Donald Duck

Alias Donald Trump. Quest’uomo, nel suo secondo mandato, anzi, in un solo anno dal suo insediamento alla Casa Bianca, è riuscito ad inanellare una tale collana di insuccessi da scadere dal miliardario disneyano Uncle Scroodge (zio Paperone) all’indebitato Donald Duck (Paperino), finendo con l’imparentare la ex nazione più potente del mondo alle sue traversie personali.

Stilema dell’antico sigillo dei treasuries. Per decenni sinonimo di modo più sicuro di investire i propri soldi, pubblici o privati, domestici o esteri, i treasuries hanno perso questo connotato per la cappa di un debito pubblico fuori controllo e del conseguente rialzo degli yields (interessi) per attrarre investitori, con ciò svilendo i treasuries già emessi per chi avesse necessità di venderli. Ergo, non equivalgono più ai contanti

Partito con la formula MEGA, Make America Great Again, Trump ha pensato di riportare ai fasti del passato la nazione che i votanti americani gli avevano concesso di governare, ma non già facendo rimpatriare le perdute fabbriche e attraendo i capitali stranieri tramite una rinnovata fiducia negli States, offrendo le doti più richieste dagli investitori: sicurezza e stabilità, bensì scagliando minacce al mondo intero, aggiungendo alla già collaudata serie di sanzioni agli Stati che non seguissero alla lettera i suoi comandamenti, i dazi di antica e dimenticata prassi, aggiungendovi di suo l’estrema volubilità dei provvedimenti, firmati pomposamente davanti alle telecamere, pensando con ciò di:

  • Riportare in patria le aziende che ne erano migrate, onde reindustrializzare il Paese dallo stato di mero consumatore di prodotti d’importazione a produttore netto;
  • Rivitalizzare estese aree del Paese con un alto tasso di disoccupazione mediante l’apertura di fabbriche di ritorno o ex novo, proteggendole con dazi che fungessero da mura di cinta degli interi Stati Uniti;
  • Risuscitare il dollaro dallo stato comatoso in cui il debito pubblico crescente l’aveva ridotto, con la progressiva perdita di potere d’acquisto, ergo inflazione;
  • Ridare fiducia agli investitori stranieri, ultimamente sempre più esitanti a immettere capitali in uno Stato la cui l’economia reale è ben lungi dalle stellari quotazioni di Borsa, mentre i men in the street ne sono sempre più lontani.

Le idee di partenza del presidente Trump, di proteggere le aziende americane dalla concorrenza sleale di tanti Paesi e di far rimpatriare quante di esse sono emigrate in cerca di minori costi di produzione, era giusta in via teorica. Ma obsoleta: il mondo è tuttora globalizzato, in quanto strettamente connesso nelle filiere produttive, per cui l’idea dei dazi è impraticabile e lesiva degli interessi dei cittadini, costretti a pagare di più ogni prodotto d’importazione. Per giunta, danneggia chi li impone per ritorsioni di pari natura dalle nazioni ostracizzate. Una trappola in cui Trump è caduto, attirandosi l’ostilità del mondo intero

La fotografia dei risultati raggiunti è, al contrario, del tutto impietosa nell’evidenziare il fiasco totale di una politica fatta di improperi, minacce, provvedimenti varati sotto i fumi dell’ira o della volontà di vendetta, magari in piena notte.

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Il risultato è la fuga in massa (stampede) di tutti quegli enti che lo possono fare. E la destinazione principale è oltre il confine nord degli USA: il Canada di Mark Carney. Quest’uomo (sarà l’Uomo dell’Anno della rivista TIME?) ha un curriculum da far impallidire quello di Trump: caso unico nella tradizione inglese, è stato banchiere centrale della Bank of London, nonostante sia un canadese; poi banchiere centrale del Canada, e infine suo primo ministro.
Ecco un elenco, incompleto, dei diversi “fuggiaschi” dagli USA verso nord:

  • La Toyota giapponese aveva in programma un grande impianto da $ 9 miliardi con migliaia di nuovi posti di lavoro in uno Stato depresso, come l’Alabama. Tutto, sul luogo prescelto, era già stabilito, compresi gli accessi, gli alloggi dei lavoratori e tutto l’indotto a latere per la fornitura dei servizi accessori. Dopo un incontro a Ottawa del vertice dell’azienda con Mark Carney, il progetto è stato brutalmente annullato, per essere invece realizzato in Ontario. Ai critici che hanno definita l’operazione come un furto da parte di Carney, è stato risposto che si è trattato invece di un inopinato regalo di Trump, grazie a tutte le sue incandescenze e i paletti messi sulla strada dei componenti essenziali di fabbriche, come la Toyota, che sono il conglomerato di parti provenienti da diverse parti del mondo, che cozzerebbero contro gli insensati dazi alla frontiera;

Mark Carney, presidente del Canada. È l’uomo nuovo che sta togliendo il sonno (e in parte anche il senno) a Donald Trump. Ex banchiere centrale, prima a Londra e poi a Ottawa, ha il carattere opposto a quello del suo avversario: composto, calcolatore, profondo conoscitore dei meandri della finanza e dei meccanismi internazionali, alle patetiche sbruffonate di Trump reagisce con misurata freddezza, trasmette affidabilità e competenza, attirando in Canada la crème delle grandi aziende e persino dei vertici di Wall Street 

  • Lo stesso dispiacere a Trump è stato procurato dalla sudcoreana Samsung, che ha deciso di spostare il progetto di una fabbrica da $ 15 miliardi dal Messico al Canada, saltando gli States, per motivi analoghi alla mossa di Toyota;
  • Simili ragionamenti sono in corso di sviluppo da parte di altre grandi società, come ad es. la BMW e la Hyundai, con impianti attualmente in South Carolina e in Georgia, rispettivamente; a dimostrazione che società di queste dimensioni fanno progetti che si estendono lungo almeno tre lustri, e non possono permettersi di incappare in troppi ostacoli, come oggi avviene negli USA di Trump: per fare programmi credibili servono stabilità e prevedibilità;
  • Anche Apple, il simbolo americano dell’alta tecnologia informatica, ha gettato lo scorso anno le basi per una proficua e lungimirante collaborazione, facendo il primo investimento di $ 1 miliardo per una sede a Toronto, ritenendo la politica canadese di no-tax e no-tariff e lo stadio avanzato nell’hi-tech il miglior possibile incentivo per sviluppare appieno le rispettive capacità di crescita in quel campo, anche in virtù del livello delle università canadesi, aperte all’apporto di studenti e docenti da ogni parte del mondo, senza preclusioni di razza e nazionalità [inciso personale: in gioventù ho lavorato un anno ad Ottawa, grazie ad una borsa di studio post-doctorate del governo canadese, nei laboratori di ricerca di questo grande Paese];
  • Le 4 principali banche d’affari di Wall Street (JP Morgan Chase, Bank of America, CitiGroup e Goldman Sachs) si sono costituite in Consorzio e hanno trasferito la residenza fisica delle operazioni di clearing and settlement operations dalla sede di New Jersey a Toronto, Ontario. Con tale spostamento, i trilioni di dollari che transitavano per questa cruciale residenza da e per ogni parte del mondo, ossia il cuore pulsante della finanza internazionale e alla base del potere americano, lasciano gli USA per una nazione finitima dove stabilità e sicurezza sono garantite, a differenza della nazione di provenienza;

Skyline di Toronto. Dopo il trasloco in Canada voluto dalle grandi banche d’affari di Wall Street, alla ricerca di stabilità, sicurezza, prevedibilità, New York non sarà più l’epicentro dei giganteschi flussi monetari che vi transitavano 

  • TSMC, la più grande produttrice mondiale di semiconduttori (fornitrice di Nvidia, Apple, AMD, il Pentagono ecc.) ha abbandonato la costruzione già in corso di una mega fabbrica ai confini di Phoenix, Arizona, perdendoci $ 15 miliardi, per costruirla in Ontario: valore $ 65 miliardi. Dismissione dovuta alle pretese di Trump sulle proprietà intellettuali della società, promulgando giorni fa il Silicon Sovereignty and National Security ACT, che rispecchia l’ormai conclamato atteggiamento predatorio in ogni sua mossa, con il cambio delle regole a gioco in corso, aggiudicandosi la nomea di inaffidabilità.
  • Le intemperanze di Trump hanno evidenziato la stretta dipendenza energetica e materiale degli USA dal Canada. In particolare, parecchi Stati orientali dipendono dall’energia elettrica di provenienza canadese, senza la quale il rischio di interruzioni e veri e propri blachout viene moltiplicato. Lo stesso vale per l’interruzione dei flussi di materie prime, come legname, acciaio, alluminio, soia, patate, ecc., che il Canada ha messo in atto, usandoli come armi bianche (weaponization). Per l’energia, la ritorsione è speculare: se Trump impone dazi del 25%, 50% o 100% sulle merci canadesi, di altrettanto salirà il prezzo del kwh dal Canada agli USA, penalizzando le aziende e i cittadini statunitensi, proprio nell’anno di mid term;
  • Il dollaro è in continuo regresso, non solo per l’onere di un debito pubblico astronomico, ma anche per la defezione dei principali compratori alle aste dei titoli del Tesoro (treasuries): Cina, Giappone, Medio Oriente, UE, da compratori sono diventati venditori netti, per cui al loro acquisto devono provvedere la Fed e alcune banche deputate per legge alla funzione di acquirenti di ultima istanza. Un fenomeno sempre più pronunciato, col conseguente aumento, da parte della Fed, dei premi (yields) per allettare nuovi acquisti, mentre Trump spinge per abbassarli, onde accentuare il volo drogato dei titoli di Wall Street, incurante della conseguente svalutazione del dollaro, leggi inflazione, a carico dei cittadini americani.

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Trump ha enfatizzato l’America che egli vorrebbe, che è però ben lungi dalla realtà. Le nazioni che, a suo dire, avrebbero vissuto a spese degli USA, sono invece quelle che hanno permesso loro di vivere alla grande, comprandone il debito per oltre mezzo secolo

Incurante di tutti questi commiati e insuccessi, Donald Trump, ormai osteggiato da una crescente parte del suo stesso partito, e nonostante le sue aspirazioni a colomba della pace (Board of Peace) e alle già opprimenti spese militari, ha pensato bene di minacciare una nuova guerra, nientemeno che all’Iran, illudendosi che possa essere un secondo Iraq.
Nel discorso annuale sullo Stato dell’Unione, Trump è arrivato a definire un’età dell’oro (golden age) il periodo che l’America sta godendo grazie alla sua guida. Viene da chiedersi se il suo modello non sia Kim Jong-un…
In conclusione, l’America è già da tempo una nazione in bancarotta tecnica, che ha sinora potuta evitare grazie all’ampio mercato delle aste di treasuries. Assottigliandosi sempre più il numero di compratori, si scopre che era grazie a quelle vendite che gli USA hanno potuto vivere molto al di sopra delle loro possibilità, permettendosi di ignorare l’enorme debito pubblico che li attanaglia, proporzionale al vertiginoso squilibrio import-export, che ha retto sull’uso forzato del dollaro dal 1974 in poi. Ora quel dollaro depotenziato viene venduto, anche in perdita, pur di acquistare beni non aggredibili da sanzioni e confische, oro in primis: la lezione dei € 300 miliardi russi congelati d’imperio ha messo in allarme chiunque avesse propri beni nelle mani degli americani (e ci aggiungerei l’UE, che con gli USA in questa vicenda ha giocato di sponda).

La mappa indica cinque Paesi anglofoni, quattro dei quali membri del Commonwealth. Gli Stati uniti non ne hanno mai fatto parte, a maggior ragione oggi, con la guerra daziaria di Trump estesa anche agli alleati. Ciò ha portato ad un rinsaldamento dei suoi nuovi nemici, con l’inopinata inclusione della stessa UE [mappa da Limes]

 Stiamo vivendo un periodo di radicali trasformazioni, tra le quali darei il massimo risalto   ad un altro prodotto dell’antagonismo alla politica trumpiana, dopo i BRICS: la vigorosa rinascita di quello che fu il Commonwealth britannico, che include Canada, UK, Australia e Nuova Zelanda, con l’odierna, significativa integrazione dell’UE (ma con l’esclusione, spero transitoria, degli Stati Uniti di Trump). Un immenso territorio culturalmente avanzato, in grado di abbattere ogni barriera al suo interno e quindi, in prospettiva, di sviluppare un’alleanza paritaria tra nazioni distanti geograficamente quanto depositarie della tradizione che le accomuna nella dizione di Occidente, ma aperta a cooptare nazioni di lunga alleanza, come Giappone, India, Corea del Sud.

Marco Giacinto Pellifroni  1° marzo 2026

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