Eurocrollo

EUROCROLLO:  CHI PAGA?
Strana cosa questa di accorgersi che lo Stato sono i cittadini
quando ci sono da pagare le sue insolvenze

EUROCROLLO:  CHI PAGA?
Strana cosa questa di accorgersi che lo Stato sono i cittadini
quando ci sono da pagare le sue insolvenze

Il gotha della finanza nostrana agli albori del millennio aveva chiesto agli italiani lacrime e sangue pur di entrare nell’euro. “Ne vale assolutamente la pena –asserivano—per non dover più subire gli attacchi della speculazione, vista la forza che acquisirà una moneta di 300 milioni di cittadini di serie A. Sarà una corazzata monetaria che i siluri speculativi non potranno nemmeno scalfire”. Firmato: Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi.

Il risultato è stato devastante: un’inflazione di oltre il 100% in pochi anni nei prezzi al consumo, contro un rigido mantenimento di salari, stipendi e pensioni (tranne che per la casta, o cricca, come si preferisce). Ossia un potere d’acquisto più che dimezzato. E la speculazione possiede siluri ad uranio impoverito, per forare qualunque corazza.

La corazzata dell’euro era considerata così sicura che alcune nazioni hanno fatto, alla lettera, “valuta falsa” pur di entrarvi. In ciò aiutate da quei campioni dei conti truccati che sono le grandi ex banche d’affari, Goldman Sachs* in testa. Una volta saliti a bordo, dopo un gran sospiro di sollievo per avercela fatta, ci si è lanciati in un’allegra spesa pubblica che ha portato vari governi totalmente fuori bilancio.

A questo punto, conviene indugiare in qualche considerazione generale, usando l’Italia come base del ragionamento. Apprendiamo dai tam-tam dei TG che l’Italia ha un rapporto debito pubblico/PIL del 120%; mentre il rapporto deficit/PIL oscilla intorno al 6-7% (cito a memoria, ma questi sono gli ordini di grandezza).

Poi apprendiamo che il nostro debito pubblico è lievitato a quasi € 1800 miliardi. Forse pochi si soffermano sul significato di un simile importo. Questo è il risultato dell’accumulo negli anni dei vari deficit annuali, ossia degli sconfinamenti della spesa pubblica rispetto alle entrate fiscali. Lo Stato paga le sue spese attraverso le tasse e con l’emissione di titoli del Tesoro, ceduti in parte alla banca centrale, contro banconote, e in parte ad investitori italiani e stranieri. Titoli su cui grava un interesse. Quindi oggi lo Stato paga un interesse sulla bella cifra di € 1800, cui è giunto sommando ogni anno quanto non era riuscito a rimborsare (deficit di bilancio).

È chiaro che lo Stato italiano (e con lui tutti gli altri) non riuscirà mai a ripagare un debito di tali proporzioni. Oggi l’interesse sui titoli pubblici è molto basso, ma fino a un paio d’anni fa aveva dimensioni del tutto rispettabili. Facciamo una media grossolana negli ultimi anni del 5% e consideriamo una media di debito pubblico di 1600 miliardi. Ciò significa che lo Stato ha dovuto sborsare, in media, sui € 70-80 miliardi all’anno di interessi. A chi? Agli acquirenti dei suoi vari BOT, BTP, etc., che spaziano dai cittadini normali agli investitori internazionali, tra cui fondi pensione, enti istituzionali, e, last but not least, banche centrali (i suoi creditori “storici”) e commerciali. In pratica si tiene conto solo degli interessi, poiché ad ogni scadenza dei titoli, altri ne vengono emessi, di importi superiori per tener conto degli interessi aggiuntivi. In questo modo continuano a crescere sia il debito globale che l’importo annuale degli interessi su tale debito crescente. Ecco perché i debiti sovrani risultano, alla lunga, impagabili. Più prossimi sono gli Stati al G-day (giorno del giudizio), ossia alla bancarotta, più alti gli interessi da pagare per il rischio connesso. Il che si traduce in un’accelerazione della loro marcia verso la caduta. Risolvere i loro debiti accendendone di nuovi con la richiesta di pesanti sacrifici ad un’economia già allo stremo, come stanno facendo IMF ed BCE, significa accelerare, appunto, il disastro. Infatti, se si indebolisce in un debitore la capacità di rimborso, vessandone l’economia, è certo che avrà ancora minori possibilità di farcela, se non altro per le minori entrate fiscali. La caduta diventa certa e sempre più prossima. Incredibile che, dopo decenni di questa “cura”, appioppata da IMF e Banca Mondiale ai Paesi del 3° mondo, strangolandoli, oggi la si riproponga a Paesi più o meno “avanzati”. E c’è poco da stupirsi dell’accanimento degli speculatori al ribasso sui debiti sovrani: finché le regole non cambieranno, puntare al loro ribasso ha buone probabilità di successo. E gli avvoltoi non aspetteranno invano.

Le cadute hanno dapprima coinvolto, a partire dall’agosto 2007, le banche, d’affari e commerciali. Sappiamo bene come i governi le abbiano salvate dalla bancarotta: iniettando volumi astronomici di aiuti pubblici, che le stesse hanno poi usato per continuare i loro giochi speculativi sui mercati finanziari; certo non per aiutare a loro volta l’economia reale, ormai alla canna del gas. Salvate le banche, ora si tratta di salvare gli Stati, immersi in debiti sovrani da capogiro. Il che significa, ancora una volta, salvare le banche: quelle che hanno in pancia montagne di titoli di Stato a rischio default.

Ricordate quando, nel pieno del marasma, lo Stato italiano, e non solo, si fece garante dei depositi bancari dei cittadini? Così facendo, lo Stato si ergeva a garante di ultima istanza in caso di fallimento di una o più banche. Oggi in quella situazione ci sono gli Stati, con Grecia, e in fila Spagna, Portogallo, Irlanda, e in prospettiva Italia (i famosi PIIGS), che non sono o potrebbero non essere in grado di pagare i titoli in scadenza; e non già i soli interessi, ma neppure il capitale, poiché gli investitori riluttano a comprare le nuove emissioni (che normalmente servono a pagare quelle in scadenza). E poiché sopra gli Stati non esistono altre entità in grado di far loro da garanti, chi è chiamato a pagare per salvare gli Stati, e dietro di loro le banche creditrici? I cittadini. Noi.

Strana cosa questa di accorgersi che lo Stato sono i cittadini quando ci sono da pagare le sue insolvenze, dovute in gran parte agli interessi bancari sul cosiddetto debito pubblico, mentre si disconosce questa identità quando le banche si arrogano il diritto di stampare moneta o accendere mutui privati, dimenticandosi che moneta e mutui altro non sono che la traduzione contabile del frutto del lavoro dei cittadini. Sono questi ultimi i veri titolari del credito, ma questa qualifica viene loro negata solo per uno sfasamento temporale: quello che intercorre tra l’accensione del mutuo e la successiva creazione di ricchezza che il lavoratore (imprenditore o subordinato) realizza e di cui la banca usurpa la proprietà con la pretesa di averne anticipato il valore. Del resto, cos’hanno mai prodotto le banche, così da giustificare i loro sedicenti crediti?

Il ministro Calderoli, proponendo un taglio degli stipendi del 5%, dimentica che poco inciderebbe sul suo, che passerebbe da € 20.000 a 19.000; mentre ben diversamente si abbatterebbe sulle entrate di mera sussistenza di chi racimola a fine mese 800-1000 euro, o anche meno, falcidiati dall’alta tassazione (assai più benevola sugli emolumenti dei parlamentari; per tacere della loro pensione dopo 2½ anni!).

In conclusione, una volta di più sono i cittadini che vengono chiamati a pagare non tanto i debiti di Grecia et sim., quanto i crediti delle banche, soprattutto tedesche e francesi, che detengono montagne di titoli di Stato greci, spagnoli, portoghesi, etc. Solo per questo alla fine il governo tedesco ha acceduto alle pressioni di IMF e BCE (col “decisivo” e vantato sostegno del nostro Berlusconi!) e acconsentito ad aiutare la Grecia.

Se Grecia & Co. non fossero vincolati dal Trattato di Maarstricht, avrebbero svalutato la loro divisa, ripagando i debiti in moneta alleggerita. Ciò è quanto avrebbero potuto fare Paesi in analoghe situazioni debitorie, come Islanda e Paesi baltici, se non fossero stati circuiti dalle solite banche d’affari a contrarre i prestiti in euro o dollari, il che li ha resi ancora più inguaiati di noi.

In questo modo non si salva proprio nessuno, tranne le banche, o meglio i banchieri, che sanno benissimo che i vari debiti pubblici non saranno mai ripagati e sono quindi consapevoli del botto finale di prossimo arrivo, con la generale caduta di fiducia in qualsiasi moneta e la loro conseguente perdita di potere d’acquisto, ergo inflazione.

Il comportamento dei vertici bancari è dunque quello di incamerare quanto più possibile stipendi e bonus stratosferici, da convertire rapidamente in beni solidi, prima del caos. Non è un caso se l’oro, come preventivato sin dal 2007, continua la sua corsa al rialzo.

Certo non è il dollaro un bene rifugio, anche se si è fortemente rivalutato sull’euro (i “valori” delle monete cartacee sono sempre reciproci). Il suo grande vantaggio, però, è quello di essere la valuta di un Paese omogeneo, come cultura, economia e soprattutto lingua. Mentre l’euro circola tra nazioni che parlano 26 lingue diverse, come diverse sono le loro culture e impalcature sociali. Facciamo fatica a tenere unita un’Italia, dove si stenta a capire quando in televisione parla un meridionale; figurarsi quando si pretende di accomunare un cipriota a un finlandese sotto il solo profilo monetario.  

Eppure, ai piani alti della finanza transnazionale si punta addirittura alla moneta unica mondiale, nonché al Nuovo Ordine Mondiale. E per convincerci che è la nostra unica salvezza useranno gli stessi argomenti usati per indorare l’euro: il timore di catastrofi, così come hanno fatto dopo l’11 settembre per combattere la libertà in nome della sicurezza. Mentre la vera sicurezza, la vera libertà sarebbe quella di liberarci dei grandi parassiti bancari che prosperano sul lavoro di noi tutti spacciandoci per buona la loro moneta a debito perenne, in ciò assecondati da una classe politica loro vassalla.

 * Vedi il mio “007 Goldman”  su Trucioli del 24 giugno 2007:  http://www.truciolisavonesi.it/articoli/numero114/pellifroni.htm

Sulla “consulenza” di Gianni Letta solleciterò un chiarimento nelle sedi opportune.

 Marco Giacinto Pellifroni                                                                                  16 maggio 2010

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