci a rendere questo Far West particolarmente insidioso per gli equilibri del centrodestra. L’ex generale della Folgore, già comandante del reggimento paracadutisti Col Moschin, entrato in Parlamento europeo nel 2024 come indipendente e poi confluito nella Lega, ha fondato nel febbraio 2026 Futuro Nazionale, presentandosi come voce di un conservatorismo più radicale rispetto a quello di Fratelli d’Italia. I sondaggi degli ultimi mesi, elaborati da istituti come YouTrend e SWG per La7, restituiscono un quadro impressionante: a inizio settembre 2026 Futuro Nazionale viene accreditato al 7,9 per cento, in sorpasso stabile su Forza Italia, ferma al 7,1, e ormai prossimo a insidiare la Lega di Salvini, scesa al 4,4 per cento secondo la rilevazione YouTrend del 4 settembre. Un sondaggio Emg del 7 settembre ha calcolato che, senza i voti di Vannacci, l’intera coalizione di centrodestra scivolerebbe al 42,1 per cento, sotto il 43,8 per cento del campo progressista. Un macigno politico, hanno scritto i commentatori, dimostrando che il generale è diventato l’ago della bilancia della maggioranza. E anche la bilancia. E il negozio di bilance.
Non sono mancate le polemiche interne: a metà agosto Vannacci ha commentato un sondaggio Winpoll favorevole al suo partito con l’espressione, ripresa da tutte le agenzie, che il “patriarcato mediterraneo porta bene”, scatenando reazioni indignate soprattutto tra le forze femministe e parte della stessa maggioranza. Nei primi giorni di settembre il partito ha vissuto una crisi interna con l’espulsione del fondatore di Rinascimento, Marco Sforzini, accusato in passato di aver frequentato ambienti nostalgici del ventennio fascista, seguita a stretto giro dall’uscita di un altro dirigente, Ruvolo, proprietario dei locali che ospitavano la sede nazionale del movimento. Episodio che ha lasciato Futuro Nazionale temporaneamente privo di una sede fisica a Roma. Un partito che esiste ovunque tranne che a un indirizzo. Autopoiesi pura: produce se stesso anche senza sede, come certi funghi.
Questa turbolenza italiana si inserisce in una cornice continentale che rende l’anomalia meno isolata di quanto sembri. In Germania l’Alternative für Deutschland di Alice Weidel ha consolidato nel corso del 2026 la propria posizione di primo partito nei principali istituti demoscopici, con il Politbarometer della Zdf e i sondaggi Forsa e Insa che la collocano stabilmente tra il 26 e il quasi 28 per cento, superando la CDU-CSU del cancelliere Friedrich Merz. Un sorpasso che a settembre ha trovato conferma nel voto regionale della Sassonia-Anhalt, dove l’AfD ha toccato il 43,8 per cento, mettendo sotto pressione il cosiddetto Brandmauer, il muro tagliafuoco che i partiti tradizionali tedeschi avevano eretto per isolare politicamente la destra radicale ed evitarne l’ingresso in qualsiasi maggioranza di governo. Il parallelo con l’ascesa parallela di Marine Le Pen in Francia, di Santiago Abascal in Spagna, di Nigel Farage nel Regno Unito e naturalmente di Giorgia Meloni in Italia ha alimentato in ambienti americani conservatori la formula giornalistica della melonizzazione dell’Occidente, come segnalato dal sito Il Sussidiario in un’analisi dei sondaggi tedeschi di inizio 2026: un processo per cui l’esperimento italiano di governo di una destra sovranista ma inserita nel perimetro atlantico ed europeo viene percepito come modello esportabile. Sebbene ogni contesto nazionale mantenga specificità profonde, a partire dal fatto che in Germania il retaggio storico del nazionalsocialismo continua a rendere l’AfD un soggetto politicamente isolato mentre in Italia Fratelli d’Italia è pienamente integrata nell’architettura istituzionale ed europea. Dettagli che rovinano le metafore, ma che il sistema provvede puntualmente a perturbare e digerire.

Slopaganda: l’arte di produrre matrone, condottieri e like senza passare dal reale
È in questo scenario di instabilità normativa e di crescita dei cosiddetti populismi identitari che si è sviluppato, con una tempistica tutt’altro che casuale, un fenomeno mediatico che può essere sinteticamente definito Social Propaganda Synth-Patriottica, o in chiave più tecnica AI Soft-Baiting Nazionale: un’espressione che unisce il termine inglese soft-baiting, cioè l’uso di contenuti-esca a basso attrito cognitivo per catturare l’attenzione dell’utente senza ricorrere a provocazioni esplicite, alla dimensione identitaria nazionale che ne costituisce il tema ricorrente. Nel dibattito internazionale sui media digitali questo genere di produzione seriale di immagini e video generati con l’intelligenza artificiale, esteticamente patinati ma privi di qualunque valore informativo, viene ormai chiamato slopaganda, una crasi tra slop, termine con cui la comunità tecnologica anglosassone indica i contenuti sintetici di bassa qualità prodotti in massa, e propaganda. Il termine è stato impiegato in un’analisi pubblicata sulla newsletter Substack di Andrea Pennacchioli, che ha documentato come lo stesso presidente statunitense Donald Trump abbia trasformato il proprio profilo Truth Social in un flusso ininterrotto di immagini sintetiche, con oltre duemilasettecento pubblicazioni nel solo 2026, quasi venti al giorno, la metà delle quali corredate da grafica generata artificialmente raffigurante vittorie militari mai avvenute o iconografie messianiche. Anche il presidente degli Stati Uniti, dunque, è diventato un sistema che produce i propri componenti visivi: non rappresenta il mondo, lo rimpiazza con una versione più cliccabile.
Il meccanismo italiano, pur meno istituzionale di quello presidenziale americano, condivide la medesima logica di fondo e si manifesta attraverso pagine e canali su Facebook, Instagram e TikTok, spesso battezzati con nomi ad alto tasso identitario, costruiti attorno a un’estetica che si può definire synth-realist: immagini iper-sature, perfette, prive di ogni imperfezione fotografica reale, generate da modelli di intelligenza artificiale generativa capaci ormai di produrre volti e paesaggi indistinguibili da una fotografia autentica per un occhio non allenato. Il formato prediletto è quello dei video brevi, i cosiddetti reels o shorts, la cui fruizione rapida e la cui riproduzione automatica in loop massimizzano il tempo di permanenza dell’utente sulla pagina prima che quest’ultimo possa attivare un vaglio critico sull’autenticità di ciò che sta osservando. Una costante ricorrente di questi contenuti è l’uso di figure femminili idealizzate che ricordano, per taglio del volto, colore dei capelli o postura, personaggi politici reali, in particolare la stessa presidente del Consiglio, secondo un meccanismo psicologico che genera una doppia reazione: da un lato familiarità visiva con la leader della nazione, dall’altro attrazione verso un canone estetico artificialmente idealizzato.
Letta in controluce, questa iconografia glamour che allude senza mai dichiararsi apertamente alla premier sembra intercettare, più che respingerla, una sensibilità di fondo tipica dell’immaginario patriarcale che continua a innervare larga parte dell’elettorato maschile di destra, riattivandone due pulsioni complementari. La prima è un recupero, per lo più inconsapevole, del mito della matrona italica, figura cara alla retorica del ventennio fascista, che elevava la donna a custode statuaria della razza e della nazione, insieme materna e marziale, fertile e irreprensibile, mai realmente autonoma ma sempre funzionale a un ordine familistico e patriottico deciso altrove: le figure femminili patinate dei reel, avvolte in scenari bucolici e in pose eleganti ma mai davvero assertive, riattualizzano quell’archetipo in chiave contemporanea, spogliato della sua matrice ideologica esplicita ma non del suo portato simbolico. La seconda pulsione è di segno opposto e complementare, ed è una vera e propria mitigazione estetica: la trasformazione in immagine dolce, sorridente e desiderabile di una figura che nella realtà istituzionale rappresenta invece una rottura, quella di una donna a capo del governo in un paese la cui cultura politica di destra ha storicamente faticato ad accettare la leadership femminile fuori dai ruoli tradizionali. Rivestire quella rottura con l’estetica rassicurante della matrona bella e sorridente, priva di qualunque asperità o rivendicazione femminista esplicita, equivale a renderla digeribile a un pubblico che accetterebbe con più difficoltà la stessa autorità se presentata nella sua forma politica nuda, ossia come esercizio di potere di una donna che non chiede legittimazione a nessun modello patriarcale precedente.
Non si tratta di un’ipotesi teorica astratta ma di un fenomeno con solidi riscontri documentali. Il 5 maggio 2026 la stessa Giorgia Meloni ha denunciato pubblicamente, sui propri canali social ufficiali, la circolazione di un’immagine generata con l’intelligenza artificiale che ne riproduceva il volto su un corpo in biancheria intima, dichiarando che i deepfake rappresentano uno strumento pericoloso perché possono ingannare chiunque, aggiungendo con toni sarcastici che chi aveva realizzato il fotomontaggio l’aveva persino migliorata, come riportato da ANSA e dal Quotidiano Nazionale. L’episodio non era isolato: secondo un’inchiesta pubblicata da Agenda Digitale, che cita un report della piattaforma di monitoraggio della disinformazione NewsGuard, tra gennaio e il 30 aprile 2026 sono state individuate almeno quattro narrazioni false costruite attorno all’immagine della premier, diffuse su X e TikTok e capaci di raccogliere rispettivamente diciotto milioni e un milione e seicentomila visualizzazioni, in un flusso di contenuti sintetici che comprende anche filmati in cui Meloni appare accanto a Javier Milei e Benjamin Netanyahu ad assistere a un fantomatico spettacolo di magia di Donald Trump. Episodi che secondo gli analisti non sono riconducibili a un’unica regia statale ma a un ecosistema disperso di produttori di contenuti mossi da logiche eterogenee. Il magazine indipendente The Dark Salad, in un articolo del 28 aprile 2026 intitolato Troll Tricolore, aveva anticipato il caso descrivendo l’esistenza di una costellazione di pagine e gruppi Facebook in cui l’immagine della presidente del Consiglio viene trattata non come quella di una leader ma come un asset, una parola chiave vivente capace di generare traffico, consenso artificiale e persino contenuti a sfondo sessuale, un sottobosco algoritmico che il portale satirico Spaghetti Scoop ha ribattezzato icasticamente la fogna industriale del web. Il sistema non produce informazione: produce materia prima per la propria riproduzione.
Due icone, un solo bacino: la guerra dei reel
Se il caso Meloni riguarda soprattutto la sessualizzazione e la sostituzione sintetica del corpo, il caso Vannacci mostra la faccia complementare dello stesso fenomeno, quella della costruzione mitologica della figura maschile forte. La stessa espressione patriarcato mediterraneo, rilanciata dal generale come vanto identitario dopo un sondaggio favorevole, si presta perfettamente a essere riprodotta, decontestualizzata e amplificata da pagine di slopaganda patriottica che associano la sua immagine marziale a paesaggi di borghi italiani, tramonti sul mare e bandiere tricolori issate su ambientazioni impeccabilmente ripulite da ogni imperfezione, in una costruzione retorica della nostalgia e della sicurezza che si sovrappone, semplificandola fino all’osso, alla complessità reale del dibattito su natalità, ruoli di genere e identità nazionale che il generale ha sollevato fin dalla pubblicazione del suo primo libro. Il sistema non ha bisogno di argomenti: ha bisogno di sfondi.
Le due iconografie sintetiche, quella glamour costruita attorno al volto della premier e quella marziale costruita attorno alla figura del generale, non restano confinate a binari paralleli e indipendenti, ma finiscono per intercettare e contendersi lo stesso bacino simbolico ed elettorale, quello di un popolo di destra che nei sondaggi appare sempre più conteso tra Fratelli d’Italia e Futuro Nazionale. Se sul piano elettorale reale questa contesa si misura in punti percentuali, con il partito di Vannacci che secondo i dati Emg del 7 settembre vale ormai la differenza tra maggioranza e minoranza per l’intera coalizione, sul piano dei reel e degli short essa si traduce in una vera e propria competizione iconografica per la rappresentazione dell’identità nazionale desiderabile, condotta con armi retoriche opposte e complementari. Da un lato l’estetica patinata e rassicurante costruita attorno alla figura della premier, che rielabora il mito della matrona italica in chiave glamour, offre al pubblico maschile di destra la fantasia di un potere femminile addomesticato, bello e mai conflittuale, dunque compatibile con un ordine simbolico patriarcale che non si sente minacciato. Dall’altro lato l’iconografia marziale costruita attorno a Vannacci, la cui stessa biografia di generale della Folgore fornisce già di per sé il materiale iconico per l’estetica synth-realist, propone al medesimo pubblico un’identificazione diretta e non mediata con la virilità del comando, in una versione ancora più esplicita e meno negoziata del medesimo immaginario patriarcale evocato dalla formula del patriarcato mediterraneo. Le due narrazioni non si escludono a vicenda agli occhi dell’utente medio, che anzi può scorrere l’una e l’altra nello stesso flusso di reel senza percepirne la contraddizione, ma competono per la stessa attenzione e per lo stesso consenso simbolico, in una sorta di supplenza figurativa della competizione politica reale tra Fratelli d’Italia e Futuro Nazionale: la battaglia dei sondaggi che si combatte nelle rilevazioni demoscopiche settimanali trova così il proprio doppio estetico in una battaglia parallela, combattuta a colpi di algoritmo e di immagini generate, per stabilire quale delle due icone, la matrona rassicurante o il condottiero marziale, meglio incarni il desiderio identitario del popolo di destra alla vigilia del voto. È una competizione autopoietica: non serve a decidere, serve a produrre più reel.
Questa competizione iconografica, lungi dall’essere una suggestione interpretativa priva di riscontri, trova puntuale conferma nella cronaca dell’estate 2026. Il 20 luglio un video generato con l’intelligenza artificiale di Grok, il sistema sviluppato da xAI e integrato sulla piattaforma X, ha iniziato a circolare sui canali di Vannacci e del suo partito raffigurandolo in un anfiteatro dell’antica Roma nei panni di un imperatore in toga che, con il gesto del pollice verso, decreta la condanna a morte di quattro avversari politici: la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, l’ex premier Romano Prodi e l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, come ricostruito da Il Fatto Quotidiano e da Fanpage. Il filmato, secondo l’inchiesta del Fatto Quotidiano, non nasceva dai canali istituzionali del generale ma da un profilo Instagram di fan chiamato robertus_vannaccius, per poi essere rilanciato dallo stesso Vannacci sui propri canali ufficiali, in una dinamica di amplificazione dal basso verso l’alto tipica di quell’ecosistema spontaneo di meme e piccoli creator che il quotidiano romano La Capitale ha definito, in un articolo del giugno 2026, un vero e proprio bestiario social, distinto dalla comunicazione organizzata e centralizzata che per anni aveva contraddistinto la cosiddetta Bestia di Matteo Salvini: attorno a Vannacci si muove infatti una galassia disordinata di sostenitori, micro-influencer e produttori di contenuti che rilancia autonomamente le sue parole d’ordine, in un flusso che lo stesso generale dichiara di monitorare solo in parte, pur rivendicando la gestione diretta dei propri canali ufficiali. La vicenda del video imperiale ha provocato una reazione durissima di Giuseppe Conte, che ha parlato apertamente di istigazione alla violenza, mentre la stessa Giorgia Meloni ha preso pubblicamente le distanze dal contenuto, in un episodio che testimonia come la competizione simbolica tra i due leader passi anche attraverso la gestione dell’imbarazzo reciproco generato da questi contenuti sintetici. La docente di semiotica Giovanna Cosenza, in un intervento ospitato sul blog del Fatto Quotidiano, ha inquadrato l’episodio proprio nella categoria della slopaganda, sottolineando come il centrosinistra italiano si trovi strutturalmente impreparato a rispondere nello stesso linguaggio memetico e iper-reale con cui la destra radicale, sulla scia di Donald Trump, costruisce le proprie mitologie virali. Non meno inquietante è la ricostruzione pubblicata da Il Foglio all’inizio di settembre 2026, che ha documentato la nascita di un vero e proprio immaginario esoterico attorno alla figura del generale, in cui l’intelligenza artificiale genera contenuti che mescolano fashwave, l’estetica retrofuturista nata negli ambienti dell’estrema destra online statunitense, suggestioni di cultura incel e persino riferimenti all’occultismo nazista teorizzato dallo scrittore cileno Miguel Serrano e al concetto induista di Kali Yuga, l’età oscura e decadente che nella tradizione vedica precede la fine di un ciclo cosmico, trasformando Vannacci in una sorta di cavaliere bianco di una crociata memetica e post-ironica che condivide i codici visivi della cosiddetta Online Right americana. Il politologo Lorenzo Castellani, docente alla Luiss di Roma, ha osservato in un’intervista rilasciata a Today.it che questo ricorso sistematico ai meme generati con l’intelligenza artificiale ricalca, aggiornandola, la strategia comunicativa adottata anni prima da Matteo Salvini su Instagram e TikTok, con l’obiettivo dichiarato di intercettare un pubblico giovanile che nell’estetica machista e iper-mascolina del generale trova un’identificazione più diretta e meno mediata rispetto a quella offerta dalla figura istituzionale della premier, confermando come le due iconografie sintetiche, quella marziale di Vannacci e quella glamour di Meloni, si rivolgano in fondo a fasce generazionali e sensibilità patriarcali complementari all’interno dello stesso elettorato di destra. Il sistema non ha bisogno di coerenza: ha bisogno di perturbazioni.
Il pubblico bersaglio: senior, maschi, Facebook e l’occhio che non riconosce il pixel
Dal punto di vista tecnico, la definizione del pubblico bersaglio di questi contenuti non è casuale. Gli analisti concordano nell’individuare come target primario un’utenza adulta e senior, prevalentemente maschile, concentrata su Facebook, piattaforma le cui fasce demografiche più anziane risultano meno allenate al riconoscimento delle immagini sintetiche rispetto alle generazioni cresciute con l’intelligenza artificiale generativa già a disposizione. La combinazione tra una figura femminile avvenente, elementi di orgoglio nazionale e colonne sonore ambientali evocative produce un innesco emotivo capace di generare in modo pressoché automatico interazioni spontanee, dai like ai commenti di apprezzamento fino alla condivisione, ossia esattamente il tipo di segnale comportamentale che gli algoritmi di raccomandazione di Meta e ByteDance premiano con maggiore visibilità organica. Il like non è un giudizio: è una perturbazione. E il sistema risponde producendo altro materiale dello stesso tipo.
Dietro questa produzione seriale, va detto con chiarezza, raramente si nasconde una regia politica diretta e organizzata: si tratta nella grande maggioranza dei casi di operazioni commerciali ed editoriali a bassissimo costo, orientate a tre obiettivi economici distinti ma complementari. Il primo è la monetizzazione diretta attraverso i programmi retribuiti che le piattaforme riservano ai contenuti video brevi capaci di generare milioni di visualizzazioni. Il secondo è quello che in gergo tecnico viene chiamato hacking dell’algoritmo, ovvero lo sfruttamento sistematico della reazione emotiva del pubblico, sia essa entusiasta o polemica, per ottenere una copertura organica enorme senza dover investire in pubblicità a pagamento. Il terzo, forse il più insidioso in prospettiva elettorale, è la costruzione di audience fidelizzate di centinaia di migliaia di follower da rivendere, affittare o riconvertire in canali di affiliate marketing, dalla vendita di magliette patriottiche fino a veri e propri e-commerce tematici: pagine nate per intercettare il sentimento nazionalista possono così essere cedute o riorientate, nell’imminenza di una campagna elettorale, verso finalità di propaganda vera e propria, mantenendo intatto il bacino di fiducia costruito nei mesi precedenti attorno a contenuti apparentemente innocui. Il sistema non distingue tra business e politica: entrambi sono suoi componenti interni.
La chiusura operazionale del paese: perché le smentite producono altri reel
Per capire fino in fondo perché questo ecosistema si dimostri così refrattario a ogni tentativo di correzione dall’esterno, comprese le smentite pubbliche della stessa Meloni, può essere utile un prestito concettuale dalla biologia della cognizione elaborata negli anni Settanta dai cileni Humberto Maturana e Francisco Varela nel loro classico Autopoiesi e cognizione. I due studiosi introdussero il termine autopoiesi, dal greco autos, se stesso, e poiesis, produzione, per definire quei sistemi che si distinguono non per un fine esterno ma per la capacità di produrre e rigenerare incessantemente, tramite una rete chiusa di processi interni, gli stessi componenti che li costituiscono, conservando così la propria organizzazione nel tempo pur trasformando continuamente la materia che la realizza. A questo concetto Maturana e Varela affiancano quello di chiusura operazionale, l’idea cioè che un sistema di questo tipo non elabori gli stimoli provenienti dall’ambiente come una rappresentazione fedele del mondo esterno, ma si limiti a rispondere a ogni perturbazione attivando esclusivamente i propri stati interni, secondo un processo che i due autori chiamano accoppiamento strutturale, ossia la progressiva co-modificazione reciproca di sistema e ambiente attraverso interazioni ricorrenti, senza che vi sia mai un trasferimento diretto di informazione dall’uno all’altro, ma soltanto un reciproco innesco di trasformazioni interne. Applicato all’ecosistema della slopaganda patriottica, questo lessico teorico aiuta a spiegare un’anomalia altrimenti sorprendente: la rete di pagine, algoritmi e pubblici che la anima non è organizzata per rappresentare accuratamente l’Italia reale, ma unicamente per riprodurre se stessa, generando nuovo contenuto simile in risposta ai segnali di gradimento che riceve, all’interno di quello che Maturana e Varela chiamerebbero un dominio consensuale, cioè uno spazio di interazioni reciprocamente coerenti tra il sistema mediatico e il suo pubblico, coerente al proprio interno ma privo di ogni vincolo di corrispondenza con il mondo esterno che pure dichiara di raccontare. In questa cornice il like, il commento o la condivisione non trasmettono all’algoritmo alcuna informazione sulla verità o falsità dell’immagine, ma agiscono soltanto come perturbazione che innesca la produzione di altro materiale dello stesso tipo, in un circolo autoreferenziale che si autoalimenta indipendentemente da qualunque controllo esterno di veridicità, e che per questo risulta strutturalmente immune, più che ostile, alle smentite fattuali che pure periodicamente lo attraversano. La smentita, in altri termini, è una perturbazione che genera tre nuovi reel, due video e un articolo di commento.
Lo stesso vale per il calendario elettorale: la maggioranza non decide la data in base al paese, ma in base ai propri stati interni. Per la legge elettorale: non rappresenta gli elettori, ma riproduce gli equilibri interni che l’hanno scritta. Per Vannacci: non è un problema da risolvere, è una perturbazione che tiene in vita la coalizione. Per i sondaggi: non misurano la realtà, alimentano la competizione iconografica. Per i deepfake: non ingannano soltanto, addestrano il pubblico a considerare normale l’artefatto. Per le pagine di slopaganda: non vogliono convincere, vogliono solo continuare a esistere. Il sistema è chiuso, si accoppia strutturalmente con i suoi utenti e produce ogni giorno i propri componenti: immagini, risentimento, like, candidati, leggi, date.
L’impatto sociale di questa infrastruttura silenziosa si misura su un doppio piano. Il primo è la progressiva sfocatura del confine tra reale e sintetico: l’esposizione costante a volti noti, o a loro imitazioni verosimili, inseriti in contesti fittizi abitua il pubblico a considerare normale ciò che è artefatto, indebolendo proprio la capacità critica necessaria a riconoscere la disinformazione politica quando questa si presenta in forma più esplicita e intenzionale. Il secondo è la costruzione di una realtà parallela, una bolla di conforto visivo e narrativo che restituisce dell’Italia un’immagine fiabesca, fatta di borghi intatti, tradizioni sempre vive e un orgoglio nazionale privo di contraddizioni, mentre la realtà quotidiana del paese, con le sue tensioni economiche, sociali e demografiche, resta fuori campo. È una anestesia del dibattito pubblico che agisce esattamente nel momento in cui la politica italiana avrebbe più bisogno di un confronto informato, cioè alla vigilia di una tornata elettorale il cui esatto calendario resta appeso alle convenienze tattiche della maggioranza e la cui legge elettorale continua a essere riscritta a ridosso del voto stesso. Il Far West normativo delle regole del gioco e il Far West informativo dei contenuti sintetici, in altre parole, non sono fenomeni paralleli ma facce della stessa crisi di responsiveness delle democrazie contemporanee di cui parlano gli studiosi elettorali, una crisi in cui l’incertezza sulle regole si somma all’incertezza su ciò che è vero, lasciando l’elettore orientarsi sempre più spesso non sui programmi ma su un’estetica rassicurante fabbricata pixel per pixel da un algoritmo generativo.
E così l’Italia arriverà alle urne: forse in primavera, forse a giugno, forse in ottobre, con una legge che si riscrive mentre la si vota, con due leader sintetici che si contendono lo stesso like, con un partito senza sede che vale più di un partito con la sede, con una premier che denuncia il deepfake mentre il deepfake la ringrazia per l’engagement, con un generale che impera in un anfiteatro generato da Grok e con un elettorato che non sa se il candidato esiste, ma sa che il reel era bellissimo. Il Far West, in fondo, non è un luogo. È un sistema che ha imparato a produrre se stesso. E come tutti i sistemi autopoietici, non ha bisogno di uno sceriffo: ha bisogno solo di un algoritmo che lo nutra.
