Diritto naturale e Stato di diritto

Diritto naturale e Stato di diritto

Immagino di passeggiare tranquillamente per le vie della mia città e di imbattermi in un gruppo di ragazzi in vena di bravate. Uno di loro mi colpisce con un pugno. Dopo un attimo di sconcerto, se sono fisicamente in grado di farlo, inseguo il colpevole e lo riempio di botte, se non lo sono spero che ci sia qualcuno vicino che lo faccia al posto mio.

Se per questo fossi sanzionabile sulla base di un principio che proibisce la vendetta privata si dovrebbe concludere lo Stato di diritto fa del cittadino un non-violento votato al martirio e pronto a offrire l’altra guancia,  un punching ball, una testa di turco o uno zerbino. Ma nemmeno nella peggiore tirannide le cose stanno così. Gli individui all’interno del loro gruppo sociale mantengono intatto il loro diritto naturale: la società è un sistema di transazioni fra soggetti disuguali per  ricchezza, per cultura, per intelligenza, per età ma di identica dignità, finché non si pongono fuori delle norme non scritte che lo regolano,  le stesse che lo Stato formalizza e garantisce, non conculca. E nella fattispecie nessuna norma può impedirmi di reagire: se non lo faccio o non sono in grado di farlo ne va della mia autostima e mi porto addosso il fardello insopportabile della frustrazione.

Le leggi dello Stato, a differenza del diritto naturale, non sono eterne e immutabili ma tentativi, a volte maldestri, di dare veste giuridica a quel diritto, che resta la cartina di tornasole per valutarne la congruità e la coerenza. A tutti i livelli, dalla Carta costituzionale ai regolamenti comunali si possono ravvisare le incertezze, i compromessi, perfino la stupidità delle persone in carne e ossa che vi hanno messo mano, senza contare la stessa umana fallibilità di chi è tenuto a sussumere   le condotte concrete dei singoli entro  l’astrattezza della norma. Che non si regge su se stessa, come succede con le regole di un gioco, ma deve rispondere al buonsenso, all’utilità sociale e ai diritti inalienabili della persona.

Nessuna legge può  impedire la reazione a un’offesa ricevuta,  ci mancherebbe. La società non è un asilo infantile dove il bambino che si ritiene offeso da un compagno va a piangere dalla maestra.

Detto questo se ho buoni motivi per credere che il mio commercialista mi stia truffando non è che irrompo nel suo studio e gli metto le mani addosso. Se lo faccio commetto un reato – violenza privata – previsto dal codice penale che tutela lo svolgimento delle transazioni interne alla società civile.  L’unica strada praticabile è quella di una querela di parte, un iter costoso e di esito incerto ma l’unico percorribile in una società organizzata, dove i cittadini non si fanno giustizia da soli. L’alternativa è una società senza Stato, un ritorno ad un ipotetico stato di natura, nel quale l’umanità è ridotta ad una condizione ferina e la persona con la sua dignità e i suoi diritti naturali – potrei dire anche “divini”– rimane una virtualità inespressa.

La contraddizione nasce dall’intersecarsi di tre piani distinti: quello dell’individuo e dei suoi rapporti con altri individui, che rinvia alle relazioni affettive e a valori non normabili, come la lealtà o l’onore; quello della società che regola gli scambi e definisce i ruoli e quello delle istituzioni, che, secondo i punti di vista, sono uno strumento di tutela della società o la base senza la quale la società non esisterebbe. Personalmente, con tutto il rispetto per l’impianto teorico hegeliano, dei due punti di vista preferisco il primo, per il motivo semplice che lo Stato non è l’epifania della ragione ma un insieme di istituti spesso sgangherati abitati da individui mediocri. E la politica, che raccorda la società con lo Stato, non per niente ha il potere di incidere su quegli istituti e di modificarli.

La realtà, o meglio l’interpretazione della realtà, è complessa e gli antichi lo sapevano bene, tant’è che in una delle alternative alla logica aristotelica che pretende di  governare l’agire razionale il nucleo è costituito da  un ragionamento – un sillogismo – nel quale da premesse false si perviene ad una conclusione vera. Un paradosso, indubbiamente, ma perché mai il paradosso dovrebbe essere incompatibile con la realtà? L’applicazione rigida di ragionamenti lineari porta infatti a conclusioni astrattamente corrette che danno luogo a comportamenti perversi.

Prendiamo come esempio un caso reale. La facoltà di usare armi in un luogo pubblico è riservata esclusivamente  alle forze dell’ordine. Su questo non si discute: se così non fosse ci troveremmo in una condizione di anarchia, di bellum omnium erga omnes, in cui l’ordine è nelle mani di chi è più veloce a sparare. Però il ladro o il rapinatore sono un corpo estraneo alla società, un agente patogeno che va neutralizzato ed espulso. E se dopo una rapina i rapinatori in fuga sono inseguiti dai poliziotti non è per una gara di velocità ma  per mettere in atto quella neutralizzazione che conferisce al poliziotto il diritto-dovere di girare  armato non per difendere se stesso ma per offendere chi delinque. In sintesi: poliziotti o carabinieri non possono ma debbono bloccare il delinquente in fuga, se ci rinunciano gli assicurano l’impunità e ne sono complici.

Ne consegue che  in una situazione in cui il ricorso alle forze dell’ordine è impossibile  ci si trova in un dilemma: o si assiste passivamente alla consumazione di un reato o si assume il ruolo delle forze dell’ordine commettendo a nostra volta un reato. La normativa vigente vieta di portare fuori di casa l’arma anche detenuta legittimamente nel proprio domicilio, tanto meno di usarla; ma  se si usa  inseguendo un criminale e il criminale ci rimette la vita si  commette lo stesso omicidio che per il poliziotto è legittimato dal ruolo che riveste.  In termini sostanziali è difficile trovare una differenza.

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Viene  da dire che il nodo da sciogliere non è tanto quello della legittima difesa – che non si pone – né delle condizioni di alterazione mentale ma è quello della legittimità della  surroga in una situazione di emergenza ad un compito che lo Stato non è in grado di assolvere. Questa surroga è giustificata o no? Teniamo presente che l’assistenza a un ferito compete ai sanitari ma se posti  di fronte a uno stramazzato per terra si continua tranquillamente per la propria strada, in macchina o a piedi, è omissione di soccorso, per il quale si viene perseguiti. E se scoppia un incendio, potendo intervenire non si aspettano i vigili del fuoco ma si deve intervenire, così come una legge non scritta impone di gettarsi in mare per salvare chi sta per annegare se non c’è il bagnino.

Sono indubbiamente situazioni diverse ma tutte richiamano lo stesso principio: l’assolvimento di una funzione sociale delegata ad una istituzione impossibilitata a svolgerla torna ad essere competenza del privato cittadino.

Rimane  sotto le mentite spoglie del progressismo liberale la tentazione autoritaria di risolvere l’individuo nella società e la società nello Stato e si intravede  il volto illiberale dello Stato etico, dello Stato “portatore di valori”, dello Stato educatore nel quale si confondono l’eredità cattolica, quella socialcomunista e quella nazionalsocialista. La nuova sinistra, versione effeminata del maschio comunismo sovietico, ne mantiene la vocazione spersonalizzante, l’uso strumentale dell’utopia, il disprezzo per “l’egoismo di classe” e la morale “piccolo borghese”, subordinati ai privilegi della cittadella delle élite, difesa ieri dalle avanguardie del proletariato oggi dalle sacerdotesse  dei diritti che si adoperano per disarticolare l’impianto e gli autentici diritti della società civile, a cominciare dalla proprietà privata. Sembra cambiato tutto ma in realtà non è cambiato nulla e soprattutto sono rimasti il nichilismo e la cultura della morte.

La vendetta è un diritto naturale che per effetto del patto sociale i singoli individui delegano allo Stato. L’idea che nel passaggio da un ipotetico stato di natura allo Stato di diritto i cittadini rinuncino alla vendetta è una colossale sciocchezza da sagrestia, fra l’ipocrisia del porgi l’altra guancia e quella del perdono che minano l’essenza stessa della giustizia. Non si rinuncia alla vendetta ma a farsi vendetta da sé, con la convinzione che ci pensa lo Stato a farla al tuo posto.

Del resto lo stesso concetto di giustizia non poggia sullo Stato:  giusto non è il conforme alle leggi, sono le leggi che devono essere giuste. Il concetto di giustizia ha il suo fondamento nell’animo umano, nella razionalità, ed è anteriore e fondante rispetto allo Stato. La giustizia è un valore ed è espressione dell’umanità non delle istituzioni: lo Stato portatore di valori, la sacralità dei principi e delle leggi, primi fra tutti quelli costituzionali sono un’aberrazione da cui derivano altre aberrazioni:  la subordinazione del buonsenso – e del senso della realtà – alla Parola, come nella fede religiosa.

Il fariseismo giuridico vorrebbe far dimenticare che l’irruzione di un estraneo nella propria abitazione non è solo in astratto un crimine che viola un principio cardine del sistema sociale, l’inviolabilità del domicilio, ma la causa di  un trauma psichico inimmaginabile: è il terrore dell’uomo primitivo davanti al predatore entrato nella caverna. Un terrore paralizzante di fronte al quale non c’è legittima difesa che tenga perché non c’è alcuna possibilità – materiale e psicologica –  di raggiungere il locale dov’è custodita l’arma, ammesso che se ne possieda una, infilarci  il caricatore, far scorrere il carrello e togliere la sicura. Se per qualche congiuntura astrale quella possibilità ci fosse o se l’aggredito fosse in grado di usare un’arma impropria come un coltello da cucina non ci sarebbe niente da eccepire se l’aggressore o  gli aggressori venissero uccisi. Ma, ripeto, per la generalità delle persone rimane una chimera. È però verosimile che se il rapinatore fugge con la refurtiva  il rapinato riacquistati lucidità e autocontrollo raggiunga rapidamente la sua arma, la carichi  e gli corra dietro. Se gli spara commette un reato ma se il rapinatore rimane impunito quando esistevano le condizioni per punirlo è un reato anche peggiore contro una legge naturale di rango superiore a quella del codice: la legittimazione della rapina.

E  non appulcro parola sul risarcimento al ladro morto nell’esercizio della sua attività: non ne vale la pena, è il segno della malattia mortale che ha colpito il nostro Paese, quello che detiene il record delle innocenti vittime sul lavoro o sulle strade, per le quali bande di avvocati forti di codici e tabelle si scatenano per ridurre al minimo il prezzo delle loro vite e  l’indennizzo che spetta ai familiari.

La sacralità della Legge e, più in generale, il sacro lasciamoli alle religioni e ai loro adepti. Nel mondo reale  di sacro non c’è proprio nulla. Provo un senso di nausea quando le anime belle rivendicano la sacralità della vita dei rapinatori o del marocchino che dà di matto ma non rifiatano se Israele continua indisturbata a macellare palestinesi e libanesi o  se Zelensky gongola perché il suo drone ha centrato un dormitorio di studenti o un autobus pieno di ragazzini e plaudono alla resistenza ucraina, che consiste nel mandare carne da cannone al fronte già crollato  mentre per rivalsa si progettano  attentati col sostegno e per conto della Nato.

Rimaniamo piuttosto fermi nel difendere i diritti naturali e il valore della persona, che ci viene non dalla natura ma dalla cultura.

E, a proposito di Ucraina, una legge costituzionale vieta l’uso in pubblico della lingua russa e un decreto della Verchovna  Rada mette al bando la Chiesa ortodossa. Anche questo sono le leggi. E, per rimanere  nel nostro Paese, a nessuno viene in mente di togliere di mezzo la cosiddetta legge  Scelba, n. 645 del 20 giugno 1952, che, all’articolo 1 condanna “chi denigra la democrazia, le sue istituzioni e i valori della resistenza”.  Un oltraggio alla libertà di opinione e di espressione e un virtuale impedimento alla ricerca storica, che qualche anno dopo consentiva al  Capo dello Stato – Napolitano, per la cronaca –  di  invitare a “vigilare e reagire contro persistenti e nuove insidie di negazionismo e revisionismo”, fingendo di non sapere che la storiografia è un continuo revisionismo. E anche questo sono le leggi. Così come erano leggi quelle che interdicevano l’insegnamento nelle scuole pubbliche ai professori di religione ebraica.

Il primato della legge è pura retorica. Per garantire la giustizia prima c’è il giudice poi  la legge, che il giudice non applica pedissequamente ma  usa per garantire la giustizia e, se è il caso,  contesta. Il giudice però è frutto di una cultura giuridica che in Italia latita. La  maturità giuridica, il senso autentico del diritto e la coscienza che le leggi sono fatte per tutelare i cittadini non per angariarli sono scappati da Roma e dall’Italia come gli dei dell’Olimpo. Giudici che sequestrano i figli ai genitori con motivazioni farneticanti, che legittimano il reato di sbarco clandestino e perseguono chi impedisce che venga consumato, che sanciscono il diritto del rapinatore a scappare con la refurtiva, che di fatto riconoscono il crimine come un mestiere che produce reddito, che non distinguono fra la libertà di prostituirsi e il lenocinio (l’hanno fatto con Berlusconi), che non fanno una piega per le devastazioni e le violenze di una manifestazione voluta e organizzata da un sindaco fanno pensare che la sintonia fra Italia e Ucraina non è solo frutto di una sciagurata scelta politica ma discende da un’affinità di fondo.

Pierfranco Lisorini

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