Dieci anni senza Pannella: il politico che trasformava le provocazioni in diritti

Marco Pannella
Dieci anni fa moriva Marco Pannella. E ancora oggi, nel bene e nel male, resta una delle figure più ingombranti, divisive e fuori schema della politica italiana. Uno che riusciva contemporaneamente a essere considerato un visionario dei diritti civili e un provocatore ingestibile. Uno che parlava per ore alla radio, faceva scioperi della fame e della sete, occupava sedi Rai, si faceva arrestare per disobbedienza civile e trasformava battaglie considerate “impossibili” in temi nazionali.
Pannella non è stato semplicemente il leader dei Radicali. È stato una specie di corpo estraneo dentro la Prima e la Seconda Repubblica: mai davvero dentro il potere, ma capace di condizionarlo come pochi altri. Sempre minoranza, ma spesso decisivo nel cambiare il costume del Paese.
Le sue battaglie hanno attraversato mezzo secolo italiano: il divorzio, l’aborto, l’obiezione di coscienza, i diritti dei detenuti, la lotta contro il finanziamento pubblico ai partiti, l’antiproibizionismo, la denuncia della partitocrazia, la moratoria internazionale contro la pena di morte.

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Molti oggi ricordano le conquiste civili senza ricordare quanto fosse feroce lo scontro di allora. Sul divorzio e sull’aborto Pannella sfidò frontalmente la Democrazia Cristiana, il Vaticano e una larga parte dell’Italia conservatrice. Quando oggi certi diritti sembrano quasi “naturali”, vale la pena ricordare che negli anni Settanta erano considerati scandali politici e morali.
Ma Pannella era anche una figura profondamente controversa. Per molti un genio politico libertario, per altri un narcisista della provocazione permanente. Le sue campagne sulla liberalizzazione delle droghe leggere, le candidature provocatorie, gli interminabili monologhi radiofonici, il rapporto ambiguo con il sistema mediatico e la capacità di stare sempre al centro della scena gli procurarono critiche feroci anche da sinistra.
Eppure aveva una caratteristica oggi quasi scomparsa: la coerenza nel restare scomodo. Pannella non cercava il consenso facile. Cercava il conflitto politico e culturale. Non aveva paura di perdere elezioni, purché riuscisse a imporre un tema nel dibattito pubblico. In un’epoca dominata dai sondaggi e dai social, la sua politica fatta di digiuni, referendum e presenza fisica sembra arrivare da un altro pianeta.
Nel decennale della sua morte, le commemorazioni istituzionali si sono moltiplicate: convegni, targhe, maratone oratorie e persino la proposta di un busto a Montecitorio. Segno curioso per uno che passò la vita ad attaccare il Palazzo e la “partitocrazia”.
Forse il paradosso finale di Pannella è proprio questo: essere stato combattuto per decenni da quasi tutti, salvo poi essere celebrato da tutti dopo la morte. Ma probabilmente lui, da vecchio anarchico liberale e radicale, avrebbe sorriso anche di questo.